Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense
Questa festa mi richiama un’espressione che viene spesso utilizzata in Missione, quella della Chiesa madre che genera altre chiese. Sì, perché mentre in Europa le parrocchie con le loro chiese, mancando di sacerdoti, si uniscono in unità pastorali, in Africa avviene il contrario: le comunità cristiane crescono, e poi da una comunità
È proprio l’acqua che esce dal tempio, l’acqua del battesimo che fa aumentare il numero dei cristiani che sentono il bisogno di creare nuove comunità e vogliono dare loro visibilità anche nella costruzione di una cappella in legno o in cemento quando ci sono le possibilità. In questa costruzione della chiesa-comunità, tutti si sentono chiamati a contribuire, e spesso il missionario è preceduto da laici che mossi dallo Spirito capiscono che devono impegnarsi anche ad edificare quella sala che sarà la chiesa o cappella.
Spesso la domenica anche senza la presenza del sacerdote che non può assicurare la celebrazione eucaristica in decine di chiese, ma si affida all’annuncio della parola di Dio e alla preghiera comunitaria guidata da un catechista preparato, il Giorno del Signore viene vissuto come giorno di festa. Lo Spirito Santo e la Parola di Dio sono certamente i motori per l’espansione della comunità cristiana che cammina e si diffonde senza perdere il legame con chi l’ha generata.
La Chiesa vive anche nei momenti di crisi e riesce ad adattarsi a situazioni di disagio alimentandosi sempre dalle stesse sorgenti. Ricordo quanto mi riferiva Charles, il catechista di una comunità cristiana di campagna, quando dovette scappare con la sua famiglia ed altra gente del villaggio invaso dai ribelli. Si rifugiarono in foresta dove rimasero per circa tre mesi durante i quali alla domenica si ritrovavano per celebrare il Giorno del Signore come potevano. Ciò che dava loro coraggio era il sapere che la stessa parola di Dio, che veniva annunciata loro da Charles, era meditata anche in tutte le altre comunità cristiane del mondo intero e in questa unità orante con la stessa parola del Signore sentivano di non essere soli.
Al ritorno trovarono la loro bella chiesa di villaggio occupata dai soldati dell’esercito regolare che ne avevano fatto una specie di caserma. La situazione non era molto simpatica ma questi soldati dicevano che erano rimasti a difenderli da eventuali altri attacchi dei ribelli. I cristiani non si scoraggiarono neppure di fronte a questa difficoltà ma nel piccolo cortile del catechista costruirono una tettoia in legno ricoperta alla meglio di foglie di palma e per due anni la comunità cattolica di Para, dal nome del villaggio, si riuniva per le celebrazioni domenicali.
Quelli che si erano rifugiati in foresta e lì avevano sofferto e pregato non erano tutti assidui frequentatori della chiesa ,ma al ritorno al villaggio avevano ripreso a frequentare regolarmente la celebrazione della domenica.
La notte pasquale del 2005 potei celebrare la Veglia con la Messa e 19 battesimi di giovani ed adulti, alcuni dei quali dicevano che si erano convertiti proprio nel periodo cruciale quando erano anche loro fuggiti in foresta, e là avevano visto come i cristiani pregavano pur tra le difficoltà. La parola di Dio annunciata con coraggio anche nei momenti di sofferenza fa capire a chi ha in cuore sensibile che il Signore ha per tutti, in particolare per i più bisognosi una parola di conforto che salva e diffonde la Chiesa, segno del Regno di amore, di pace e di giustizia.
P. Vito Girotto
