Nuruddin Farah

Nuruddin Farah: “Porto in me il mio paese, la Somalia, ovunque vada. Sono diventato il cronista delle sue fortune e delle sue disgrazie”

Nuruddin Farah è nato a Baidoa, in Somalia, nel 1945. Nel 1966 scrive la prima novella, Why Die So Soon? Nel 1970 comincia ad avere una certa fama, con la nuruddin farah 2pubblicazione del suo primo romanzo From a Crooked Rib (Da una costola storta). Sei anni più tardi abbandona il suo paese, in esilio volontario, e si stabilisce in Sudafrica, dove continua a scrivere romanzi, che fanno di lui il più quotato scrittore somalo, e uno tra i maggiori intellettuali africani. Si è dato come missione quella di scuotere la coscienza del mondo, affinché si accorga dell’inferno in cui è precipitato il suo popolo, e lo aiuti a ritrovare la pace e la convivenza civile. È venuto parecchie volte anche in Italia, dove una buona parte dei sui romanzi sono stati tradotti, e dove ha un pubblico che lo stima e accompagna la sua lotta.

Nel numero 2485 di Jeune Afrique, in edicola il 24 agosto 2008, Tirthankar Chanda ha tracciato un ritratto di Nureddin Farah; riporta anche un’intervista che gli ha rilasciato. Prendiamo a prestito alcuni passi. Tirthankar Chanda, indiano trapiantato in Francia, è giornalista letterario e professore di letterature orientali e africane nell’Università Parigi-VII.
In appendice all’articolo proponiamo anche alcuni approfondimenti, per chi vuole conoscere meglio Nureddin Farah.


C'è qualcosa di omerico nella vicenda di Nuruddin Farah. Benché esiliato in Sudafrica da quasi da quaranta anni, lo scrittore somalo percorre instancabilmente il mondo, per raccontare, a chi lo vuole ascoltare, il resoconto terribile della discesa all’inferno della sua Somalia natale, abbandonata alla voracità distruttiva dei signori della guerra e degli adolescenti armati di granate e di kalashnikov.

Nei suoi dieci romanzi, scritti finora, Farah illustra, con la fedeltà del cronista e l'immaginazione sovversiva di un romanziere visionario, le tappe dello sprofondare del suo paese nel caos: autoritarismo, divisioni sociali, colpi di stato, corruzione endemica, islamizzazione, ingerenze esterne, esodi di popolazione, altrettanti temi di un'epopea, che è insieme nazionale ed emblema della condizione postcoloniale. Quest'epopea è caratterizza, nella sua opera, da personaggi luminosi di donne che sono, come l'autore non cessa di ricordarlo, la colonna vertebrale della società somala.

Nato nel 1945 sotto la colonizzazione britannica, Farah è cresciuto in una Somalia cosmopolita, divisa tra le influenze araba, inglese, etiopica ed italiana. “Ci spostavamo da un universo di linguaggio all’altro, con la preoccupazione di un inquilino incerto della durata del suo affitto”, ha descritto la sua condizione.

Poliglotta, ha scelto di scrivere in inglese, la lingua che gli permette di restare connesso con il mondo globalizzato. E così la sua opera è considerato oggi come una tra le più importante della lingua inglese. Gli ha valsa la stima dei suoi colleghi (“uno dei rari autori africani uomini che sanno raccontare con empatia il dramma delle donne” - Doris Lessing) e numerosi premi letterari, fra cui il Neustadt International Prize for Literature, chiamato “l'anticamera del Nobel”.

La giuria di questo prestigioso premio americano, composto esclusivamente di scrittori e professori di università, ha comparato 1'opera di Farah “a una ricca tappezzeria che lascia trasparire le turbolenze politiche e culturali della nostra epoca, e le ripercussioni che quest’ultime hanno sulla vita degli individui”.

T. Chanda: Lei vive in esilio da oltre trent’anni. Il paese così come l’ha conosciuto prima della sua partenza si è spezzettato sotto l’effetto d' una guerra civile interminabile. Continua a sentirsi somalo?
Nuruddin Farah: Mi sento sempre profondamente somalo. Sono restato in contatto con la mia terra tramite le mie memorie e la mia immaginazione. D’altronde, tutta la mia opera letteraria si è costruita attorno a questa patria immaginaria. Più il paese reale sembrava sbriciolarsi, più ho tentato di mantenerlo in vita con la magia del racconto.

T.C.: In quali circostanze ha dovuto lasciare la Somalia?

N.F.: Nel 1974 sono andato a seguire un corso di studi teatrali all'università di Londra. Al mio ritorno, due anni più tardi, ho appreso che il mio secondo romanzo, A Naked Needle, che era appena uscito, avevano fortemente irritato il dittatore Siyad Barré. Sono così diventato persona non grata nel mio paese. “Devi ormai dimenticare la Somalia e considerarla morta e sepolta: questo paese non esiste più per te!” Non mi dimenticherò mai questa affermazione di mio fratello che avevo chiamato dall’aeroporto.

T.C.: Come ha reagito a questa ingiunzione?

N.F.: Diventando un vero nomade, e cercando di guadagnarmi da vivere con la mia penna. Da allora, ho percorso il mondo in lungo e in largo. Ho vissuto in Europa e negli Stati Uniti, prima di stabilirmi in Sudafrica. Oggi, quando ci penso, capisco che sono questi anni di esilio che hanno fatto di me lo scrittore che sono diventato. L'esilio è stato una fortuna per me. Mi ha permesso di restare in contatto con il mondo e di arricchirmi intellettualmente. A differenza della maggior parte degli intellettuali somali che hanno vissuto tutti questi anni nel più assoluto isolamento.

T.C.: Il ritorno dall'esilio è il tema principale dei suoi due ultimi romanzi, Links (Legami) e Knots (Nodi). Jeebleh e Cambaara ritornano in Somalia dopo avere vissuto molti anni in America del Nord, uno per raccogliersi sulla tomba di sua madre, l'altro per recuperare la sua casa ancestrale devastata dalla guerra civile.
N.F.: La morte della madre o la casa devastata sono anzitutto delle metafore. In Links, seppellendo sua madre, l'eroe Jeebleh fa anche, in un certo modo, il lutto del suo paese, quello che aveva conosciuto precedentemente. Quanto alla casa in Knots, è un motivo ricorrente della letteratura postcoloniale. Il ritorno alla casa ancestrale è il ritorno alla terra natale, la ripresa in mano da parte del soggetto colonizzato del suo destino storico. Ma il ritorno è sempre penoso, traumatizzante.

T.C.: Cosa ha provato quando è tornato per la prima volta a Mogadiscio, nel 1996?

N.F.: Ero sconvolto, distrutto. Mogadiscio è oggi una città della morte, abbandonata nelle mani di adolescenti armati, che masticano il qat (piccole foglie verdi dagli effetti allucinogeni). È una città senza amministrazione, né servizi postali, né scuole, né telefono. Le persone defecano nelle strade. Non ci si può muovere se non circondati da guardie di sicurezza. Si è in pieno medioevo. Il vecchio agglomerato è stato distrutto all’80%. Ma quello che è più grave ai miei occhi, è la distruzione del suo spirito cosmopolita. Si potranno sempre ricostruire gli edifici, ma sarà più difficile reinventare lo spirito che regnava in questa città.

T.C.: Quale è il cammino verso la stabilità in Somalia?
N.F.: La pace passa certamente attraverso i negoziati in corso a Gibuti tra i capi del governo federale di transizione (GFT) ed i rappresentanti degli insorti. Per essere efficaci, questi negoziati devono assolutamente includere le organizzazioni della società civile e i rappresentanti delle diaspore somale in Africa ed in Occidente. Infine, la partenza dei soldati etiopici è una condizione sine qua non al ritorno alla normalità. C' è un esercito di occupazione la cui presenza è molto mal considerata dai Somali. Occorre che la forza di pace promessa dall’Unione Africana li sostituisca rapidamente. Questa forza potrà interporsi tra le bande e, soprattutto, disarmarle. Mogadiscio è diventato il più grande mercato di kalashnikov e di mitra dell’Africa subsahariana.

T.C.: Chi può ancora salvare la Somalia?
N.F.: Le sue donne. Ma la società somala è profondamente misogina. Privilegia gli uomini, mentre sono le donne che veicolano i valori della famiglia e della coesione sociale. In casa, sono esse che fanno tutto. Ho visto ciò a casa mia, in cui mio padre si comportava come un piccolo dittatore e mia madre doveva sottoporsi ai suoi capricci. Tuttavia, era lei che aveva le idee chiare. Mia madre era una poetessa di una certa fama, aperta alla vita dello spirito e alle idee.
La guerra civile ha rivelato gli uomini somali per questo che sono: fantasmi inutili, fragili. Mentre le donne si battono per aiutare i loro familiari a sopravvivere ai disastri ed alle catastrofi che si abbattono sul paese.

T.C.: Lei racconta con molta empatia le sofferenze che la tradizione infligge alle donne: le mutilazioni sessuali, i matrimoni forzati, l’obbligo di portare il velo.
N.F.: Questo burqa nera, che le donne sono obbligate ora a portare, e che le copre della testa ai piedi, è una vera vergogna. Velare le donne della testa ai piedi non è una tradizione somala. La moda del burqa è stato importato dall’Afghanistan e dall’Arabia Saudita poco prima dell'entrata vittoriosa degli islamisti a Mogadiscio, nel 2006. Molte donne portano il burqa parché le preserva dagli stupri, diventati purtroppo frequenti oggi. Ma alla minima occasione, esse lo tolgono: per respirare, per essere libere.

T.C.: Ritiene che lo scrittore ha una responsabilità verso il suo paese?
N.F.: Credo che la mia sola responsabilità in quanto scrittore è di scrivere bene. Ho provato ad essere fedele a questa missione. Se ho situato i miei racconti in Somalia, è semplicemente perché ho una conoscenza intima di questo paese, un paese che porto in me ovunque vada. È dunque molto naturalmente che sono diventato il cronista delle sue fortune e delle sue disgrazie, e della sua realtà che è, come spesso in Africa, più fantastica dei romanzi.

24-08-2008


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