Uno scambio alla pari

Un racconto di Zoë Wicomb

Il legno e la latta della porta, tenuti insieme da chiodi ormai rosi dalla ruggine, scricchiolavano e sbattevano autonomamente. Skitterboud uscì giusto in tempo per vedere la cresta di un sole rosso sangue incoronare l’orizzonte.

“Ooh”, gridò allegramente, “siamo di fretta, stamattina: ma oggi c’è tempo, vecchio mio, tempo a sufficienza per arrampicarti in cielo”.

sudafricaGli piaceva alzarsi prima del sole. Le mani armeggiavano con le asole della camicia. Il bottone si doveva essere staccato durante la notte; e ricordava vagamente un dischetto duro che sondava i suoi sogni.

“Meid”, chiamò, “Meid, il sole è già alto”.
Lei intrecciò le mani dietro il capo e dal letto seguÏ la lenta espansione del sole. Si tirò la coperta sul capo, e il piccolo alla sua destra borbottò e rotolò più vicino all’odore del latte. Si attaccò pigramente al capezzolo, le palpebre ancora sigillate dal sonno. Fuori poteva sentire Skitterboud che continuava a chiacchierare con il sole e con le galline che si precipitavano schiamazzando fuori dal pollaio, e attizzava il fuoco nella baracca della cucina snocciolando le sue moine. Quello era proprio Skitterboud, con le sue moine e le sue chiacchiere per far sorridere il mondo.

“Meid, Meid”, chiamò lui da fuori. E lei balzò leggera fuori dal letto, si infilò svelta il vestito che pendeva da un chiodo e cercò a tentoni il suo doekie in mezzo alle lenzuola. D’estate dormiva a capo scoperto ma durante il giorno il doekie impediva al sole di frugare in mezzo ai folti capelli neri, di tormentarle lo scalpo come un nugolo di pidocchi.

Lui stava riparando uno sgabello di legno accanto al fuoco. Il triangolo d’acciaio era stoicamente posato sulle fiamme e su di esso cantava la bassa pentola nera. Li accanto, il sibilo dell’acqua per il caffè proveniva dal ventre rotondo del paiolo a tre zampe acquattato sulla brace.

“Dov’è la farina di granturco?”, chiese Skitterboud. Le mani di lei pendevano inerti e i suoi occhi scrutavano il veld mentre rispondeva: “Sì, ora la prendo”. Ma lui saltò in piedi impaziente: “Vado io e prendo anche i bambini”. Meid ripensò a quando era venuta a piedi camminando tutti quei giorni dal Kamiesberg ed era arrivata alla fattoria la sera di un ballo. Come sono rare giornate come quella, con una ricompensa al termine del cammino, quando lui aveva posato la chitarra e si era messo a ballare. Sotto la luna gialla la terra respirava polvere d’oro e lei, la forestiera, aveva sussurrato: “Chi è?”. Gli occhi di Skitterboud erano fissi su di lei; Skitterboud, l’uomo dalle cosce scintillanti che ruotavano come una trottola, le gambe sottili tempestate di stelle.

sudafrica refugeesSpruzzò un velo di farina gialla di granturco sul cerchio fumante e osservò il centro in ebollizione attirare a sé la farina in avide spirali, giù, giù, finché i cerchi si spinsero di nuovo verso l’esterno.

“Devi mescolare”, disse lui. “Sei trasognata oggi. Non c’è niente di peggio della polenta di granturco con i grumi”.

Foruncoli di granturco bloccati negli interstizi, le pareva quasi di sentirli intrappolati fra lingua e denti, e la mano le corse allo stomaco per soffocare il senso di nausea. Lui le prese di mano il mestolo. Continuando a mescolare: “Ti porterò il kambroo da Dipkraal. Ne ho visto nella valle la settimana scorsa; qualche tubero dovrebbe essere a punto adesso”.

Così sapeva. Dopo tre figli, non poteva sfuggirgli che lei era incinta. Il kambroo le avrebbe regolato lo stomaco.

Baas Karel voleva le pecore radunate per una conta. Lui, Skitterboud, non vedeva le merino già da qualche giorno; per quel che ne sapeva, potevano essere state prese e rinchiuse da Baas Coetzee. Colline pietrose e poi miglia di sabbia rossa da coprire, attraverso cespugli ad altezza di ginocchio che sgocciolavano il loro lattice appiccicoso. E neanche un posto dove ripararsi dal sole. Avvolse il pane e riempì la borraccia con l’acqua del secchio.

