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I diamanti del Centrafrica, un ostacolo alla pace

11-02-04 centrafrica

Migliaia di persone dipendono dall’estrazione dei diamanti nelle regioni orientali della Repubblica Centraficana, che, non senza proteste e polemiche, ha appena rieletto François Bozizé come suo presidente.

I cercatori di diamanti ricavano guadagni di miseria, e questo è il paradosso dell’estrazione artigianale. Oltre a ciò subiscono ogni sorta di maltrattamenti da parte di gruppi armati, locali e stranieri. È la denuncia di un rapporto dell’International Crisis Group (ICG), presentato recentemente alla stampa, dal titolo “Piccole pietre pericolose: i diamanti nella Repubblica Centrafricana”.

I diamanti non hanno portato ricchezza

I diamanti non sono sinonimo di ricchezza, scrive il rapporto: “L’incapacità dei minatori artigianali ad affrancarsi dalla povertà ostacola lo sviluppo in queste regioni minerarie, e aumenta il rischio di vedere giovani uomini e donne unirsi ai gruppi ribelli, nella speranza di migliorare la loro sorte”.

Molte le cause per le quali i minatori artigianali rimangono prigionieri della loro miseria: livello di istruzione molto debole, costi elevati dell’estrazione dei diamanti, produttività estremamente bassa: “La maggior parte dei minatori ignorano il vero valore di un diamante – scrive il rapporto – ma anche se lo conoscessero, sono obbligati a venderli a un prezzo imposto dai compratori locali, che gli hanno anticipato una somma di denaro per finanziare il lavoro. Un compratore può acquistare un diamante di un carato a 160 dollari al minatore, e poi rivenderlo ai grossi commercianti (per lo più stranieri) a 400 o 600 dollari”.

I giacimenti diamantiferi del Centrafrica sono di tipo alluvionale, il che rende l’estrazione più difficile e lo sfruttamento industriale poco redditizio. Al momento la produzione è quindi affidata non ai bulldozer, ma alla pala, al piccone e al setaccio, azionati con la forza delle braccia di migliaia di disperati. Che sono in costante aumento, avendo raggiunto il numero di 100mila, secondo le stime di ICG.

Necessaria una maggiore presenza dello Stato

L’Ong londinese (anche se oramai ha raggiunto una dimensione internazionale con 4 sedi in due continenti) avanza alcune raccomandazioni: regolamentare il settore diamantifero artigianale con leggi appropriate, migliorare le condizioni di vita dei minatori, impedire il loro sfruttamento ingiusto, combattere l’illegalità, lanciare progetti agricoli per integrare il precario reddito minerario.

Chi trae i maggiori profitti sono infatti i mediatori senza scrupoli, i guerriglieri e le forze dell’ordine corrotte. Lo Stato è il grande perdente, perché le imposte vengono aggirate. Una possibile fonte interna di finanziamento dello sviluppo e della lotta alla povertà si perde nei rivoli della corruzione.

I diamanti attraggono i ribelli dei principali movimenti armati, come il CPJP (Convenzione dei Patrioti per la Giustizia e la Pace) e l’UFDR (Unione delle Forze Democratiche per il Raggruppamento). La regione è così una delle più insicure dell’Africa, e finché i ribelli avranno a disposizione questa fonte di finanziamento, la fine della guerra civile rimane un miraggio.

Il CPJ è stato protagonista di un’azione spettacolare lo scorso novembre, quando si è impadronito della città di Birao, nella regione nord-orientale di Vakaga, al confine con il Ciad. Ha approfittato della partenza del contingente dell’Onu, che dal 2007 esercitava una missione di pace nella zona di confine tra i due paesi. Migliaia di persone sono allora fuggite dalla città, per trovare rifugio e protezione nei campi profughi ancora aperti in Ciad. Con molta difficoltà un battaglione misto, ciadiano-centrafricano, ha ripreso il controllo della città.

Movimenti ribelli sempre attivi nella regione

Si ricorda che la missione dell’Onu aveva il compito di proteggere l’assistenza umanitaria delle Ong ai profughi, non solo dagli attacchi dei ribelli, ma anche dei gruppi di banditi, che hanno proliferato da quando l’autorità dei due stati è venuta meno in questa regione di frontiera. È stato il governo del Ciad che ha insistito perché i caschi blu abbandonassero il paese, affermando di avere oramai la capacità di garantire da solo protezione alla sua popolazione.

A rendere ancora più confusa la situazione si è aggiunto il Lord Resistence Army (LRA), il famigerato movimento ribelle ugandese. Il presidente Bozizé esige che l’esercito ugandese persegua i ribelli del LRA nelle sue sortite dalla RD Congo verso il sud del Centrafrica. Ma da quando gli ugandesi hanno tolto il loro quartier maggiore da Sam Ouandja, per stabilirsi più a Sud, il vuoto è stato riempito dall’UFDR.

L’esercito centrafricano non è in grado di ristabilire la sicurezza nelle regioni dell’est, e la popolazione è sempre più inquieta. Il problema è che le sono state sbarrate tutte le vie di fuga: a est c’è la frontiera calda del Darfur sudanese; a nord sono i ribelli del CPJP e del UFDR a togliere il sonno; a sud e a ovest l’instabilità è provocata dal LRA, che sconfina sempre più impunemente dalle sua basi nelle Province orientale e dell’Equatoria del RD Congo.

Le agenzie umanitarie hanno già lanciato vari appelli affinché la comunità internazionale si accorga della situazione drammatica in cui si trova il paese e una buona parte della sua popolazione.

Foto: un ribelle dell'UFDR

4-02-2011

Per approfondire e rimanere informati sul Centrafica si può consultare il sito di HDPT CAR (Humanitarian and Development Partnership Team Central African Republic), un consorzio di Ong, insieme alla Croce Rossa e alle agenzie umanitarie dell’Onu, che pubblica un prezioso bollettino quindicinale

Guarda le foto di HDPT su Flickr

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