Nella Sala del Camino di Palazzo Ducale l’Associazione Onlus “Mesì Anpil” (in creolo haitiano “Grazie mille”), in collaborazione con la Società Missioni Africane (SMA) e il Movimento Giovanile Missionario ha organizzato un’Apericena Solidale per finanziare il progetto “Bomoanga-Niger: acqua potabile per tutti”. A Bomoanga, villaggio di 700 anime, l’acqua e la siccità hanno sempre rappresentato i problemi principali. Il progetto prevede la costruzione di pozzi manuali tradizionali e di pompe per l’acqua: il costo per la realizzazione di un pozzo si aggira intorno al migliaio di euro, le pompe arrivano fino a 12.000 euro.
Umile, utile e preziosa, così san Francesco nel cantico delle creature definiva l’acqua. Fonte primigenia di vita, commettiamo una insostenibile leggerezza – tipicamente occidentale - se ne ignoriamo l’importanza.
Nel nostro Paese il consumo medio idrico pro capite si aggira intorno ai 200 litri al giorno, e un italiano su due si disseta bevendo acqua minerale, non fidandosi del rubinetto. È in questo contesto che assumono ancora più valore le iniziative a sostegno dell’acqua potabile nei paesi del cosiddetto (definizione squisitamente occidentale, si badi) Terzo Mondo.
Alla serata hanno partecipato padre Lionello Melchiori, superiore provinciale SMA e padre Mauro Armanino, membro dello stesso Istituto. Il primo è tornato da poco da Bomoanga, l’altro partirà a breve alla volta del Niger.
“Sono rientrato in Italia il 29 di dicembre – racconta padre Melchiori, 65 anni, trentino di nascita – dal mio viaggio a Bomoanga. In uno dei paesi più poveri dell’Africa, ho incontrato contadini che vivono alla giornata. Il tempo si basa esclusivamente sulle stagioni, e una pioggia imprevista può causare la perdita del raccolto e la conseguente carestia”.
Qualcuno ha detto che l’importanza dei rapporti umani e delle relazioni interpersonali è inversamente proporzionale al benessere economico: “Sono stato solo 2 settimane, ma ho imparato molto da quella gente. Umanità, dignità, e la consapevolezza che il benessere economico ci rinchiude in noi stessi”.
Padre Armanino, cinquantottenne di Casarza Ligure, possiede tutte le caratteristiche che l’immaginario collettivo attribuisce al missionario tipo. Capelli lunghi, barba, risposte lapidarie ma ragionate: “Sto per partire. Andrò là per imparare. Il Niger è un grande snodo di migranti, una terra di passaggio tra l’Africa occidentale e la Libia, la Tunisia, i paesi “ricchi”. Cosa significhi essere un missionario, lo scoprirò in loco.”
E continua: “Ho vissuto 17 anni in Costa d’Avorio, sono partito come volontario per evitare il servizio militare. L’Africa mi ha aiutato a capire la mia strada, ed eccomi missionario. E adesso, mi ritroverò per la prima volta in un paese lontano dal mare: anzi, il mare c’è. Un grande, arido mare di sabbia. “
P. Mauro insiste: “Ripeto, andrò per imparare: è importante questo ribaltamento di punti di vista. Noi non andiamo in Africa a “portare”, è l’Africa che insegna a noi. Nel mio continuo peregrinare ho imparato che il luogo dal quale guardiamo il mondo, spesso determina la chiave di lettura con cui leggiamo il mondo stesso. L’idea che mi sono fatto della Liberia stando sotto le bombe di Monrovia, ad esempio, è diversa da quella che mi sarei potuto fare standomene in poltrona a Castelletto”.
Padre Armanino partirà con un obiettivo ben preciso: riaprire un centro di formazione diocesano per le comunità cristiane (lo 0,3% della popolazione del Niger). E imparare.
Reportage di Eugenio Rocco, sul sito Vivere Genova, nel quale si possono trovare anche le foto della serata
8-03-2011