Ounooi Anne aveva un roseto, proprio lì nel mezzo della boscaglia, e così, quando lei era arrivata alla grande casa bianca, non le era dispiaciuto neanche troppo. Il lavoro di una donna era quello. Baas Karel aveva detto senza giri di parole, dopo che lei era andata a stare li, che il posto per la nuova donna del suo pastore era nella cucina di Ounooi Anne. Lei sapeva che era giusto, ma oh!, come aveva sperato che il sorriso e le moine di Skitterboud l’avrebbero tenuta lontana dalla fattoria così distante dal loro pondok.

Ma come si avvicinava a casa, c’era quella rosa che ardeva rossa al sole e lei aveva sorriso mentre la studiava da vicino, l’alito del fiore sulla sua guancia, e poi aveva alzato lo sguardo e aveva visto Ounooi Anne che le sorrideva e sì, aveva pensato, non sarebbe stato poi così male, circondata da quelle belle cose. Ounooi sorrise: “Belle rose, eh! Puoi curarle tu, se ti va”. E lei, Magriet, tuffò le due mani nel cespuglio per cogliere un solo attimo di quel rosso profumato e la Ounooi gridò: “Meid, Meid, pasop!”, e lei vide il sangue rosso che le sgocciolava fra le dita e pensò: “Meid, questo è il mio nuovo nome, battezzato nel sangue”.

Una volta sua madre le aveva raccontato del suo nome, Magriet, un fiore nel giardino di Ounooi Visser per la quale aveva lavorato finché era morta. Bianco, con un sole giallo al centro. Con quanto fervore aveva sussurrato quelle parole al vento. I semi, le avevano insegnato alla scuola della missione, potevano viaggiare per miglia con il vento e lei si aspettava che una margherita isolata potesse metter radici nel veld. Ma il vento fischiava in un turbine di polvere; il nome non risuonava reale. Era destinato a essere revocato, un giorno o l’altro. E così lei divenne Meid.

A Ounooi dispiaceva, ma aveva un sacco di buoni motivi per lamentarsi. In ordine di importanza dopo la devozione veniva la pulizia, e Meid non puliva con l’accuratezza richiesta in una casa boera. Troppe volte era stata sorpresa a sognare a occhi aperti, e si era perfino dimenticata di innaffiare le rose. Non lo poteva negare. Sulla credenza luccicante del salotto profondeva tutte le sue cure su un vaso di ottone con dei garofani finti.

Avvolgeva lo straccio stretto intorno al suo ditino e, bagnandolo con lo sputo, penetrava delicatamente nelle fessure dei cerei petali rosa dai bordi inverosimilmente frastagliati. La facevano sorridere. Cosa avrebbero scovato ancora scovato questi boeri? Poteva restare per ore a fissare lo specchio della credenza ma i garofani erano meglio di ogni altra cosa. Si chiedeva cosa sarebbe successo se li avesse innaffiati.

Ounooi disse a Skitterboud, che in cucina aspettava il salario e la settimanale bottiglia di vino: “E’ pigra, dovrai portarla a casa e addestrarla e forse potremmo provarla di nuovo fra un po’ ”. Abbassando la voce, aggiunse: “Andrà meglio, avrà molta più voglia di imparare se la sposi. Non va bene così, sai: anche se voialtri nella boscaglia non pensate a Dio, Lui non ti dimentica. Dall’alto vede i tuoi peccati, e piange”.

Era il matrimonio che aveva portato tutti i bambini? O la benedizione di Dio? La sua bambina avrebbe preso il nome di un fiore, ma un fiore conosciuto, qualcosa da poter gridare al vento: come la pratolina namaqua che si fa strada fra le pietre lavate di bianco dalle piogge invernali, per cui le colline fremono di colore al sole. Solo Blom, semplicemente fiore, un nome che nessuno le avrebbe potuto togliere. Non avrebbe mai portato la bambina alla grande casa bianca.

Di tanto in tanto ci tornava, quando Ounooi aveva bisogno di lei. Non che Meid non tenesse gli occhi bassi o consentisse alla voce di alzarsi in un punto interrogativo, ma la polvere traditrice si attaccava a un dito di donna bianca passato sulla credenza; e i suoi sì a bassa voce a tutte le domande di Ounooi si rapprendevano nello scipito bredie di montone che serviva in tavola, sempre con qualche minuto di ritardo.
Poi il matrimonio portò un altro bambino e lei si ritrovava ancora una volta in piedi alla porta posteriore di Ounooi, a testa china.

