
Il Mali è un mosaico di popoli. Iniziamo il viaggio alla scoperta delle sue etnie con i Bambara, gruppo che abita la regione compresa tra Bamako e Segou e che domina la vita socio-politica del paese.
Se si guarda una mappa dell’Africa, si noterà la particolare forma dello stato del Mali: sembra una grande farfalla nel bel mezzo dell’area nord-occidentale del continente. È un Paese grande quattro volte l’Italia. Un tempo faceva parte di un grande impero, costituito agli inizi del XIII secolo da popolazioni di lingua mande, sotto la guida di Sundjata. Oggi è una delle terre più povere al mondo, con il 36% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e con un tasso di alfabetizzazione del 46,4%. Nonostante le difficili condizioni di vita – l’acqua scarseggia sempre e il dramma della siccità rimane alle porte – il popolo maliano non ha perso l’indole ospitale, né le antiche tradizioni.
Ricoperto per circa due terzi dal deserto, il Mali racchiude un mosaico di gruppi etnici: quelli con un modus vivendi più sedentario come Bambara, Malinké, Dioula e Kassonké, Songhay, Soninké, Dogon, Senufo, Minianka, Bobo e Mossi; quelli nomadi come i Tuareg e i Mauri; quelli ancora che rimangono sia allevatori nomadi sia agricoltori come i Peulh; e poi ci sono i popoli di pescatori come i Bozo e i Somono che vivono in prossimità del fiume Niger. Il Mali è quindi un crogiolo di volti, colori e tradizioni. Iniziamo il viaggio alla scoperta delle sue etnie con i Bambara, gruppo che rappresenta circa il 30% della popolazione. Lo si incontra nella regione compresa tra Bamako e Segou.
Chiamata anche Bamanan, questa etnia ha storicamente sempre respinto l’autorità centralizzata, come pure la religione islamica. Non a caso il nome vuol dire “quelli che rifiutano di essere dominati”. Solo dopo la Seconda guerra mondiale e come fenomeno di resistenza al colonialismo francese molti Bambara si sono convertiti all’Islam. La resistenza bambara contro l’islamizzazione si ritiene infatti sia durata sino all’occupazione coloniale della Francia. Nelle antiche città bambara, come Segou che era la vecchia capitale, si vedono moschee e scuole coraniche. Tuttavia, molti anziani sono rimasti attaccati ai riti ancestrali dell’animismo, che si esprimono attraverso le pratiche di divinazione, l’uso di feticci, il richiamo agli antenati.
L’animismo dei Bambara sopravvive anche in un bel proverbio: “Ovunque c’è il cielo, c’è Maa Ngala”. Maa Ngala è l’Essere supremo, che è presente in ogni luogo e oggetto, come nelle maschere rituali e negli spazi della natura (fiumi e boschi). Come si verifica in altre zone dell’Africa, anche per i Bambara del Mali i rituali propiziatori sopravvivono all’incedere della modernità e dei condizionamenti culturali esterni. Prima delle semine, in alcuni villaggi si vedono griot o sciamani invocare gli spiriti, per propiziarsi la pioggia e quindi un buon raccolto. Tra i Bambara è ancora in uso una bellissima maschera, che rappresenta l’antilope dalla criniera dentellata. Questo animale è considerato un dono divino inviato agli uomini perché scoprissero come coltivare la terra. La maschera la si vede nelle cerimonie legate ai cicli agrari. Antichi costumi li si ritrovano anche nelle società d’iniziazione, ancora esistenti in molte zone dell’Africa. Tra i Bambara ne esistono sei. Sono tutte però società d’iniziazione maschili, tramite le quali l’uomo perfeziona la propria conoscenza del mondo.
I Bambara sono celebri anche per la loro arte astratta e piena di simbolismi, molti legati a culti e credenze religiose. La loro produzione artistica si esprime attraverso la lavorazione del ferro, del legno, del cuoio e dei tessuti. Tra le loro sculture più apprezzate vi è il chiwara, un copricapo intagliato a forma d’antilope, usato soprattutto nelle danze rituali. Anche la donna viene raffigurata nella scultura Bambara e viene rappresenta come l’ideale della maternità, colei che è creatrice.
Silvia C. Turrin
