Il fiume profondo: storia di un’antica migrazione tribale

Un racconto di Bessie Head

Molto tempo fa, quando la terra non era altro che viottoli e sentieri, gli esseri umani vivevano tutti insieme, quasi formassero un fiume profondo. In questo fiume profondo, non increspato da alcun conflitto o cambiamento improvviso, la gente viveva senza volto, ad eccezione del loro capo, il cui volto era quello di tutta la sua gente; così, se il nome del capo era Monemapee, allora essi diventavano tutti il popolo di Monemapee.

sudafrica small village 450I membri della tribù Talaote, invece, nel corso del loro viaggio verso sud - essendosi mescolati e rimescolati più volte con molte altre tribù - hanno dimenticato le proprie origini e la lingua di un tempo, cosicché il nome che portano, Talaote, è tutto ciò che hanno conservato a ricordo della loro storia. Prima che un conflitto giungesse ad increspare quel fiume profondo, erano tutti sudditi di Monemapee, il cui regno sorgeva da qualche parte al centro dell’Africa.

Essi ricordavano che Monemapee aveva governato la tribù per molti anni, dal momento che alla sua morte ogni capello che aveva in testa già gridava “sono diventato bianco!”. La gente produceva il raccolto, allevava i figli e istituiva le festività secondo le leggi della terra.
Sebbene a ciascuno di loro fossero state date le proprie terre da coltivare, nessuno era autorizzato a farlo senza l’ordine del capo.
II giorno in cui si doveva celebrare il ringraziamento, tutte le donne si recavano in fila, una dietro l’altra, alla casa del capo. Nella casa erano stati approntati dei grandi recipienti in cui le donne, man mano che arrivavano, versavano la birra. Poi tutti si radunavano per celebrare il ringraziamento in occasione della mietitura. Tutti vivevano in questo modo, sotto l’autorità del loro capo, come se possedessero un unico volto. Accettavano questo livellamento reggimentale delle loro singole anime, però il giorno in cui nasceva una discussione oppure quando discordia, conflitto e avidità sollevavano venti tempestosi su quel fiume profondo, la gente si ridestava e ciascuno mostrava il proprio volto.

Ora, durante la sua vita, Monemapee aveva avuto tre mogli. Da questi matrimoni erano nati quattro figli: Sebembele dalla prima moglie, Ntema e Mosemme da quella immediatamente più giovane, sudafrica (2)e Kagodi dalla terza in ordine di età. C’era poi un quinto figlio Makobi, un neonato che alla morte del vecchio capo Monemapee ancora succhiava il latte della madre. La quale madre era Rankwana, la terza delle mogli in ordine di età. E fu proprio a causa del quinto figlio, Makobi, che si accese la disputa. La sua nascita nascondeva un segreto. Monemapee aveva sposato la sua terza moglie, Rankwana, quando egli era ormai avanti negli anni. La ragazza era giovane e bella, e Sebembele, il figlio più grande, si innamoro di lei, però in segreto.

Alla morte di Monemapee, Sebembele, nella veste di figlio maggiore, fu nominato capo della tribù e immediatamente commise un errore grossolano. Rivedicò a sé Rankwana come moglie e rese pubblico il segreto secondo il quale il quinto figlio, Makobi, era figlio suo e non di suo padre.
La notizia fu accolta dalla gente con preoccupazione mentre le prime increspature d’inquietudine intervenivano ad agitare la superficie tranquilla di quel fiume che era la loro esistenza. I due fratelli più giovani, Ntema e Mosemme sollevarono una questione. Se Sebembele rivendicava il fatto che il piccolo Makobi era figlio suo - dicevano - ciò significava che un bambino tanto piccolo li soppiantava in anzianità, ed era una cosa che essi non potevano permettere. La pressione sottile esercitata su Sebembele dai fratelli minori tendeva a far sì che egli ripudiasse Rankwana e il bambino: così tutto sarebbe andato bene. Ma poi Sebembele commise il secondo errore. In un mondo nel quale le donne non avevano alcun valore, affermò con sincerità:
“L’amore tra me e Rankwana è grande!”.
Questa affermazione fu accolta dai consiglieri con fredda disapprovazione. “Al tuo posto”, dissero, “ci cercheremmo una moglie da qualche altra parte. Un capo non deve farsi trascinare dalle emozioni”.

