La concezione e la gestione della missione, carente di un contatto profondo e illuminato con la sua fonte primaria che è Gesù Cristo, è più esposta al rischio di
manipolazioni, d'interpretazioni parziali e soggettive, di condizionamenti sul piano intellettuale e su quello affettivo. La missione diventa così causa di dubbi, di sfiducia di scoraggiamento, di rifiuti, d'abbandoni formali o di fatto..E’ molto utile lasciarci istruire dall’insegnamento di san Paolo, il grande missionario scelto dal Signore per l’annuncio del vangelo alle genti.
Egli ci condivide l’esperienza personale che gli fa vivere in un modo straordinario il fatto di essersi lasciato afferrare da Cristo Gesù:
“ Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non però che io abbia già conquistato il premio o sia mai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo” (Fil 3, 8-12).
E’ stato affermato: “L’apice del cammino spirituale di Paolo, iniziato sulla via di Damasco, è costituto dalla ‘sublime conoscenza di Cristo Gesù’ (Fil 3,8)”.
E’ interessante quanto san Giovanni Crisostomo afferma su San Paolo:
“Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, in ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggiore coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3,13). Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso”.
La conoscenza di Cristo c’introduce alla conoscenza della sua Persona, del suo “io” che la riflessione teologica ci dice essere un tutt’uno con la sua missione.
Gesù è la sua missione, quella ricevuta dal Padre al quale, durante la sua vita terrena, Egli, il Figlio, è sempre unito, con il quale s’intrattiene a lungo, da solo, sulla montagna, lasciando la folla che lo cerca per ricevere risposte immediate alle proprie necessitàʺ.
Anche la folla odierna cerca spesso le stesse risposte ma la “sublime conoscenza di Cristo”, sull’esempio di San Paolo, consente al missionario di sapere sempre chi egli è e quali scelte deve compiere.
Rifletti:
“Tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore”(Fil 3,8).
Qual è la qualità della mia conoscenza di Gesù Cristo? Sempre la stessa? Sono convinto che meglio io conosco il Signore e più sono portato ad amarlo, a seguirlo, a fare quello che vuole? Oltre alla conoscenza che mi viene dall’esperienza di fede, dall’Eucaristia e la riconciliazione, non potrei farmi aiutare anche da qualche bel libro su di Lui?
p. Bruno Semplicio