Il giorno del matrimonio il magistrato, un uomo dal naso rosso, non li aveva neanche guardati. I suoi occhi sbiaditi erano fissi su qualche punto al di sopra delle loro teste, a prendere istruzioni dal Signore. Oh, non si era aspettata che rivolgesse loro un sorriso ma come poteva venir cancellato il peccato da Lui, se lui, l’intermediario, non sapeva neanche che faccia avessero? Aveva capito subito che il certificato non aveva nessun potere su di lei; che era un pezzo di carta inutile e non poteva neppure lontanamente competere con il tokolosh. Sapeva che il tokolosh avrebbe finito per vincere. Era stata la prima a vederlo.

Una sera d’estate, quando erano sfuggiti all’afa dentro la casa e ai bambini irrequieti per stendersi sotto una luna bianca, la minuscola figura era sfrecciata accanto a lei, l’aveva fissata sfrontatamente ed era svanita mentre lei urlava. Skitterboud, che per fortuna aveva la vescica piena, aveva pisciato un ampio cerchio intorno alla casa per proteggerli di notte. Il giorno seguente era arrivato Giel.

Le cose accadono senza chiedere il consenso, così come Giel era arrivato, e niente poteva più essere come prima.

Ne aveva sentito parlare, di questo nipote in gamba che lavorava in un’autorimessa in città. Arrivò con storie mirabolanti che raccontava dopo essersi ben bene schiarito la voce quando erano tutti riuniti intorno al fuoco di Oompie Piet, la sera. Di come aveva guidato automobili, di treni con sedili di pelle verde e di tre mesi passati in galera per un delitto di cui non poteva parlare o che non era ancora stato accertato. Ma quando descriveva le camicie rosse e i pantaloncini kaki dei detenuti in fila con le loro falci per raccogliere il grano per Baas van Graan, i suoi occhi fiammeggiavano di rabbia.

Era venuto per la trebbiatura, e poi si era fermato ad arare per Baas Karel: non erano in tanti a saper guidare un trattore. Un giorno tornò con una pecora del gregge di Baas Karel. Era semplice, disse, la pecora era crollata per il caldo e loro avevano fame.

“Abbiamo fame, no?”, disse con tono di sfida, ma tutti loro restarono in silenzio e Skitterboud strinse le palpebre e scosse la testa e si dondolò spostando il peso da un fianco all’altro dicendo: “Non va bene, Baas Karel ci ammazzerà tutti. Le pecore sono sacre per lui”.

Giel lo guardò pensoso poi agitò noncurante la mano: “Che vada a farsi fottere, Baas Karel”. Affilò il coltello su una lastra di pietra azzurrina e lei, Meid, fu la prima ad alzarsi. Tenne un secchio sotto la gola dell’animale e osservò il sangue bollente schiumeggiarvi dentro. Poi accese un fuoco; le interiora andavano tolte quella sera stessa. Il grasso delle costole arrostite schizzava sulla brace e insieme al fumo emanava un odore inebriante nell’aria notturna. Nessuno poté resistere, e i bambini chiesero piano altro cibo. Più tardi, mentre lo aiutava ad appendere la carne perché si seccasse, i loro occhi si incontrarono e si allacciarono all’istante. Per una volta i bambini erano calmi, e la guardavano sgomenti.

La storia di Skitterboud si è ingiallita con il tempo. Sono passati tanti anni da quando gli eventi si sono fissati in un quadro che allora era lacerato dalla tristezza e dalla rabbia, per cui anche adesso che è stato ricomposto le suture rimangono chiarissime. Sono responsabile di avere ricucito i pezzi che s’è lasciato sfuggire nel corso dei giorni in cui l’ho braccato, mentre si spostava con il sole invernale intorno al pondok. Mi sento a disagio. Sa che vorrei il resto della storia, e c’è naturalmente la mia ragione originale per stargli dietro. Non vedo altro modo di arrivare alla fine di questa visita dopo tanti anni di lontananza dal luogo dove sono nata. Nonostante lui porti una cravatta spiegazzata e parli di andare in chiesa, sospetto che si arrotoli regolarmente un daggapil.