Essi notarono anche che nel ricevere questo consiglio Sebembele si era fatto molto silenzioso e così lo lasciarono ai suoi pensieri, pensando che presto o tardi avrebbe preso una decisione che si accordasse con la loro.
Nel frattempo la gente si era tacitamente divisa in due fazioni. L’una diceva: “Se l’ama, che la tenga con sé. Conosciamo tutti Rankwana. E’ una persona incantevole, che merita di diventare la moglie di un capo”.
L’altra fazione diceva: “Dev’essere impazzito. Un uomo che si fa influenzare da una donna non può essere un capo. E come una persona che desse ascolto ai consigli di un bambino”.

All’inizio non vi fu alcuna sfida diretta al ruolo di capo che Sebembele occupava. Ma la natura di quella sorprendente controversia, cioè quella del suo amore per una donna ed un bambino, fece sì che la questione si trascinasse più a lungo di quanto il tempo non consentiva. Sebembele era impegnato ad interloquire con il proprio cuore o era immerso in teneri colloqui d’amore con la sua amata, Rankwana.
“Non so che cosa fare”, diceva Sebembele, diviso tra gli obblighi legati alla posizione che occupava e le sollecitazioni di una storia d’amore vissuta per molti, molti mesi nella più profonda segretezza. In certi momenti il cuore lo spingeva a rinunciare alla donna e al bambino, ma ogni volta che guardava Rankwana, improvvisamente gli diceva il contrario. Non riusciva a prendere nessuna decisione.
Quello che chiedeva per sé gli sembrava assai poco: la vicinanza di una donna bella cui la vita aveva dato molti altri doni attraenti, poiché era educata, gentile e affettuosa. Non appena Sebembele le comunicò il parere dei consiglieri, la donna chinò la testa e pianse un poco.
“Se questo è quello che dicono, amor mio”, disse disperata, “non ho più speranza né per me, né per il bambino. Sarebbe meglio che morissimo entrambi”.
“Ti si potrebbe trovare un altro marito”, suggerì lui.

“Metti in dubbio il mio amore per te, Sebembele”, disse lei. “Se ti perdessi mi ucciderei”.
Erano parole che avevano un significato preciso per lui, che era vittima dello stesso tipo di angoscia. Era un dolore terribile che sembrava paralizzargli i movimenti e i pensieri. Era come una malattia e, come qualsiasi altra infermità, non si poteva nascondere. Dovunque andasse, Sebembele la portava con sé.
“I nostri cuori dicono molte cose su quest’uomo”, dicevano tra loro i consiglieri. Dicevano che non era un vero uomo; che non era adatto a comandare, e che le situazioni gli sfuggivano di mano. Quelli che ancora si dimostravano comprensivi verso di lui gli si avvicinarono e gli dissero:
“Perché ti tormenti tanto per una donna, Sebembele? Non c’è limite al numero di mogli che un capo può avere, ma tu non puoi avere quella donna e quel bambino”.
Ma le cose ormai si erano messe in moto e tutti erano in agitazione per quanto stava accadendo.

Tutto fu predisposto in gran segreto e un certo giorno Rankwana e il bambino furono ricondotti con la forza a casa del padre di lei. Fin da quando era sorta quella controversia, il padre della ragazza era stato perseguitato giorno e notte dai consiglieri, in quanto persona la cui influenza avrebbe potuto contribuire a por fine alla faccenda. Quando la ragazza fu portata da lui, l’uomo era ormai ridotto ad un continuo agitato borbottare tra sé e sé. II piano era quello di darle al più presto un marito, e sistemare la questione. La donna non era ancora ufficialmente sposata con Sebembele.
“Mi hai messo in grandi difficoltà, figlia mia”, le disse il padre distogliendo lo sguardo dal suo viso addolorato. “Le donne non sanno mai quello che vogliono e quando tutto questo sarà passato e tu avrai avuto molti figli, ti chiederai meravigliata il perché di tanto baccano”.

“Può darsi che altre donne non sappiano quello che vogliono...”, ribattè lei, ma egli la zittì con un gesto della mano, levata ad indicare il marito che era stato scelto per lei. Nei volti di coloro che la attorniavano non vi era solidarietà, né volontà di aiutarla, e così ella si lasciò condurre quietamente verso la sua nuova casa.
Quando Sebembele fece ritorno nel proprio cortile, dopo una mattinata trascorsa ad occuparsi dei problemi della terra sulla quale governava, vi trovò i suoi fratelli Ntema e Mosemme.

