La 21° Edizione del Festival del Cinema Africano di Milano conclusasi domenica 27 marzo, è stata ricca di pellicole originali e interessanti. Molti i film africani apprezzati, come Un Homme Qui Crie ]del regista Mahamat-Saleh Haroun, originario del Ciad, di cui avevamo già scritto. Meritano una particolare attenzione giovani registi che hanno partecipato al Festival, tra cui Sani Elhadj Magori, che ha diretto Koukan Kourcia Ou Le Cri De La Torturelle, un racconto sviluppato in uno stile documentaristico di circa 60 minuti, in cui è protagonista Hussey, anziana cantante popolare che ha il dono, attraverso la sua affascinante voce, di convincere le persone a viaggiare, a spostarsi da una nazione all’altra.
Negli anni Settanta, con le sue arie inneggianti all’esilio, ha influenzato tanti giovani ammaliati dalle sue liriche, a lasciare il Niger per cercare fortuna in altri Stati dell’Africa occidentale. Sono passati parecchi anni e, nel presente, Hussey sempre attraverso le sue canzoni vuol richiamare quei giovani ormai invecchiati per invitarli a rientrare nel loro Paese natale.
Inizia così un lungo viaggio dal Niger sino alla Costa d’Avorio, attraverso il quale il regista ripercorre il proprio passato familiare, poiché suo padre, circa 15 anni fa, decise di abbandonare la propria casa in cerca di fortuna nella capitale ivoriana, Abidjan. Per cercare di convincerlo a ritornare il regista coinvolge Hussey, in grado ancora di incantare chi l’ascolta.
La storia parla attraverso metafore e linguaggi simbolici della questione che da sempre attanaglia l’Africa: l’immigrazione e la separazione delle sue genti dalla loro madre terra. Il regista invita a porsi alcune domande e a riflettere su questo tema sempre più di attualità: perché questi uomini partono dalle proprie case? E cosa li trattiene per così tanto tempo in nazioni dove talvolta la vita non è facile e dove le speranze iniziali del viaggio vengono offuscate dalla realtà piena di ombre?
Il regista, Sani Elhadj Magori, è nato in Niger nel 1971. Dopo essersi diplomato in ingegneria, e dopo lavori come giornalista, segue la passione per il cinema, frequentando il Master in regia documentaria presso l’Université Gaston Berger di Saint Louis (Senegal). Ottiene subito un buon riscontro con il documentario intitolato Pour le meilleur et pour l'oignon. Segue Notre pain capital, ambientato per le strade senegalesi di Saint Louis , dove Sani Elhadj Magori documenta i vari passaggi del cibo che ruotano intorno al pane: dalla fabbricazione al mercato nero.
Altrettanto interessante è il lavoro di Daouda Coulibaly, regista originario del Mali, cresciuto a Marsiglia, che si ispira alla forma narrativa cara a Ousmane Sembène. Il était une fois l'Indépendance è il suo primo cortometraggio, dopo del quale realizza Tinye So (La casa della verità), ben accolto dalla critica e dalla giuria del Festival africano.
In questa breve pellicola è racchiuso il legame tra passato e presente, tradizione e modernità. Un’interrelazione espressa tramite l’influsso degli antenati che, secondo la tradizione bambara, sono i detentori della verità e guidano gli uomini sulla via della conoscenza. Il regista sviluppa la storia partendo proprio dalla prospettiva degli antenati, i quali, guardando dall’alto la città di Bamako, non sono contenti di ciò che osservano; decidono quindi di comunicare ancora con gli esseri umani per elargire loro consigli, guidandoli verso la verità.
Un racconto in cui si percepisce l’importanza della memoria, il ruolo ancora fondamentale delle tradizioni e l’urgenza per i popoli, non solo africani, di fermarsi a riflettere sul cammino intrapreso e sul senso dell’esistenza.
Segnaliamo infine una pellicola difficile, complessa, The nine muses, in cui l’Africa c’è attraverso la drammatica esperienza dell’immigrazione, analizzata in modo profondamente simbolico, poetico e struggente dal regista ghanese John Akomfrah. La storia dell’immigrazione, considerata un’odissea, viene raccontata attraverso la figura metaforica di Ulisse.
Ogni elemento viene analizzato attingendo materiale d’archivio (filmati, immagini) intrecciato con il significato figurativo delle nove muse, con cui la vita degli immigrati (africani e indiani) viene descritta. Molte le citazioni colte – da James Joyce a Shakespeare, da Dylan Thomas a Dante, passando per Samuel Beckett e Tagore – che vengono utilizzate per esprimere angosce, speranze, solitudini, gioie (poche) degli immigrati in un mondo anglosassone (Inghilterra, ma anche Stati Uniti) dove la vita è dura, dove il senso dell’identità cambia, dove l’alienazione dalle proprie radici confonde.
Chi si aspetta di vedere paesaggi africani rimane disorientato, perché l’ambientazione è sospesa tra una dimensione urbana e distese sconfinate di neve bianca. Da vedere, per addentrarsi in una differente innovativa e profonda rappresentazione dell’immigrazione: per comprendere pienamente questi spostamenti, spesso forzati, è necessaria una forte empatia con chi lascia la propria terra per giungere in un mondo estraneo, dove talvolta emergono ancora troppi atteggiamenti razzisti.
Le foto qui sotto: immagini dai film: Koukan Kourcia Ou Le Cri De La Torturelle, Tinye So, The nine muses
Silvia Turrin
5-04-2011
- Il sito del Festival del Cinema Africano di Milano
- Il trailer the film Tinye So
- Il trailer del film The nine muses
- Il bel documentario di Sani Elhadj Magori sul riscaldamento globale e sugli effetti dei cambiamenti climatici all’agricoltura nell’Africa occidentale (in francese)



