33ª domenica del Tempo Comune, anno A
“Ho avuto paura”: è la frase del servo che si presenta al suo padrone per ridargli il solo talento che aveva ricevuto e che non gli apparteneva, ma che doveva far fruttificare.
E’ ciò che più colpisce nella parabola e che attira la nostra attenzione.Quel talento rappresenta tutta la sua vita: intelligenza, cuore, sentimenti, interessi, attività.
Il termine “servo” incute certamente paura; esso indica sottomissione, perdita di libertà, obbedienza ad un padrone.
E’ a questa primo impatto che ha reagito questo servo che non ha commesso niente di male, ma che ha omesso di prendere le sue responsabilità di fronte alla fiducia datagli nella gestione del mondo e della sua stessa vita.
Gesù è l’esempio del servo obbediente che, dando tutta la sua vita, contempliamo come creatura pienamente realizzata; egli ci chiede di seguirlo per imparare da lui il modo di servire di Dio e gli uomini.
Anche per Gesù questa scelta non è stata facile; anch’egli ha avuto ripulsione al programma di servizio nella gestione della sua vita proposto dal Padre. Le tre tentazioni, dopo i quaranta giorni di preghiera e di digiuno nel deserto, ne sono una prova.
Da dove gli è venuta la forza di rispondere positivamente al Padre in quanto uomo come noi? La risposta è unica: dall’amore del Padre per lui e dalla fiducia piena che ha posto nel fare la sua volontà, consapevole che solo così poteva realizzare pienamente la sua vita.
Nelle mie visite ai confratelli nei vari paesi africani, di fronte alle grandi necessità di missionari, ho pensato a quanti giovani potrebbero rispondere all’invito del Signore per la Missione, ma non lo fanno solamente per paura di perdere la loro vita. Il Signore a noi e a tutti ripete: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Marco 8,35).
Ma l’insegnamento più importante della parabola è la considerazione sul tipo di servizio che dobbiamo vivere e a quale “padrone” dobbiamo servire.
Il nostro padrone è speciale: distribuisce i suoi averi ai servi perché li amministrino, fa fiducia a tutti, distribuisce secondo le capacità, dà loro la possibilità di appropriarsi della sua stessa eredità; è il Padre che dice al figlio maggiore della parabola del figlio perduto e ritrovato: “Figlio mio, tutto ciò che è mio è anche tuo”.
Mi sono spesso chiesto come mai i giovani delle popolazioni del Nord della Costa d’Avorio dove mi trovavo, i Senoufo, si convertissero così gioiosamente al Vangelo, pur avendo delle tradizioni ancestrali e religiose talmente rigide e strutturate da gestire anche la vita religiosa nel modo più completo.
Una, tra le tante risposte, mi è stata data da loro stessi nella sessione “Gesù nostro liberatore”, durante il catecumenato che prepara al Battesimo, quella, per intenderci, che chiede la rinuncia a servire altre divinità e potenze del male e la professione di fede in Dio-Trinità: Dio è vero Padre, non il padre-padrone per il quale il figlio lavora senza sicurezza matematica di un’eredità. Non sempre diventa facile accettare le sue decisioni per mantenerlo in soggezione. Spesso il figlio ubbidisce per paura di sanzioni che possono arrivare anche all’eliminazione fisica se il figlio non accetta le decisioni degli anziani e del padre.
Per questo la scoperta di un Dio Padre libera e rende sereni e ottimisti, perché sicuri di una partecipazione alla sua stessa vita eterna e gloriosa contemplata in Gesù-Signore, nosto fratello.
p. Lionello Melchiori