“Come mai siete venuti a trovarmi?” chiese loro con il tono di chi presagisce qualcosa. “Non lo fate mai. Si direbbe che fossimo nemici accaniti, anziché fratelli”.
“Con la tua pazzia per una donna hai sconvolto l’intera città”, replicarono quelli con aria di scherno. “Adesso lei non è più qui. Ma noi pretendiamo ancora che tu, dopo aver chiamato a raccolta la nostra gente, rinneghi pubblicamente il bambino, Makobi, affinché la nostra posizione risulti chiara. Tu dovrai dire: ‘Quel bambino, Makobi, è il fratello più giovane dei miei fratelli, Ntema e Mosemme, e non il figlio di Sebembele che vi governa’ ”.
Sebembele li fissò per un lungo istante. Non era più odio quello che provava, ma finalmente un senso di pace. I suoi fratelli lo stavano costringendo ad abbandonare la tribù.

“Dite alla gente di radunarsi”, disse, “ma quello che dirò loro è affar mio”.
La mattina dopo gli abitanti dell’intera città videro una cosa tanto sorprendente da far sobbalzare il cuore. Videro il loro capo attraversare lentamente e senza seguito tutta la città. Poi lo videro fermarsi presso il cortile del padre di Rankwana. Videro Sebembele e il padre di Rankwana dirigersi assieme verso la casa del nuovo marito della ragazza, nella quale la donna era stata tenuta nascosta. Videro Rankwana e Sebembele attraversare fianco a fianco la città. Sebembele reggeva tra le braccia il piccolo Makobi. Si accorsero allora di avere un capo che si esprimeva a fatti piuttosto che a parole. Ma la gente era ancora divisa in due fazioni. C’era un’intera parte della popolazione alla quale il comportamento di Sebembele non piaceva, perché era sconvolgente e li metteva molto a disagio. Il loro non era certo un mondo tenero, compassionevole e romantico. Eppure in certo modo lo era. In campo avverso, le argomentazioni a sostegno di Sebembele fioccarono fitte e rapide durante tutto il tempo, e dicevano:

“All’origine di tutto questo scompiglio ci sono Ntema e Mosemme. Che cosa vogliono, visto che hanno posto un problema così difficile davanti a tutti noi? Sono soltanto pieni di indignazione per il comportamento di Sebembele. Non ci fidiamo di loro, non ci piacciono. E’ Sebembele che noi amiamo, anche se ha dato prova di avere un lato debole...”.
Quella mattina, con il suo gesto bizzarro e romantico, Sebembele aveva conquistato totalmente la propria gente, ma aveva perduto ogni altra cosa, compresa la sovranità del regno di Monemapee.

Quando tutta la gente si fu radunata nel luogo delle assemblee in città, non era rimasto più molto di cui discutere. Uno dopo l’altro i consiglieri si alzarono in piedi e condannarono il comportamento di Sebembele. Così i due fratelli, Ntema e Mosemme, per il momento l’ebbero vinta. Sempre esprimendosi all’unisono, si alzarono in piedi e chiesero se il loro fratello maggiore avesse qualcosa da dire prima di andarsene insieme ai suoi.
“Makobi è mio figlio”, disse lui.

“Talaote”, replicarono quelli, una parola che nella lingua della tribù significava: “D’accordo, te ne puoi andare”.
Il termine Talaote fu tutto ciò che essi avrebbero conservato della loro identità di sudditi del regno di Monemapee. Quello stesso giorno Sebembele e i suoi seguaci caricarono tutto ciò che possedevano sul dorso delle loro bestie e lentamente si diressero verso sud. Si sarebbero lasciati dietro le spalle molte rovine; e si dice che nel loro viaggio verso sud abbiano vissuto insieme a molte altre tribù, sin quando alla fine si stabilirono nella terra di Bamangwato. Ancora oggi nel villaggio principale dei Bamangwato esiste una tribù Batalaote, separata dalle altre. Gli anziani continuano a dare resoconti confusi e contraddittori delle proprie origini, però ripetono di aver perduto il loro luogo di provenienza per colpa di una donna. Scuotono la testa e dicono che da che mondo è mondo le donne hanno sempre provocato un mucchio di guai. Ricordano che il figlio del loro capo era stato chiamato Talaote per ricordare la loro cacciata dal regno di Monemapee.

Afriche, n° 31

(Tratto da La donna dei tesori, tradotto e pubblicato dall’Editrice Il Lavoro, Roma, 1991 – su gentile concessione).


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