Il Processo Kimberley

Il Processo Kimberley: uniti per escludere i diamanti di conflitto

Negli anni ’90 il mondo del commercio dei diamanti era avvolto da un velo di segretezza e di mistero. Gli interessi economici in gioco erano tanto grandi, e la concorrenza compratore diamantiinternazionale tanto aggressiva, che gli stessi governi preferivano ignorare la questione e non dare fastidio alla propria industria del diamante. Un gruppo di ONG si coalizzò per lanciare a livello mondiale una campagna per mettere al bando i diamanti di conflitto.

Insperatamente la campagna colpì l’opinione pubblica, i mass-media l’amplificarono, al punto che governi e industria dovettero correre ai ripari, di fronte alla minaccia di un crollo di immagine e di vendite della pietra preziosa per eccellenza. Le ONG non si fermarono alla denuncia, ma invitarono governi, industria del diamante e agenzie internazionali a un tavolo di lavoro, scambio e trattativa, al fine di giungere a un meccanismo di regolazione del mercato dei diamanti che escludesse le pietre grezze provenienti da gruppi di ribelli.

Il primo incontro si tenne nella capitale sudafricana dei diamanti, Kimberly, nel maggio 2000, e la trattativa prese il nome di Kimberley Process Certification Scheme, ossia: “Il sistema di certificazione del Processo di Kimberley”. Vi parteciparono rappresentanti dei governi dei principali paesi che producono e commerciano diamanti, delle organizzazioni mondiali e dell’industria del diamante, oltre che delle ONG. Il negoziato non fu facile, e durò tre anni, e alla fine produsse un accordo volontario tra imprese produttrici, imprese commercianti e governi, per fare in modo che il diamante fosse “tracciato” dalla miniera fino alla gioielleria, in modo da limitare e smascherare l’afflusso di diamanti di conflitto sul mercato mondiale.

I paesi produttori africani erano particolarmente interessati a contrastare la percezione negativa dei consumatori verso i diamanti africani, e a recuperare terreno nella competizione con gli altri grandi paesi produttori, come la Russia, il Canada e l’Australia. Il governo angolano, per sua parte, voleva che fosse fatto qualcosa di concreto per impedire ai ribelli dell’UNITA di procurarsi finanziamenti attraverso il commercio dei diamanti che produceva in zone del paese ancora sotto il suo controllo, e costringerli a mettere fine alla guerra civile.
Il processo di negoziazione di Kimberley ebbe un esito positivo, e nel novembre 2002 tutti i governi partecipanti e i rappresentanti dell’industria del diamante approvarono il Sistema Internazionale di Certificazione, che entrò in vigore nel luglio 2003.

Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale dell’ONU lo recepirono come un accordo economico-politico internazionale, e nella risoluzione 1459/2003 affermarono che l’ONU “sostiene fortemente il Sistema di Certificazione di Kimberley, e tutto il processo per renderlo operativo e più efficace”. I 62 stati partecipanti l’hanno ratificato e introdotto nella propria legislazione nazionale.

Il Processo di Kimberley non ha solo lo scopo di bloccare e prevenire il commercio dei diamanti di conflitto, ma anche di proteggere il commercio legale dei diamanti. I rappresentanti delle ONG occupano il ruolo di osservatori nel Processo, benché siano stati molti attivi sia nella negoziazione che nell’attuazione. In particolare Global Witness e Partnership Africa Canada sono stati coinvolti in una maniera inusuale, aiutando nella stesura del documento tecnico di lavoro che è sfociato nel documento finale, e fornendo ai partecipanti la necessaria informazione e formazione tecnica.

Come funziona il Processo di Kimberley?

Anzitutto si deve dire che esso si applica solo ai diamanti grezzi, e non a quelli tagliati e usati in gioielleria. Esso richiede che chi è membro del Processo di Kimberley commerci i suoi diamanti solo con gli altri membri, e non con paesi terzi, accettando di istituire meccanismi di controllo dell’import/export, in modo da isolare diamanti sospetti di provenire da zone di conflitto. Ogni stato produttore dovrà far accompagnare i suoi diamanti grezzi esportati da un certificato che provi che non sono diamanti di conflitto, e ogni stato importatore dovrà esigere tale certificato all’ingresso delle sue frontiere. Ma non è solo una questione di burocrazia, ma di reale volontà dei partecipanti, governi e industria, di rendere più trasparenti le transazioni internazionali.

Il sistema di certificazione di Kimberley si applica a lotti di diamanti, e non a singole pietre. Gli stati partecipanti devono garantire che l’import/export di diamanti avvenga tramite speciali contenitori sigillati e a prova di manomissione, devono raccogliere e scambiare dati statistici su produzione e commercio dei propri diamanti, devono utilizzare i formulari doganali uniformi approvati dal Processo di Kimberley.

Le sue debolezze

Anzitutto di non contenere un meccanismo regolare e indipendente di revisione sulle procedure di controllo messe in atto dai vari partecipanti. Era uno dei punti forza della proposta delle ONG, ma la resistenza dei governi fu decisiva, e il Processo di Kimberley si trovò amputato. Ma le ONG non desistirono, e su loro pressione nell’ottobre 2003 il World Diamond Council (organismo creato nel 2000 dall’industria del diamante per coordinare e monitorare le grandi transazioni e prevenire l’infiltrazione di diamanti di conflitto) accettò il compito di controllare se le operazioni commerciali dei paesi membri compivano o no i requisiti del Processo di Kimberley. Dopo di ciò l’Unione Europea e il Sudafrica decisero di mettere in atto anch’essi dei meccanismi propri di monitoraggio.

