Zoë Wicomb

Zoë Wicomb: la solitudine di una meticcia sudafricana

Nasce nel 1948, quando il National Party sale al potere ed inasprisce l’apartheid. E’ una coloured, una meticcia griqua, sangue olandese in lontane origini ottentotte. Dopo i primi studi a Città del Capo si trasferisce in Inghilterra, dove vive da esule. Vive la sua lotta contro la discriminazione da scrittrice, lasciandoci dei racconti autobiografici zoe wicomb 2amari e malinconici che ricostruiscono un mondo defraudato dell’identità e della libertà.

Zoë Wicomb proviene da un piccolo insediamento griqua nella regione occidentale del Capo, a circa cinquecento chilometri a nord di Città del Capo, in una zona nota come Piccolo Namaqualand. Nata nel 1948, dopo aver frequentato una scuola in afrikaans a Città del Capo, si è laureata all’University of the Western Cape, un tempo riservata ai meticci, e poi all’Università di Reading in Inghilterra. Ha vissuto in Inghilterra dal 1970 al 1991, insegnando inglese e continuando gli studi universitari sino ad ottenere un Master of Arts in lingua inglese e linguistica applicata all’Università di Strathclyde. Nel 1991 ha deciso di rimpatriare nel suo paese; attualmente insegna lingua e letteratura inglese all’University of the Western Cape. Il libro da cui pubblichiamo alcuni estratti è stato scritto in inglese e pubblicato a Londra nel 1987 con il titolo You Can’t Get Lost in Cape Town, che è una raccolta di racconti. E’ il suo primo libro.

I griqua, una storia di sradicamento

I suoi racconti si collocano all’interno della società griqua del Namaqualand, e si svolgono in un arco di tempo che va dall’infanzia dell’autrice fino agli anni Ottanta.
La popolazione che viveva in quest’area generalmente aveva la possibilità di coltivare ortaggi e allevare bestiame in proprio. Gli uomini della comunità si guadagnavano da vivere soprattutto lavorando nelle cave di gesso site a poche miglia di distanza. L’unica attività retribuita accessibile alle donne era il servizio domestico presso famiglie boere. Quando gli sfruttatori dei giacimenti diamantiferi assunsero il controllo delle terre, questa popolazione fu costretta a trasferirsi per lo più in quelle che nella terminologia sudafricana vengono chiamate locations o townships, e cioè agglomerati urbani periferici composti da file e file di case identiche.

In precedenza, fino al momento in cui persero ogni diritto sulla loro terra con il Natives’ Land Act del 1913, i griqua erano pastori. Come i namaqua, facevano originariamente parte delle popolazioni indigene khoi khoi del Capo. A differenza dei namaqua, i griqua abbandonarono la loro originaria vita nomade, insieme alla lingua khoi, quando entrarono in contatto con i coloni olandesi. I griqua iniziarono allora a parlare l’olandese e in seguito l’afrikaans, derivato dall’olandese. Formatosi attraverso la mescolanza con pionieri e coloni bianchi da una parte, e con schiavi fuggiaschi dall’altra, i griqua erano quelli che era stata definita una “razza mista”, o coloured.

Così, nonostante la lingua comune, la comune tradizione agropastorale e la mescolanza di consanguineità fra i griqua e gli olandesi, l’essere griqua ha significato venir classificati “non bianchi”, secondo le leggi sudafricane dell’apartheid. Questa classificazione ha determinato il vedersi negare non solo il diritto al voto per il governo del paese, ma anche la libertà di scegliere la propria casa, l’educazione scolastica, i mezzi di sostentamento e le relazioni sessuali. Queste restrizioni sono sono il sottofondo dei racconti di Zoë Wicomb.

Adesione agli ideali di Coscienza Nera

Zoë Wicomb ha detto che scrivere le è stato reso possibile da due trasformazioni storiche recentemente avvenute nella coscienza collettiva: i cambiamenti causati dal Movimento della Coscienza Nera nella percezione di sé dei sudafricani neri, e l’evoluzione impressa dal femminismo sull’immagine di sé che hanno le donne. Con il Movimento della Coscienza Nera, che si è sviluppato in Sudafrica negli anni Settanta e Ottanta, il termine “nero” è diventato una categoria di resistenza al dominio bianco, piuttosto che un termine volto a designare una condizione di vittima: e in questo modo si è reso accettabile per i vari sudafricani che ricadevano nell’una o nell’altra delle mille categorie fissate dallo stato per i non bianchi. Sia come movimento politico sia come ideologia, la Coscienza Nera era caratterizzata da un’egemonia maschile: i suoi portavoce erano uomini (Steve Biko, Barney Pytiana e altri) che mantenevano una netta divisione fra attivismo maschile e sostegno femminile. Da qui, sostiene la Wicomb, deriva il bisogno del femminismo, in parallelo alla Coscienza Nera e in combinazione con essa.

