Bessie Head

Bessie Head: l’impossibile riconciliazione con la propria storia.

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La storia della sua vita è qualcosa di inquietante. La madre, bianca, la partorì in manicomio, frutto di una relazione “maledetta” con lo stalliero negro del padre. Crebbe in famiglie di neri poverissimi. La vita, sinonimo di rifiuto: del colore della sua pelle, del suo paese, della normalità. I suoi scritti trasudano la rabbia contro il suo destino e la nostalgia di un mondo scomparso nei vortici della storia.

Bessie (Elizabeth) Head nacque il 6 luglio 1937 a Pietermaritzburg, nel Natal, nel Sudafrica sud-orientale, da una donna bianca di un’agiata famiglia di Johannesburg la quale aveva avuto una relazione con un africano che lavorava come garzone di stalla per la sua famiglia, nota per avere uno dei più importanti allevamenti di cavalli da corsa del Sudafrica, nel Transvaal. La piccola nacque in un manicomio dove la madre - che si chiamava anch’essa Elizabeth - era stata internata dai suoi, lontano dalla città d’origine, e dove morì, forse suicida, nel 1943.
Bessie fu data in affido a una famiglia di bianchi che la restituirono dopo qualche tempo, quando si resero conto che la creatura era di pelle più scura della loro (infatti era visibilmente meticcia). Dopo questo primo intoppo, Bessie fu collocata presso una famiglia di meticci che la allevarono come fosse una loro figliola.

I traumi dell’infanzia
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Aveva sei anni quando il padre adottivo morì tragicamente, facendo precipitare la famiglia in una crisi anche economica; e ne aveva tredici quando fu brutalmente informata delle proprie origini e seppe di non essere consanguinea di coloro che l’avevano cresciuta sino allora. Nello stesso tempo apprese pure che la famiglia adottiva non poteva più mantenerla né farsi carico della sua istruzione. Entrò in un convitto-orfanotrofio retto da missionari inglesi che la fecero studiare; a diciotto anni, nel 1955, concluse la carriera scolastica conseguendo il diploma di insegnante (Natal Teachers’ Senior Certificate). Quando ebbe ventun anni e diventò maggiorenne - era il 1958 - riscosse la piccola eredità che le aveva lasciato la madre Elizabeth con la clausola che venisse usata per la sua educazione scolastica. Insegnò inglese a Durban, poi a Città del Capo e infine a Johannesburg. Si sposò con il giornalista Harold Head Howard, ed ebbe un figlio maschio, ma il matrimonio non durò a lungo.

Bessie Head era nata alla vigilia della seconda guerra mondiale, sino a trovarsi, adolescente, nel periodo dell’ascesa al potere del Partito nazionalista (1948) che segnò l’avvio dell’istituzionalizzazione dell’apartheid. Visse quindi sulla propria pelle la fase in cui il segregazionismo venne instaurato nel paese e i gruppi razziali vennero classificati e separati. La sua posizione a questo proposito era davvero anomala anche rispetto all’anormalità dell’apartheid perché, pur essendo classificata come coloured - cioè meticcia - non apparteneva all’ambiente sociale e alla cultura dei meticci, non conosceva che a stento la lingua afrikaans - che era di norma la lingua madre dei meticci - e si vedeva quindi respinta dovunque a causa del marchio della sua nascita.

Esperienze giornalistiche

Cominciò presto a scrivere narrativa, poesia e reportage giornalistici che pubblicava su vari fogli sudafricani; e sembra che la prima cosa che diede alla stampa fosse una poesia, Things I Don’t Like (Le cose che non mi piacciono), dal tono e dal linguaggio iroso, che comparve nel 1962 sul “New African”. Divenne poi collaboratrice della celebre rivista “Drum”, di Johannesburg, che aveva una redazione tutta composta di giornalisti e fotografi neri, e soprattutto del “Golden City Post” che apparteneva alla medesima proprietà di “Drum”. Su quest’ultimo giornale teneva una rubrica per i giovani che firmava Bessie Emery. Importante fu la collaborazione con la bella rivista letteraria “New African” che ospitò le firme dei migliori scrittori, non soltanto neri, di quegli anni, e che forse fu all’origine della sua schedatura presso la polizia sudafricana.
In Sudafrica gli anni Sessanta, iniziati con il massacro dei dimostranti pacifici di Sharpeville e l’uscita del paese dal Commonwealth, segnarono un duro giro di vite repressivo e videro la diaspora degli intellettuali avversi al regime. Nel 1964 Bessie Head, non potendo più tollerare l’oppressione dell’apartheid, lasciò il paese d’origine e si rifugiò nel villaggio di Serowe, nel vicino Botswana (che sarebbe diventato indipendente di lì a poco, nel 1966), dove dapprima insegnò nelle scuole locali e poi lavorò in una cooperativa agricola. Nel 1968 pubblicò il primo romanzo, When Rain Clouds Gather (“Quando si addensano le nuvole della pioggia”), e nel 1971 l’importante secondo romanzo Maru, ambientato in Botswana - come quasi tutta la sua narrativa - e che riscosse notevole successo di pubblico e di critica. Protagonista è una giovane donna, Margaret Cadmore, che appartiene a un gruppo etnico discriminato e ritenuto inferiore dagli africani bantu del Botswana, e che viene allevata ed educata da una generosa missionaria inglese da cui prende il nome. L’ombra del tema autobiografico è qui già presente nel motivo dell’esclusione del personaggio femminile, una donna che non si colloca in nessuna società o cultura e che deve affrontare una situazione esistenziale di isolamento e un clima di pregiudizio razziale.