Un’altra debolezza è la mancanza assoluta di penalità e sanzioni verso i paesi e le imprese che violano l’accordo di Kimberley. Né è prevista l’espulsioni dei paesi recidivi.
La terza debolezza è il sistema di auto-regolazione invocato da parte dell’industria del diamante. In effetti le imprese si sono sempre mostrate refrattarie a controlli effettuati da organismi esterni e indipendenti, e hanno spesso affermato la propria volontà di adottare un codice etico di condotta, e di attenervisi rigorosamente. Le due organizzazioni mondiali più importanti, l’IDMA (che raggruppa i 10 maggiori centri mondiali di taglio) e il WFDB (che rappresenta 23 borse di diamanti sparse per il mondo), avevano già fatto questa proposta nel 2000, per prendere in contropiede le ONG che spingevano per avviare i colloqui di Kimberley, e crearono il World Diamond Council proprio come un’alternativa al Processo di Kimberley.

Gli obiettivi che proclama nel suo statuto sono altisonanti: “sviluppare, applicare e supervisionare un sistema di ‘tracciamento’ per l’import/export dei diamanti grezzi, al fine di prevenire lo sfruttamento di diamanti usati per alimentare guerre o atti disumani”. Nella pratica il WDC ha poca forza e scarsi mezzi per imporre un codice di condotta e di monitoraggio alle imprese che vi fanno capo. Tutto rimane a livello verbale e di ostentazione, non c’è una proposta unica di codice di condotta delle imprese, e tutto è lasciato alla buona volontà e al senso di responsabilità delle singole imprese. L’impresa si compromette a dichiarare sul suo onore che i suoi diamanti sono leciti e certificati, ma non permette che un organismo esterno ne verifichi le prove. È decisamente troppo poco.

Una quarta debolezza è l’esclusione dal processo di certificazione dei diamanti dei gioiellieri. Essi offrono ai propri clienti diamanti già tagliati, incastonati sui gioielli, che presentano come “conflict-free, certificati, non provenienti da aree di conflitto”, ma non hanno accesso alla documentazione preparata da importatori e tagliatori, in ottemperanza al Processo di Kimberley, né mostrano interesse nell’esigerla. Neppure esiste una maniera di appurare che tutti i diamanti finiti nelle gioiellerie provengano da paesi aderenti al Processo di Kimberley.

Un gioielliere di una grande catena americana faceva questa confidenza al ricercatore di Global Witness: “Noi abbiamo i nostri posti, lei sa, per comprare i nostri diamanti. Siamo noti per comprare nel posto migliore. Ai nostri acquirenti non interessa la provenienza, ma che i diamanti che comprano abbiano il nostro marchio” (Los Angeles, 7/1/2004).
Si veda, per approfondire l’argomento: Global Witness, Broken vows - Exposing the ‘Loupe’ Holes in the Diamond Industry’s Efforts to Prevent the Trade in Conflict Diamonds, marzo 2004.

Tre anni dopo, un bilancio

Nel 2006 il Kimberley Process ha compiuto tre anni, e si è tenuta una sessione speciale per farne un bilancio. In funzione di ciò Global Witness e Partnership Africa-Canada hanno pubblicato vari dossiers sulle carenze e debolezze del Processo, analizzando paesi in cui il traffico di diamanti di conflitto o di contrabbando è ancora florido: Costa d’Avorio, Liberia, Guinea, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Venezuela, Guyana, Brasile, Armenia. Citiamo alcuni di questi rapporti, reperibili nei siti delle due ONG: Making it Work - Why the Kimberley Process Must Do More to Stop Conflict Diamonds (novembre 2005); An Indipendent Commissioned Review Evaluating the Effectiveness of Kimberley Process (2006); Triple Jeopardy: Triplicate Forms and Triple Borders: Controlling Diamond Exports from Guyana (aprile 2006); Cautiously Optimistic: The Case for Maintaining Sanctions in Liberia (giugno 2006).

NIZA e “The Fund for Peace” hanno invece prodotto nel maggio 2006 lo studio: The Effect Of The Kimberley Process On Governance, Corruption, & Internal Conflict.
Questi studi mettono in evidenza le seguenti principali carenze:

- i meccanismi di controllo interno da parte dei quei paesi che esportano diamanti prodotti artigianalmente si sono rivelati inadeguati, come mostra soprattutto il caso della Costa d’Avorio, i cui diamanti sono estratti dai ribelli e immessi nel mercato mondiale tramite trafficanti basati in Mali (che non ha aderito al Processo di Kimberley), Guinea, Liberia; i paesi africani devono essere aiutati a dotarsi degli strumenti tecnici e logistici per un più efficace controllo del flusso interno dei propri diamanti;
- i centri di taglio dei diamanti non constano tra le strutture controllate dal Processo di Kimberley, ma il caso dell’Armenia ha rivelato che essi spesso diventano uno sbocco diretto per diamanti di dubbia provenienza; per questo i governi dovranno stabilire controlli specifici per questi centri;
- mentre diminuisce l’afflusso sul mercato di diamanti di conflitto, non si è ridotto il quantitativo di diamanti di contrabbando, di cui si alimenta il riciclaggio di denaro sporco e il finanziamento di gruppi terroristici; il Processo di Kimberley dovrà determinare criteri e meccanismi per contrastare il contrabbando;
- deve essere maggiore la coordinazione con altri organismi e meccanismi, pubblici, privati e internazionali, che cercano di controllare e contrastare fenomeni legati ai diamanti di sangue: traffico di armi, droga, riciclaggio di denaro, traffico di metalli preziosi e strategici.

Tratto da Afriche, n° 72

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova