Vita

Un racconto di Bessie Head

Nel 1963, quando per la prima volta furono fissati i confini tra Botswana e Sudafrica in attesa dell’indipendenza del Botswana ottenuta nel 1966, tutti coloro che erano nati in Botswana furono costretti a rimpatriare. Furono questi residenti a venire scombussolati, e nuovamente costretti a riprendere la vita di villaggio, in un paese prevalentemente agricolo.

makaputu s a  ph   marietta metro r c Al loro rientro costoro portarono con sé numerosi frammenti di una cultura straniera e abitudini cittadine che avevano nel frattempo assimilato. Gli abitanti del villaggio reagirono a modo loro; le cose che piacevano e che tornavano utili vennero assimilate, e ciò che si ritenne dannoso venne respinto. L’assassinio di Vita riassunse in sé questo complesso sottofondo di rifiuto.

Vita aveva lasciato il villaggio per andare a Johannesburg con i genitori quando era soltanto una bambina di dieci anni. I genitori nel frattempo erano morti e al suo ritorno, diciassette anni più tardi, Vita scoprì di possedere ancora una casa nel villaggio, com’era consuetudine del luogo. Non appena disse di chiamarsi Vita Morapedi, subito la gente la accompagnò cortesemente nel cortile dei Morapedi, che si trovava al centro del villaggio. Il cortile di famiglia era rimasto intatto, proprio come lo avevano lasciato, eccetto che era penoso a vedersi, nello stato di abbandono in cui si trovava. I pali di legno che sostenevano le travi delle capanne si erano piegati ad angolo, completamente rosicchiati alla base dalle formiche. Erbe ed erbacce, cresciute a seguito di molte piogge stagionali, si aggrovigliavano le une alle altre all’interno del cortile.
Un gruppo di donne si soffermarono accanto a lei.

“Possiamo aiutarti a mettere in ordine il cortile”, le dissero gentilmente. “Ci fa molto piacere che una nostra figlia sia ritornata a casa”.
Erano molto colpite dall’eleganza di questa ragazza di città. Loro in genere indossavano vestiti vecchi e conservavano le cose migliori per occasioni speciali come ad esempio i matrimoni; e persino in quel caso le cose migliori magari non erano altro che dei qualsiasi vestiti di cotonina stampata. La ragazza indossava un costoso abito di lino color crema, confezionato in modo da mettere in risalto la sua figura piena e slanciata. Parlava con un ritmo rapido, lievemente isterico, ma la cosa si armonizzava con l’intera sua personalità.

“Ci porterà un po’ di luce”, dissero fra loro le donne, allontanandosi in cerca degli attrezzi da lavoro. Desideravano sempre “la luce”, intendendo dire, con ciò, che erano sempre pronte ad accogliere idee nuove che avrebbero ravvivato la monotonia e la quotidianità della vita del villaggio.
Una donna che abitava accanto al cortile dei Morapedi si era offerta di ospitare Vita fino a quando il suo cortile non fosse stato rimesso in ordine. Le donne avevano reclutato due uomini che se ne stavano oziosi, per raddrizzare l’inclinatura instabile dei pali di legno della capanna. A tutti faceva piacere accorgersi che la nuova venuta sembrava possedere un flusso inesauribile di denaro che distribuiva a piene mani. Quelli che lavoravano nel suo cortile facevano capire che una certa quantità di carne di capra messa a bollire a fuoco lento in un grande paiolo di ferro avrebbe aiutato a far procedere il lavoro a ritmo sostenuto: ed ecco che Vita tirava subito fuori i soldi per comprare la carne, e poi anche tè, latte, zucchero, scodelle di polenta o qualsiasi altra cosa i lavoranti desiderassero, cosicché quelle due settimane trascorse ad abbellire il suo cortile sembrarono una lunga festa nuziale.

sudafrica ph tourismnorthwest“Com’è che hai tanti soldi, figlia mia?” chiese alla fine una delle donne, incuriosita.
“A Johannesburg i soldi scorrono come l’acqua”, rispose Vita con quella sua risata gaia e al tempo stesso un po’ isterica. “Basta saper come fare a procurarseli”.
Le donne accolsero la risposta con cautela, dicendosi l’un l’altra che quella loro figlia, a Johannesburg, non doveva aver vissuto in modo troppo serio. Parsimonia e onestà erano i temi dominanti della vita del villaggio, e tutti sapevano che non si poteva essere ricchi e onesti al tempo stesso; la gente contava ogni centesimo e sapeva come se lo era procurato: lavorando duramente. Non pensavano mai al denaro come ad un pozzo senza fondo e senza fine; esso aveva sempre una fine, ed era difficile riuscire ad averne, in quella terra asciutta e semidesertica. Prevedevano che si sarebbe presto sistemata: le ragazze intelligenti prima o poi trovavano lavoro all’ufficio postale.
Vita aveva avuto una di quelle carriere movimentate che una città come Johannesburg offriva a molte donne di colore. Era stata cantante, reginetta di bellezza, modella pubblicitaria, e infine prostituta. Nessuna di queste carriere era disponibile nel villaggio: per le donne analfabete c’erano agricoltura e lavori domestici; quelle che avevano studiato diventavano maestre, infermiere e impiegate. La prima ondata di donne che Vita attrasse a sé furono le contadine e le casalinghe.

Costoro rappresentavano il nucleo centrale, intransigente e profondamente tradizionalista, della vita del villaggio. Queste donne non ci misero molto ad allontanarsi completamente da lei, perché gli uomini cominciarono ad arrivare in un fluire ininterrotto. A suscitare costernazione fu il fatto che Vita fosse la prima ed unica donna nel villaggio a trasformare in attività redditizia il fatto di vendere se stessa. Gli uomini la pagavano per i servizi che offriva. Quando si sparse in giro la notizia che nel cortile di Vita questa era diventata un’attività remunerativa, la ragazza attirò a sé una seconda ondata di donne: le birraie del villaggio.
Quelle che fabbricavano la birra formavano un’allegra e affabile combriccola di donne che si erano emancipate già da qualche tempo. Erano sempre ubriache e le si vedeva andare in giro per il villaggio barcollanti, di solito con un figlio illegittimo dagli occhioni spalancati, che si portavano abbarbicato ai fianchi.
“Fidanzati, sì. Mariti, uh, uh, no. Noi vogliamo governarci da sole!”
Ma anch’esse erano soggette alle regole di rispettabilità della vita del villaggio. Nella loro esistenza passavano molti uomini, ma questi uomini erano tutti, per un certo periodo di tempo, dei fidanzati fissi. L’accordo di solito era: “Mamma, tu aiuti me e io aiuto te”.

Tutto questo, però era solo per dare un po’ di fumo negli occhi. Gli uomini oziavano, vivevano dei proventi delle donne e durante tutto questo periodo sborsavano sì e no un paio di rands di tasca propria. Dopo circa tre mesi arrivava la resa dei conti:
“Amico”, diceva la donna. “L’amore è amore e i soldi sono soldi. Tu mi devi dei soldi”. E quello non si faceva vedere mai più; però arrivava subito un altro mascalzone a prendere il suo posto, e così la storia non finiva mai. Queste donne trovarono in Vita la loro regina. Molto presto nella zona centrale del villaggio si riprodussero, su scala minore, il frastuono e la violenza d’un sobborgo di Johannesburg. Una radio a transistor andava a tutto volume dalla mattina alla sera. Uomini e donne si aggiravano barcollando, ubriachi e in preda alle risa, mentre cibo e bevande circolavano come fossero latte e miele. Gli altri abitanti del villaggio osservavano il fenomeno storcendo la bocca, e in tono cupo commentavano:
“Un giorno saranno tutti fulminati, come Sodoma e Gomorra.”

Come le birraie, anche Vita aveva un linguaggio tutto suo. Quando le amiche esprimevano sorpresa per le enormi quantità di bistecche, uova, fegato, rognoni e riso che si consumavano nel suo cortile, la donna, in tono spensierato e disinvolto, rispondeva: “Sono abituata a maneggiare soldi grossi”. Ma loro non ci credevano; era gente troppo solida per dar credito a un genere di fortuna che poggiava su basi così instabili, e, quasi volessero bilanciare una qualche sorte avversa che poteva trovarsi proprio dietro l’angolo, spesso portavano con sé i propri polli scarni allevati nei cortili del villaggio, che offrivano per la serie dei pasti quotidiani. E una delle teorie di Vita sulla vita era: “Il mio motto è: vivere in fretta, morire giovane, e diventare un cadavere di bell’aspetto”. Tutto ciò veniva detto con l’allegria spavalda e impudente d’una donna che aveva infranto tutti i tabù sociali.

Alcuni mesi dopo l’arrivo di Vita al villaggio, fu inaugurato il primo albergo con annesso il bar. All’inizio il posto fu evitato da tutte le donne; persino le birraie ritennero di non essere ancora cadute tanto in basso, dal momento che il bar era anche associato all’idea di vendere se stesse. Per Vita quello diventò il luogo preferito per gli incontri d’affari, perché semplificava il problema degli appuntamenti per il giorno dopo. Nessuno degli uomini mise in discussione il proprio comportamento, né si domandò in che modo si fosse consentito che una situazione tanto innaturale prendesse piede; nel villaggio essi potevano ottenere gratis tutto il sesso di cui avevano bisogno, ma il fatto che per la prima volta dovessero pagare per ottenerlo sembrava affascinarli. Ben presto raggiunsero la fase in cui comunicavano con Vita in linguaggio stenografico:
“Quando?” E lei rispondeva: “Alle dieci”. “Quando?” “Alle due”. “Quando?” “Alle quattro”, e così via.

Poi, una sera, la morte entrò silenziosamente in quel locale. Fu Lesego, il mandriano appena tornato dalla zona dei pascoli dove era stato impegnato per tre mesi. Nel villaggio gli uomini si costruivano una loro reputazione individuale; e quella di Lesego era una delle più rispettate ed onorate. Di lui la gente diceva: “Quando Lesego ha soldi, e tu ne hai bisogno, lui ti dà quello che ha e non ti affligge con la data della restituzione...” Ma egli era rispettato anche per un’altra ragione: per la chiarezza e la tranquilla indifferenza delle sue opinioni. L’uomo era anche uno dei più bravi allevatori della zona, con un conto in banca di 7.000 rands; e ogni volta che arrivava al villaggio se ne andava in giro a bighellonare e a far pettegolezzi, oppure andava ad assistere alle riunioni del kgotla, cosicché alla fine la gente aveva una specie di detto: “Adesso devo tornare al lavoro. Non sono come Lesego, che ha i soldi in banca”.

Come di consueto, i neri occhi scintillanti di Vita si aggirarono come un radar nel bar. Quella sera fecero due volte il giro del locale allo stesso modo, ogni volta soffermandosi per un buon secondo sull’espressione acuta, cupa e concentrata della faccia di Lesego. Non ce n’erano altri, al bar, con quell’espressione; gli altri avevano tutti delle facce mansuete e vuote. L’uomo era quanto di più simile Vita vedesse, dopo tanto tempo, ai gangsters di Johannesburg che aveva frequentato: stessi gesti essenziali ed economici, stesso potere e capacità di controllo. Tutti quelli che gli erano accanto tacquero e cominciarono a consultarsi con lui a voce bassa e concitata. Mentre tutti gli altri uomini dovevano prendere l’iniziativa di avvicinarsi a lei, la terza volta che gli occhi della donna, come un radar, percorsero velocemente la stanza con lo sguardo, l’uomo rimase immobile, girò lentamente la testa per poi piegarla un poco all’indietro con uno scatto, rnentre impartiva un ordine silenzioso che diceva:
“Vieni qui”.

La donna si spostò immediatamente all’altro capo del bar, dov’era lui.
“Salve”, disse l’uomo con voce sorprendentemente dolce, mentre un sorriso improvviso gli attraversava la faccia scura e riservata. Ma i due si scambiarono uno sguardo a partire ciascuno dal proprio mondo, e giunsero a conclusioni disastrose: lei vide in lui l’autorità e la mascolinità dei gangsters; per lui ci fu la vivacità e la meraviglia di un tipo di donna completamente nuovo. Lui aveva lasciato tutte le sue donne dopo un po’ di tempo, perché lo annoiavano; e, come tutti quelli che fanno una vita noiosa e monotona, era attratto dal sottofondo di isteria che c’era in lei.

Ben presto si alzarono e uscirono insieme. Un silenzio sorpreso calò sul bar. Gli uomini si scambiarono delle occhiate, e, dal modo in cui vanno queste cose, si capì che fin quando Lesego si trovava nei paraggi gli altri appuntamenti sarebbero stati annullati. E quasi a dar voce ai pensieri di tutti, Sianana - uno degli amici di Lesego - commentò: “Lesego vuole soltanto provarci, come abbiamo fatto tutti, perché è una cosa nuova. Quando si accorgerà che è marcia fino al midollo, non ci rimarrà”.
Ma Sianana si sarebbe presto accorto di non conoscere a fondo il suo amico. Per una settimana Lesego non si fece vedere in nessuno dei luoghi dove normalmente passava il suo tempo e quando riemerse fu per annunciare che stava per sposarsi. La notizia venne accolta con fredda ostilità. Non si parlò d’altro; la cosa appariva tanto impossibile quanto era impossibile che un assassinio venisse commesso davanti ai loro stessi occhi.

Ancora una volta Sianana si fece portavoce di tutti. Abbordò Lesego mentre si dirigeva al kgotla del villaggio, e senza mezzi termini gli disse:
“Mi hanno molto sorpreso le voci che circolano su di te, Lesego. Non puoi sposare quella donna. Non è altro che una fottuta puttana!”
Lesego di rimando lo guardò fisso, poi con quel suo tono tranquillo e indifferente rispose: “E chi non lo è, qui?”
Sianana scrollò le spalle. Le sottigliezze verbali erano una cosa troppo difficile per lui; qualunque cosa stesse accadendo non era un problema venale ma umano, ma forse che ciò migliorava le cose? A Lesego piaceva mandare all’aria un ragionamento come quello, con un’argomentazione lineare: “Mi ha raccontato tutto delle sue abitudini di vita sbagliate. Sono acqua passata, ormai”.
Sianana si limitò a stringere le labbra e rimase in silenzio.

Appena sposata, anche Vita dette la notizia alle sue amiche birraie: “La mia vita d’un tempo è finita”, disse. “Ora sono diventata una donna”.
Aveva ancora un’aria felice e isterica. Ogni cosa le arrivava troppo facilmente, gli uomini, i soldi, e adesso il matrimonio.
Con il matrimonio, le loro vite non cambiarono granché, almeno non quella di Lesego, al quale piaceva ancora andarsene a zonzo per il villaggio. Lui non era tipo da dar gran peso alle cose che riguardavano la casa e durante questo periodo fece soltanto tre affermazioni riguardanti l’andamento domestico. Prese in mano il controllo di tutto il denaro, e lei fu costretta a chiederglielo e a specificare per che cosa doveva essere usato. Poi a lui non piaceva che la radio a transistor strombazzasse dalla mattina alla sera. “Le donne che tengono quella roba accesa tutto il giorno non hanno niente nella testa”, disse.

Infine la guardò dall’alto in basso, e in tono definitivo e pacato decretò: “Se vai ancora con quegli uomini ti ammazzo”. La cosa venne detta con fare sommesso e indifferente, come se davvero lui non si aspettasse mai che la sua autorità e il suo ascendente si potessero mettere in discussione.
La donna non possedeva strumenti mentali capaci di farle capire che cosa l’avesse colpita; ma le parve che qualcosa le vibrasse un colpo terribile, proprio dietro la testa. Si piegò all’istante sotto quel colpo e cominciò ad andare rapidamente in pezzi. In superficie, il ritmo quotidiano della vita del villaggio era terribilmente noioso nella sua piatta, ininterrotta monotonia; le giornate scorrevano facilmente l’una dietro l’altra, attingendo acqua, macinando frumento e cuocendo il cibo. Ma all’interno di questo c’erano dei gran andirivieni tra la gente. La tradizione richiedeva che le persone si dessero reciprocamente aiuto, e per tutto il giorno c’era un continuo entrare e uscire dalla vita gli uni degli altri.

C’era qualcuno da seppellire e per questo evento si richiedevano aiuto e solidarietà; poi c’erano soldi che si prestavano, bambini che nascevano, dolore, difficoltà, doni. Per molto tempo Lesego era stato il re di questo universo; ogni giorno c’era un lungo corteo di persone che avevano bisogno di qualcosa, o che volevano offrirgli qualcosa in segno di gratitudine per un favore ricevuto. Quando l’isteria e la chiassosità di bassa lega le furono tolte, Vita sprofondò in quello sbadiglio; la donna non aveva niente dentro di lei che le permettesse di far fronte al tipo di vita che aveva finito per imprigionarla. Le birraie erano ancora là; a loro piaceva ancora il suo cortile, perché Lesego era un tipo semplice e tollerante, e piaceva loro tutto quanto in esso ora si svolgeva, come i vecchi che lo aspettavano accovacciati negli angoli per consegnargli dei doni: “Lesego, oggi ho avuto fortuna con la caccia. Ho preso due conigli e te ne voglio dare uno...”; tutto questo non era altro che il modo di vivere della gente tswana, che anch’esse conducevano.