Zoë entrò in contatto con entrambi i movimenti quando viveva fuori del Sudafrica, in Inghilterra, prima come studentessa presso l’università di Reading, poi come insegnante. Negli anni Sessanta, quando frequentava l’University of the Western Cape studiare letteratura a scuola e all’università equivaleva ad occuparsi esclusivamente di letteratura inglese. La Wicomb scoprì la propria diversa eredità letteraria solo negli anni Settanta, quando si trovava lontana dal paese: cominciò allora a leggere gli scrittori sudafricani e le scrittrici afroamericane.

Tra queste ultime, figura di grande rilevanza è Toni Morrison, il cui romanzo Amatissima è assai caro alla Wicomb. Tra i sudafricani, i più importanti per lei sono stati Alex La Guma, Bessie Head e Arthur Nortje, tutti e tre meticci. La Guma e Nortje furono tra i molti sudafricani che andarono in esilio per sfuggire alla repressione del Sudafrica. Nortje si uccise quando si trovava all’università di Oxford. La sua opera riveste un interesse particolare per Zoë Wicomb, perché presenta la voce di un sudafricano coloured che parla dall’esilio. Nessuno prima di lei, però, ha scritto dal punto di vista di una giovane donna con un’educazione coloured in Sudafrica.

Il coraggio di raccontare la sua vita

Non basta però dire che la Wicomb non ha precedenti. Va anche riconosciuto che la cultura letteraria sudafricana ha attivamente lottato contro l’emergere di una scrittrice come lei. Per esempio il romanzo God’s Stepchildren di Sarah Getrude Millin, un best-seller degli anni Venti e Trenta, trattava di una comunità simile a quella da cui proveniva la Wicomb, e del matrimonio di una sua esponente con un missionario protestante bianco. Ossessionata da quello che lo stato sudafricano definiva “incrocio razziale”, Millin vedeva questo tipo di matrimonio in termini esclusivamente negativi: ai suoi occhi le persone di origine etnica mista portano di generazione in generazione una “macchia” o “tara” che ne fa irrimediabilmente dei degenerati. Sebbene alcune donne nere avessero pubblicato romanzi e racconti nella prima metà del secolo, per lo più in lingua xhosa, è stato solo negli anni Ottanta che le scrittrici nere hanno cominciato ad emergere come forza letteraria significativa. Considerando la tradizione culturale avversa, le privazioni economiche e la generale disumanizzazione cui è stata soggetta la maggioranza dei sudafricani, sembra miracoloso che i racconti di Zoë Wicomb abbiano potuto vedere la luce.

In tutti i racconti del suo libri compare la figura unificante di Frieda Shenton, anche se non sempre è lei il personaggio principale. I racconti sono disposti in ordine cronologico, a ripercorrere gli anni della formazione di Frieda, la sua partenza per le scuole superiori, il suo sviluppo sessuale, l’istruzione universitaria, l’addio al Sudafrica e, infine, i viaggi di ritorno dall’Inghilterra per rivedere familiari e amici. Benché abbia attinto dalle sue esperienze personali, questi racconti non possono essere considerati autobiografici.
Se al lettore può sembrare a prima vista che il tema della raccolta di racconti della Wicomb siano le divisioni razziali, dei fatto, come accade nella narrativa sudafricana recente, questa divisione si allarga e si complica, diventando divisione di classe, di sesso, di lingua, di religione, fra città e campagna, divisioni che fanno parte del Sudafrica.

I racconti della Wicomb sono ambientati nella comunità griqua, ma la sua non è una voce che parla “dall’interno” della comunità. Il suo è il punto di vista di un esule: non solo perché si è trasferita in un altro paese, ma perché è stata costretta a recidere i suoi legami vitali, culturali, con la storia della sua gente.
L’Editrice Il Lavoro nel 10993 ha pubblicato una sua raccolta di racconti, che ha intitolato “Cenere sulla mia manica”. Recentemente l’editrice Gorée ha pubblicato un suo racconto in un’antologia di scrittrici sudafricane.

Dorothy Driver

Afriche, n° 31

- Leggi il racconto "Uno scambio alla pari" di Zoë Wicomb, pubblicato dalla rivista Afriche, n° 31

Approfondimenti:

- L’editrice Gorée ha pubblicato Il vestito di velluto rosso, un’antologia di racconti di scrittrici sudafricane, tra cui figura anche Zoë Wicomb. Leggi nel sito dell’editrice la presentazione del libro e le recensioni.

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