Con ogni probabilità il sabato pomeriggio strimpella la sua chitarra di latta, solleva un polverone fuori dal pondok sgambettando con incredibile agilità e poi si affloscia, scoppiato, dicendo: “Skitterboud, è così che mi chiamano”, le pupille dilatate nella beatitudine del narcotico. Ma devi ballare da solo di questi tempi, nessuno ha più tempo per ballare. Non so dove andranno a finire questi namaqua.

Oggi ha un aspetto stanco. La sua faccia è color nicotina. Dovrei lasciarlo in pace. Confrontiamo la potenza dei nostri occhi. Mi sorprende come riesca a vederci bene attraverso quelle fessure, costeggiate da rughe e sprofondate dietro gli alti zigomi che minacciano di forare la pelle. Sì, vede l’affioramento megalitico in lontananza e il solitario albero di rovi all’orizzonte e anche il grumo sulla destra che, mi dice, è un gregge di pecore. Mi rendo conto che conosce il veld come il palmo della sua mano: nessun grado di miopia o di astigmatismo puÚ confondere la sua topografia. Lui stesso ha portato quelle pecore verso Bloukrans; dalla posizione del sole sa che ora stanno riposando all’ombra rada degli alberi dabikwa.

“Le merino erano la morte per me. La Dorper con la coda corta, quella è la pecora giusta per il veld, o anche l’Afrikaner con la coda grossa, ma la merino è capricciosa come una ragazzina. Ovviamente, a sudare con quel mantello caldo, è sempre irrequieta, disubbidiente, e ti svia anche le altre. Dovresti vederle, il giorno della tosatura, che cercano di arrampicarsi sui muri come scimmie, anche se non c’è niente che gli piace di più che perdere quei mantelli pesanti e costosi.

“Hai trovato le merino?”, chiedo. “Quali?”. Pianta un bastone per terra.

“Voglio dire quel giorno in cui ti avevano chiesto di radunare le pecore per la conta. Le hai trovate, le merino?”.

Striscia il bastone avanti e indietro nella polvere prima di alzare gli occhi per dire: “Sì, è stata una giornata lunga. Sono arrivato a casa molto tardi, e nel mio sacco c’era il più minuscolo pezzo di kambroo che si sia mai visto. Era troppo secco, quella primavera”.

“E Meid?”, ho insistito.

“Andata. Erano tutti andati. Avevano riempito i secchi d’acqua ed erano andati via. Quella notte hanno dormito sotto il nuovo tetto di Giel”.

“E davvero lei non aveva detto niente?”

“No, non ce n’era bisogno. Ma io avevo sperato. Era in gamba quella Meid, niente la poteva fermare. Dicono che sono troppo giovane: vedi, mi muovo troppo svelto per la pensione, e il giovane Baas mi ha sbirciato in bocca e ha detto che ho ancora troppi denti”.

Assume un tono grave: “Baas Karel mi disse: ‘Usa la tua paga con la testa, Skitterboud. Ecco la tua bottiglia di vino, ora non hai bisogno d’altro, e lo so che voialtri ballate tutta la notte, ma poi la domenica andate in chiesa, e le pecore potranno fare a meno di te per un po’. Io dico: ‘Sì, Baas’, e non dico che nessuno balla pi˘, che i giovani sono andati via. Te lo dico io, loro non sanno niente, neanche quelli con tutti quei pezzi di carta importanti. Loro non ricordano nulla”.

E a questo punto il suo afrikaans rallenta per rendere il suo concetto di forbitezza. “Io avevo paura di lui, certo, del magistrato che ci ha sposato. L’idea è stata di Ounooi, dopo che Meid se n’è andata via con i bambini. Ha detto: ‘Skittie, tu sei un uomo legalmente sposato, un boscimano rispettabile. Questo è un caso da tribunale, Il Baas-giudice ti farà riavere i bambini, sistemerà la faccenda per il tuo bene’”.

“Allora erano i bambini che volevi”, lo interrompo.

Risponde sulle difensive. “Ti mancano le risate e i pianti e i litigi dei bambini. Non sempre li noti quando ci sono, ma quando se ne sono andati, il silenzio si appiatta negli angoli come un tokolosh imbronciato”.

