Assia Djebar nasce nel 1939 in Algeria, durante il lungo periodo coloniale francese. Vive in modo intenso e conflittuale la presenza straniera e soffre in prima persona – come donna e come intellettuale – la politica amministrativa francese destinata a lasciare un’inevitabile dicotomia culturale e linguistica in tutta l’area del Maghreb, e in particolare in l’Algeria, dove l’occupazione terminerà soltanto nel 1962 con la guerra di liberazione nazionale.Nei suoi romanzi le figure femminili sono spesso esaltate per il loro contributo durante la resistenza coloniale (Les enfants du nouveau monde, 1962), ma, soprattutto, sono costantemente impegnate a rivitalizzare il loro ruolo nella società mussulmana tradizionale che le vuole sottomesse in molti campi (La soif, 1957; Les allouttes naives, 1967, Femme d’Alger dans leur appartement, 1980).
La Djebar affianca all’impegno letterario l’attività di regista: nel 1979 ha ottenuto il Gran Premio della Critica Internazionale al Festival del Cinema di Venezia per il film La Nouba des femmes du Mont Chenoua.
Lontano da Medina: figlie d’Ismaele: l’editrice Giunti ha tradotto in italiano questo romanzo che, nella sua narrazione, è molto vicino ad un racconto orale. Ancora una volta sembra essere la lingua – con tutto quello che il termine racchiude e implica in termini di valori e identità culturale, di langue/parole, di significante/significato – la vera protagonista del romanzo post-coloniale.Assia Djebar è scrittrice di “espressione francese”, contrapposta quindi alla minoranza di scrittori maghrebini di “espressione araba” (in un paese e in una cultura dove la lingua araba è custode della religione islamica ed è stata considerata dai francesi veicolo per il nazionalismo arabo e quindi soffocata). La Djebar fa convivere nei suoi romanzi la propria identità duale (il mondo arabo mussulmano nord-africano e il mondo occidentale) grazie anche all’uso della lingua francese, che riesce ad essere cerniera tra due mondi così vasti culturalmente.
Lontano da Medina è un insieme di racconti episodici che iniziano con la morte del Profeta Maometto e seguono il diffondersi dell’Islam attraverso le donne che ne furono in qualche modo protagoniste.
Tra cronaca e finzione viene narrato il punto di vista femminile. Sono allora profetesse, regine, schiave, guerriere, poetesse o ribelli che intrecciano la complessità della condizione femminile nel mondo islamico, alternando l’uso della lingua: da pacata a violenta, da sussurrata ad intransigente, da incerta a urlo di sfida.
L’amore e la guerra (Ibis, 2010) è un viaggio tra passato e presente, in cui al racconto autobiografico si affianca la testimonianza delle donne che hanno partecipato alla guerra di liberazione.Attraverso la lingua del nemico la scrittrice dà voce a chi non l’ha mai avuta nell’intento di ricostruire una memoria collettiva al femminile. L’amore, la guerra è una storia che intreccia elementi diversi e complessi: la formazione intellettuale di una giovane algerina nella scuola francese, la storia del suo paese e il ruolo della donna nella società araba. Passato e presente si snodano e si legano in continui scambi rivelando lo stile di una scrittrice di grande capacità espressiva.
“Mi ha spinto a scrivere l'urgenza di rappresentare la vita, una vita tragica, appassionata. Il bisogno di scrivere è l'illusione di lottare contro l'oblio, forse è proprio solo un'illusione (...) In Algeria è molto semplice. Libertà è poter uscire liberamente dall'interno all'esterno. Ci sono ragazze a cui il cui padre o il fratello, a partire dai dieci anni, proibiscono di uscire: questo avveniva ai tempi di mia madre che non è più uscita di casa se non con il marito e sempre coperta da un velo. È la realtà dell'Afganistan, dell'Arabia Saudita…”.
Donne d’Algeri nei loro appartamenti , Giunti 2007, sullo sfondo di un secolo di storia, Assia Djebar ci regala un affresco intenso dedicato alle donne di Algeri.Attraverso frammenti di ricordi, racconti e riflessioni rivive la realtà particolare del mondo femminile algerino e le aspirazioni a un futuro più libero. Ai personaggi della vita reale si affiancano le figure di un famoso quadro di Delacroix da cui il romanzo prende il titolo.
La donna senza sepoltura, Il Saggiatore, 2002: Zoulikha camminava a testa alta, lo sguardo fiero, il capo scoperto. Libera, indipendente, pronta a combattere per affermarsi in un mondo spietato con le donne. Vestita come un'occidentale, Zoulikha si aggirava in quella Cesarea algerina che oggi si chiama Cherchell. E quando la passione civile l'ha chiamata a combattere nella guerra in cui sono morti un milione di suoi conterranei, lei, l’anarchica, si è unita ai partigiani sulle montagne, seguendo le orme del suo terzo marito trucidato nel conflitto.
Poi a un tratto Zoulikha è scomparsa: di lei si sa soltanto che è stata catturata, torturata e uccisa. Nessuno però sa dove, né quando. Ma l'anima della donna rimasta senza sepoltura è "come se ancora fluttuasse, invisibile, sulla città rossa".
Lo sente anche la giornalista televisiva che vent'anni dopo, nel 1976, arriva a Cherchell per raccogliere notizie e testimonianze sull'eroina della resistenza algerina.
A cura di Maria Ludovica Piombino