Scrivere per liberare il suo inconscio


Negli anni Settanta Bessie Head soffrì di gravi forme maniaco-depressive e fu soggetta a crisi di paranoia, in una delle quali accusò Seretse Khama - personaggio di sangue reale del Botswana - di praticare il cannibalismo rituale. Fu a quest’epoca che venne ripetutamente internata in una clinica psichiatrica.

Nel 1974 compare A Question of Power (“Una questione di potere”), in cui la narrazione esplode dall’interno, facendosi schermo su cui proiettare memorie, ossessioni, fantasmi, fobie, problematiche autobiografiche. Questo romanzo è un importante esperimento narrativo che non ha eguali nella tradizione sudafricana né europea e riversa sul lettore un ardente magma psichico cui il lettore stesso deve arrendersi, lasciandosi trascinare. Un aspetto fondamentale della scrittura della Head è la sua alta qualità espressiva, il suo controllo del mezzo linguistico e dello stile: qui, come altrove, la Head scrive in un inglese limpido e ricco, elegante ma stranamente privo di connotazioni che lo identifichino geograficamente e socialmente. La lingua inglese, di solito così intimamente connotata per classe, sesso e origini regionali e nazionali, sembra qui volersi astrarre da ogni possibile marchio plasmandosi a un tornio nuovo e irripetibile, sino a divenire prodotto artificiale, violento e schizoide, e a sortirne con una eccentrica capacità di flessibilità e tenerezza, ma anche di crudeltà e sarcasmo: una capacità di “diventare”, di rappresentare l’altro da sé.

Una questione di potere è un tentativo estremo di uscire dal sé torturante in cui la protagonista è imprigionata, per cercare sentieri nuovi, oltre il confine della pazzia, in un bisogno assoluto di trovare limpidezza e pace, in un violento desiderio di fare spazio alla propria differenza di donna e di meticcia che non sa, non può, avere altro campo proprio. Quanto è stato detto da certa critica femminista americana E’ vero per Bessie Head: lo scrivere diventa un progetto di creazione, di fondazione d’un territorio nuovo - una matria, fondata sulla madre, anziché sul padre - ove riposare e riconoscersi.

La pace in un villaggio africano

Nel 1977 la prestigiosa collana “African Writers” della Heinemam di Londra, fondata e diretta da Chinua Achebe, che aveva fin dall’inizio ospitato le opere della Head, pubblicò una collezione di incantevoli racconti, The collector of Treasures (“La donna dei tesori”). Del 1981 è la seconda raccolta di narrativa breve, Serowe, Village of the Rain Wind (“Serowe, villaggio del vento di pioggia”), che costituisce un interessante tentativo di narrazione-documento.

Nel 1984 infine la Head impresse una svolta alla propria narrativa con il romanzo storico A Bewitched Crossroad. An African Saga (Crocevia stregato: una saga africana), in cui impostò un nuovo modo di raccontare la storia attingendo a fonti orali. Fu una scelta di campo, poiché si trattava di storia del Botswana. In effetti, quasi tutta la sua vita di esule - salvo saltuari intervalli trascorsi a Londra - si era svolta in Botswana, un paese con cui ebbe rapporti conflittuali, ma che nel 1979 adottò come proprio assumendone la cittadinanza, rifiutata negli anni precedenti. E in Botswana morì nel 1986; aveva quarantanove anni. I manoscritti che lasciò alla morte sono depositati al Khama III Memorial Museum di Serowe, in Botswana.

Dopo il 1986 vari curatori hanno dato alle stampe materiali che erano rimasti inediti oppure sparsi in riviste. Nel 1989 Gillian Stead Eilerson ha raccolto Tales of Tenderness and Power (“Racconti di tenerezza e potere”), mentre Craig Mackenzie ha curato nel 1990 gli scritti autobiografici di A Woman Alone (“Una donna sola”) e Randolph Vigne, nel 1991, una prima parte dell’epistolario, intitolata A Gesture of Belonging. Letters from Bessie Head, 1965-1979 (“Un gesto di appartenenza. Lettere 1965-1979”). Un romanzo inedito che risale agli anni Sessanta, quando l’autrice abitava nel quartiere misto District Six di Città del Capo, era stato affidato dalla stessa Bessie Head all’amico poeta Patrick Cullinan ed è stato pubblicato con il titolo The Cardinals (“I cardinali”, 1993, a cura di Margaret Daymond). Il romanzo fu scritto per primo in ordine di tempo. E’ il solo ad essere ambientato nel mondo sudafricano. Si tratta di un’opera di particolare interesse, imperniata sul personaggio d’una giovane donna che, chiusa in se stessa, non riesce a sbocciare ne sessualmente né professionalmente (come scrittrice).
La voce singolare di questa narratrice di grande talento sfida il lettore con un’importante problematica culturale e artistica, ponendo questioni di appartenenza, di scelta, di affidamento e di affiliazione.

Itala Vivan

(Tratto da: Afriche, n° 31)

Approfondimenti:


- Leggi due racconti di Bessie Head, pubblicati dalla rivista Afriche, n° 31:
- Bessie Head Heritage Trust: un’associazione per mantenere viva la memoria della grande scrittrice sudafricana. Visita il suo sito: oltre che la biografia, l’indice degli scritti, la photo-gallery, c’è anche una serie di iniziative culturali legate alla persona di Bessie Head.

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