Il bastone nella destra traccia accurate parabole, eliminando i grossi ciottoli, che schizzano lontano fuori dal suo percorso. E’ il ramo di un giovane albero Jan Twakkie, così flessibile, che lui lo può in parte appoggiare al suolo e allargare il cerchio.

“Li ho chiamati urlando nel veld e Meid si è affacciata sopra la parte inferiore della porta chiusa con il catenaccio (Giel aveva fatto le cose alla grande; aveva costruito, con delle vecchie assi, una porta divisa a metà) e ha detto: ‘Skittie, non verranno. Ora vivono qui con me. Li vedrai domani, li vedrai ogni giorno, ma prima devono abituarsi a dormire qui’. E per tutto il tempo giocherellava con un chiodo in uno dei pannelli della porta dove la vecchia tinta verde si era staccata da anni, e solo alla fine del discorso ha tirato su gli occhi”.

Affonda i talloni nel terreno e sposta il peso del corpo mentre congeda quel volto, quei chiodi che scavavano.

“Eeh”, sospira, “non avevo bisogno di occhiali, allora. I miei erano gli occhi più buoni del Namaqualand”. Guardo dubbiosa quelle pupille scolorite, opache come vecchie biglie rese scabre da anni di giochi violenti e sregolati.

“Davvero”, insiste. “Non ho mai perso una pecora”. Ma anche questo tema lo riconduce a tradimento alla sua storia.

“Tranne quella volta, quando poi Baas Karel è venuto a saperlo, ma io non ho detto una parola, neanche una, su Giel”.

Si è rassegnato a raccontare la storia. Le sue vocali namaqua si abbassano, dure, rabbiose. “Ho detto al magistrato. ‘Voglio solo Dapperman e Blom, il piccolo non conta, quello prende ancora il latte dalla mamma’. E come prima il magistrato ha guardato verso il fondo del tribunale e ha detto con voce tonante rivolto alla trave di legno: ‘Magriet September è la moglie legittimamente sposata di Johannes - quello è il mio vero nome - e non ha diritto di portar via con sé nulla dalla sua casa. Tutto, dai bambini, fino all’ultimo straccio di biancheria che indossa, appartiene a lui, ed è quindi diritto del marito riprenderselo’.

Ecco, allora, a quel punto ho chiuso le orecchie e ho smesso di ascoltare, e quando sono uscito, ho sputato quelle parole sulla sabbia rossa rovente e l’ho vista sfrigolare. Ma non c’era niente da fare per la mia vergogna. Non potevo far altro che tenermela addosso come la cravatta e la giacca che avevo comprato da Baas Karel per il tribunale. Tutti sapevano dov’ero stato quel giorno, tutta Rooiberg sapeva di quelle schifose parole del magistrato. Che lui avrebbe voluto che io la facessi spogliare e la rimandassi di corsa da Giel nuda sotto il sole cocente. Beh, quando sono arrivato a casa ho chiuso la porta e non sono andato da Oompie Piet dove un gran fuoco ardeva nella capanna e illuminava le facce di quelli che ascoltavano le storie di Oompie Piet. No, sono andato a dormire su quelle parole vergognose”.

“E così tu e Meid siete diventati buoni vicini?”.

“Sì”, risponde asciutto. “Sono rimasto in città fino a sera e mi sono preso un bottiglione di vino che ho finito dietro quella porta chiusa. Così sono arrivato a casa di Giel e l’ho trascinata fuori e le ho dato qualche ceffone, uno, due, prima che Giel mi bloccasse. E’ stato un brutto giorno, pieno di vergogna per me, ma vedi, quando mi sono svegliato il mattino dopo nel fosso dove mi aveva buttato Giel, ho capito che sotto l’occhio rosso del sole potevamo prendere una tazza di caffè insieme. Meid ha sempre saputo le cose. Ha detto subito che la colpa era del magistrato; che il tokolosh che si annidava a Rooiberg aveva un naso stranamente grosso come il suo”.

Skitterboud si allontana senza altre spiegazioni. Il mento è sollevato e le ultime parole turbinano via in una folata di vento. Guardo la sua figura smilza inclinarsi come fanno le lepri, mentre si muove attraverso il veld.

Pubblicato in Afriche, n° 31

Tratto dalla traduzione italiana della raccolta della Wicomb, che l’Editrice Il Lavoro ha intitolato Cenere sulla mia manica, Roma, 1993, per gentile concessione.

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova