In un mondo complesso come quello sudafricano, complesso per storia - passata e contemporanea - lingue, culture e gruppi etnici diversi, la letteratura non
soltanto si inserisce in questa complessità da un punto di vista formale, ma in qualche modo la svolge, la segue, la racconta. E lo fa attraverso l’uso della lingua scelta (locale o colonizzatrice), attraverso i gruppi etnici ai quali appartengono gli scrittori e i protagonisti dei loro racconti (le tensioni interrazziali, e non necessariamente soltanto tra bianchi e neri), attraverso il racconto storico di un passato ricordato dalla memoria collettiva e culturale (l’oralità tramite il suono creatore della Parola tramanda cose ed avvenimenti sempre in bilico tra mito e storia), ed attraverso l’attualità di un paese colonizzato alla ricerca adesso di una definitiva “decolonizzazione della mente e della storia”, per trovare quell’identità etnica che proprio sulla lingua, etnicità e storia cerca di costruirsi. Il Sudafrica è sicuramente il paese che più ha portato concentrati su di sé tutti i dubbi circa la possibilità di una convivenza interraziale paritaria. Schiaffeggiato e calpestato dalla Storia nelle sue manifestazioni più degradate, ne esce parcellizzato, privo di una continuità profonda, impedita dalla normale scansione individuo/collettività, io/l’altro. L’identità diventa allora un tema cruciale. La letteratura sudafricana è in qualche modo maggiormente anomala che altrove: nasce in una sorta di “deserto culturale”, privo di identità collettiva e quindi difficilmente trasmissibile.
Dall’oralità alla scrittura
L’alfabetizzazione delle popolazioni bantu in Sudafrica avviene già dai primi del XIX secolo, favorita dai missionari protestanti (per i quali il rapporto con il testo sacro appariva indispensabile), iniziando dalle trascrizioni della Bibbia nelle lingue locali. Questo atteggiamento sarà successivamente incoraggiato dal regime dell’apartheid e definitivamente formalizzato con il Bantu Educational Act del 1953, con il quale si creò un sistema di istruzione separata per gli africani (bantu), incrementando lo studio delle lingue sotho, xhosa e zulu a scapito dell’inglese, chiudendo le scuole missionarie e tribalizzando gli studi secondari e l’università. La politica di Pretoria mirava proprio ad una parcellizzazione del mondo sudafricano nero, confinandolo in aree linguistiche e culturali separate. Questa situazione cambierà soltanto nella seconda metà del ‘900, quando l’inevitabile urbanizzazione e il mescolarsi delle razze diventerà tale da non poter più permettere di collegare lingue ad aree territoriali precise.
Scelta dell’inglese
Se i primi scrittori sudafricani di colore usavano la propria lingua nativa - come Thomas Mofolo con il romanzo storico Chaka scritto nel 1908 in lingua sotho - la difficoltà di pubblicare per case editrici che non fossero quelle missionarie, le quali limitavano e censuravano la libertà di espressione, spinse gli intellettuali neri - per altro formatisi proprio in quelle scuole missionarie e con un livello alto di istruzione - a scegliere la lingua inglese per i propri romanzi e racconti, e a pubblicare all’estero, in Inghilterra o negli Stati Uniti. L’uso della lingua inglese rispecchia una presa di coscienza della propria condizione coloniale, e i movimenti neri successivi - radicali nelle loro posizioni come sarà il Black Consciousness di Steven Biko negli anni ‘70 - usavano la lingua inglese come provocazione: dichiarando la propria condizione di sfruttati denunciavano i propri sfruttatori. Cominciano quindi a delinearsi da subito gli inevitabili temi portanti, dovuti ad una situazione di segregazione razziale, ma ancora patrimonio di una ben più antica tradizione orale (il passato tribale, l’attaccamento alla terra), come ha sostenuto il poeta zulu Mazisi Kunene.
Il romanzo
Il maggior rappresentante della prima fase di scrittori neri di in lingua inglese è Sol T. Plaatje che, insieme a Mofolo, inaugura una letteratura nera nuova, che sperimenta compromessi fra tradizioni e culture diverse, abbandonando pretese realistiche o storicistiche per accostarsi al mito. Leader politico, co-fondatore dell’attuale A.N.C. (Congresso Nazionale Africano), e narratore colto - traduce Shakespeare in lingua setswana - scrive nel 1918 il romanzo Mhudi, ambientato nella storia africana dell’Ottocento, all’indomani delle guerre imperialistiche di Chaka, il Re degli Zulu. Sia Mofolo che Plaatje ricercano la figura di un leader storico, origini importanti, una sorta di proto-nazionalismo.
La storia del Sudafrica intanto esplodeva. Il conflitto tra inglesi e boeri terminava con la sconfitta boera nel 1902, e nel 1910 nasceva l’Unione Sudafricana: ben presto viene avviata una legislazione razzista mirante ad espropriare i neri dalle terre. Con la Natives’ Land Act del 1913 la segregazione razziale diviene ufficiale. Dopo la Land Act vera e propria, giunsero nel 1920 la Native Affairs Act, nel 1923 la Native Urban Areas Act, nel 1927 la Native Administration Act, nel 1936 un pacchetto di misure legislative che aggiunsero marginalmente alcune aree già assegnate all’occupazione da parte di Africani al Natives’ Land Act originale, e stabilirono nuove forme di consultazione elettorale separata, in pratica togliendo gli africani dalla lista elettorale. Nel Novecento il capitale terriero e industriale era tutto in mano ai bianchi. Nel primo dopo-guerra prende il potere il Partito Nazionalista boero che riesce a saldare il ruralismo afrikaaner al capitalismo industriale inglese.
Dopo la figura di Plaatje, che influenzerà gran parte degli scrittori sudafricani - Bessie Head sentirà il bisogno di trascrivere a mano l’intero romanzo Mhudi in modo da tenerlo “presso di sé” - l’intellighentsia sudafricana nera decise sempre di più di esprimersi in inglese. E’ da questo momento che la letteratura sudafricana - nera e bianca - arriva a confrontarsi, la lingua inglese è straniera comunque, vuoi per origine, vuoi per lontananza dalla madre patria, e diventa una nuova barriera, innesca una nuova crisi di identità etnica. I temi dei romanzi e dei racconti affrontano i rapporti tra bianchi e neri, tra uomini e donne, tra generazioni. Si allarga il campo narrativo.
L’autobiografia e le riviste
La seconda ondata di autori neri sudafricani trae la propria ispirazione dalla loro condizioni di neri in Sudafrica, e non ricercano un passato nostalgico. Mphahlele, che insieme a Peter Abrahms è la figura più rilevante della scena letteraria degli anni Cinquanta, critica in Mofolo e Plaatje proprio la mancanza di realismo, l’impegno sociale, la denuncia della scomparsa dei valori tradizionali dovuti all’urbanizzazione. Infatti, il boom economico ed industriale del Sudafrica, aveva gonfiato di immigrati i ghetti neri e meticci delle metropoli, e la civiltà tradizionale si andava sgretolando poco a poco.
Fu proprio in quest’epoca, a cavallo fra i movimenti di protesta sociale degli anni Venti e lo scoppio della seconda guerra mondiale, che il meticcio Peter Abrahams crebbe a Johannesburg, scrittore della cultura urbana, apertamente militante e politica. Nel 1954 - dall’esilio - scrisse la più celebre delle autobiografie sudafricane nere, Dire libertà. Memorie dal Sudafrica. In questi anni era estremamente difficile scrivere in Sudafrica se neri. Fra i pochi emersero Alex La Guma e il già citato Es’kia Mphahlele, una delle massime figure di intellettuale nero. Da giovane lavorò nella rivista nera Drum (centro artistico e culturale di grande importanza), ed insegnò in università americane e africane. Nel 1959 pubblicò l’autobiografia Down Second Avenue, storia dell’infanzia e della giovinezza fra villaggio e ghetto urbano.
L’esilio e la spogliazione culturale
Questi ed altri autori (come Bessie Head, meticcia esule in Botswana e in parte Zoë Wicomb, meticcia griqua, di prima lingua afrikaaner, ma di scelta anglofona), furono costretti all’esilio, destino poi di molti intellettuali africani contemporanei. Banditi o perseguitati, gli scrittori se ne andarono o si dispersero, e con loro morì l’ambiente vivace e vivo di Sophiatown, la rivista Drum, il clima di novità musicale e sperimentale (per esempio il jazz). Di colpo si crea un vuoto, uno spazio assente, un deserto culturale. La generazione di scrittori successiva, che nasce tra il massacro di Sharpeville (1960) e l’insurrezione di Soweto (1976), deve cominciare da capo, spesso senza conoscere i grandi scrittori che li hanno preceduti. E’ una generazione politicizzata, piena di scontri e tensioni. Cresce l’impegno giornalistico con le riviste nere Classic e Straffrider, che fungono da portavoce dei nuovi autori, uomini e donne. La forma assunta da questa necessaria ricerca di identità è l’autobiografia, o comunque i riferimenti autobiografici, l’io narrante e frammentario, spesso a più voci e lingue. L’io frammentario dello scrittore diventa specchio della frammentazione del paese, e raggiunge la sua massima espressione nella voce narrante depersonalizzata della scrittura dal carcere. Gli scrittori neri o meticci che emersero allora e più tardi, come Serote con To every birth its blood del 1981 e Sipho Sepamla con Soweto pubblicato nello stesso anno, sono portavoce di questa ricerca tormentata di inganno, giustizia e identità, attraverso un universo letterario pluri-linguistico e simbolico.
La letteratura sudafricana, il mondo importante delle riviste, l’impegno politico, la rabbia dei ghetti urbani, il realismo sordo, triste e violento degli scrittori e l’ironia feroce hanno amplificato la protesta, aiutato a dare alla Storia un corso diverso, quasi insperato.
Il mondo sudafricano è probabilmente più complesso oggi di prima, ed è ancora compito dell’intellettuale - nero o bianco che sia - interpretarne gli umori e i mutamenti.
Maria Ludovica Piombino
Bibliografia:
- Lombardi A. (a cura di), Le orme di Prospero, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995
- Pajalich A., Una letteratura africana di lingua inglese, Supernova, 1991
- Vivan I., La doppia gabbia dell’apartheid, Corriere del Ticino, 1986
- Vivan I., Africa Australe. Panorama letterario, C.I.E.S., 1987
(Tratto da: Afriche, n° 31)