Nessuno notò l’espressione di angoscia che si era insinuata nel volto di Vita. La noia della quotidianità la stava soffocando fino quasi ad ucciderla e da qualunque parte guardasse, dalle birraie, al marito, a tutti quelli che passavano di là, non trovava nessuno cui poter comunicare quello che era diventato un vero e proprio dolore fisico. Dopo un mese di quella vita la donna era vicina al crollo. Una mattina parlò di questo suo tormento con le birraie. “Credo di aver fatto uno sbaglio. La vita matrimoniale non fa per me”.
Queste risposero in tono comprensivo: “Stai solo facendo l’abitudine a questa vita. Dopotutto è diversa da quella di Johannesburg”.
I vicini si spinsero oltre. Erano rimasti colpiti da un matrimonio che non pensavano avrebbe mai potuto aver successo. Cominciarono col dire che non bisognava mai giudicare un essere umano, il quale era al tempo stesso buono e cattivo; e Lesego aveva trasformato una donna cattiva in una brava donna, cosa che non si era mai vista prima. Ma proprio mentre dicevano queste cose, esprimendo il loro consenso con cenni del capo, Sodoma e Gomorra tornarono a prendere nuovamente vita. Nel tardo pomeriggio a Lesego era giunta notizia che nelle sue stalle i vitelli appena nati stavano morendo e così la mattina dopo di buon’ora ripartì nuovamente con il camion.

Con un profondo sospiro di sollievo la Vita incauta e sfrenata d’un tempo si ridestò da uno stato simile alla morte. Il transistor ricominciò ad andare a tutto volume, il cibo a circolare in abbondanza, gli uomini e le donne ad aggirarsi barcollando ubriachi fradici. Il baccano che fecero bastò a tenere lontani gli ospiti indesiderati, che scossero la testa con aria severa.
Tre giorni più tardi Lesego rientrò all’improvviso nel villaggio. Una delle birraie lo vide e corse allarmata ad avvertire la sua amica.
“Tuo marito è tornato”, bisbigliò spaventata, prendendo in disparte Vita.
“Ah”, rispose la donna con tono irritato.

Poi tolse di mezzo il rumore, gli uomini e l’alcool, ma una rabbia furiosa la spingeva a rompere definitivamente un tipo di vita che per lei equivaleva alla morte. Disse ad uno degli uomini che lo avrebbe incontrato alle sei. Verso le cinque Lesego entrò nel cortile con il camion dei vitelli. Lì intorno non c’era nessuno pronto a salutarlo. Saltò giù dal camion, andò verso una delle capanne e aprì la porta con una spinta. Vita era seduta sul letto. Alzò gli occhi silenziosa e accigliata. L’uomo ne fu un po’ sorpreso, ma la sua mente era ancora preoccupata dal problema dei vitelli, che doveva sistemare nel cortile per la notte.
“Mi fai un po’ di tè?” domandò. “Ho molta sete”.
“In casa non c’è zucchero”, disse la donna. “Devo andarlo a comprare”.

C’era qualcosa che lo irritava, ma l’uomo si affrettò a ritornare dai vitelli mentre sua moglie si allontanava dal cortile. Lesego aveva appena finito di sistemare le bestie quando arrivò un vicino, molto arrabbiato.
“Lesego”, gli fece senza mezzi termini. “Ti avevamo avvertito di non sposare quella donna. Se adesso vai nel cortile di Radithobolo la trovi a letto con lui. Va’ a vedere con i tuoi occhi, così finalmente lascerai quella donnaccia!”

Lesego lo fissò quietamente per un istante, poi, con i suoi ritmi, come se nella sua vita non esistessero fretta, né caos, entrò nella capanna che usavano come cucina. C’era un barattolo pieno di zucchero. Si girò, e in un angolo trovò un coltello - uno di quelli grandi che usava per sgozzare il bestiame - e se lo fece scivolare nella camicia. Poi, con l’andatura di sempre, si diresse verso il cortile di Radithobolo. Questo appariva deserto, eccetto che per la porta di una delle capanne, socchiusa, e un’altra che era chiusa. Con un calcio aprì quella che era chiusa e l’uomo che si trovava all’interno cacciò un urlo di spavento.

Alla vista di Lesego si alzò di scatto e si rannicchiò in un angolo. Lesego fece un cenno all’indietro con la testa per indicare che l’uomo doveva uscire dalla stanza. Ma Radithobolo non andò molto lontano e si acquattò all’ombra della siepe di piante della gomma. Si aspettava la solita scena tra marito e moglie: il marito infuriato che urla insulti a piena voce e la moglie che risponde isterica con bugie ed espressioni di autodifesa. Invece ecco che Lesego uscì dal cortile reggendo in mano un enorme coltello sporco di sangue. Alla vista del coltello Radithobolo immediatamente cadde a terra svenuto.
Ben presto si levò un lamento. Sconvolte, le persone si stringevano la testa fra le mani e correvano da tutte le parti gridando yo! yo! yo! Passò un po’ di tempo prima che a qualcuno venisse in mente di chiamare la polizia. Erano disorientati, perché un assassinio diretto e violento era una evenienza assolutamente rara e fuori dal comune nella vita del villaggio. Quella sera sembrò che Lesego fosse il solo a mantenere la calma. Quando la polizia fece irruzione in massa, l’uomo sedeva tranquillamente nel proprio cortile. I poliziotti lo guardarono inorriditi e cominciarono a rimproverarlo aspramente per il fatto di avere un’aria così impassibile.

“Hai distrutto una vita umana e te ne stai così freddo!” gli dissero adirati. “Per questa cosa verrai impiccato. Sopprimere una vita umana è un grave delitto”.
Ma l’uomo non fu impiccato. Egli mantenne quello sguardo freddo e indifferente fino al giorno del processo. Poi alzò gli occhi verso il giudice e disse con calma: “Dunque la verità su questa storia è che io ero appena ritornato dalle stalle. Quel giorno avevo avuto dei problemi con i vitelli. Tornai a casa tardi e poiché avevo sete chiesi a mia moglie di prepararmi del tè. Mi rispose che in casa mancava lo zucchero ed uscì per comprarlo. Subito dopo arrivò il mio vicino, Mathata, ad informarmi che mia moglie non era andata verso i negozi, ma nel cortile di Radithobolo. Pensai che prima avrei fatto bene a controllare la faccenda dello zucchero, e in cucina ne trovai un barattolo pieno. Accorgermi di questo mi dispiacque e mi sorprese. Poi mi sembrò che un fuoco mi invadesse il cuore.

Pensai che se, come aveva detto Mathata, lei stava facendo qualcosa che non doveva, insieme a Radithobolo, avrei fatto meglio ad ucciderla, perché non riesco a spiegarmi come una moglie possa essere tanto corrotta...”
Lesego faceva questo da anni: esprimere giudizi su tutti gli aspetti della vita, con quel suo modo diretto e privo di complicazioni. Il giudice, che era un bianco e quindi non addentro alla tradizione tswana e alle controversie che attorno ad essa si accendevano, rimase altrettanto colpito dal modo di fare di Lesego, quanto lo erano stati tutti gli uomini del villaggio.

“Questo è un delitto passionale”, disse in tono comprensivo, “e perciò vi sono circostanze attenuanti. Tuttavia sopprimere una vita umana rimane comunque un grave delitto, perciò io ti condanno a cinque anni di prigione...”.
L’amico di Lesego, Sianana, che si sarebbe occupato dei suoi affari mentre questi era in prigione, andò a fargli visita scuotendo ancora la testa. In tutta quella faccenda v’era qualcosa che gli sfuggiva; era come se la cosa fosse stata organizzata fin dall’inizio.

“Lesego”, disse con tono di profondo dolore. “Perché hai ucciso quella puttana? Avevi gambe per andartene. Avresti potuto allontanarti. Stai forse cercando di dimostrarci che i fiumi qui non si incrociano mai? Ci sono brave donne e bravi uomini, ma raramente i due tipi uniscono le loro vite. C’è sempre questa confusione e questa stupidità...”
C’era, all’epoca, una canzone di Jim Reeves che era molto in voga: Ecco quello che accade quando due mondi si scontrano. Quando erano ubriache, le birraie la cantavano e poi si mettevano a piangere. E forse furono proprio loro a dire l’ultima parola sull’intera faccenda.

Afriche, n° 31

(Tratto da La donna dei tesori, tradotto e pubblicato dall’Editrice Il Lavoro, Roma, 1991 – su gentile concessione)

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