Cresce con i nonni materni in un ambiente mussulmano tradizionale e si avvicina molto presto alla scrittura. Nei suoi primi saggi ci sono già i segni del suo
approccio fortemente critico e di denuncia verso una società giudicata chiusa, declinata al maschile e che lascia poco spazio alla libertà della donna. Anticipatrice (donna in una società mussulmana) nella difesa dei diritti della donna, è attiva in numerose organizzazioni femminili senegalese.
Diventa importante nei suoi romanzi ( e nella sua vita) sottolineare i rapporti sociali conflittuali : donna/uomo, giovani/anziani, libertà/costrizione, tradizione/acculturazione.
Da subito si batte affinché lo scrittore africano prenda piena coscienza del suo ruolo sociale cruciale, suggerendo la “missione sacra dello scrittore” per “fare piazza pulita delle pratiche, delle tradizioni e dei costumi arcaici che non sono parte autentica del nostro prezioso patrimonio culturale”.
In bilico, quindi, tra il movimento della negritude di L.S. Senghor (il Presidente intellettuale e poeta senegalese) e i nuovi fermenti identitari post-coloniali.
Molto più tardi, nel 1980, ottiene il Premio Noma per il suo primo romanzo “Une si longue lettre” (in italiano “Cuore africano”) e dopo una vita intensa come intellettuale e come madre ( ebbe nove figli), scompare dopo una lunga malattia poco dopo l’uscita del suo secondo romanzo, “Un chant écarlate”.
Tradotto dall’editrice Sei nel 1980 con un titolo probabilmente non felice, il romanzo riscuote un immediato successo internazionale e viene tradotto in sedici lingue.
Racconta in termini appassionati i destini incrociati di due donne (una lunga lettera scritta d’impulso da Ramatoullaje all’amica Aissatou), due amiche d’infanzia che si trovano di fronte al problema della poligamia.
Dopo essere state abbandonate entrambe per una donna più giovane, ognuna reagisce a suo modo di fronte alla situazione (il diritto ad una nuova vita, al di là dei condizionamenti imposti dalla società in un paese che, nel suo processo do modernizzazione, è pieno di contraddizioni).
Se le protagoniste del romanzo accettano alcuni aspetti della tradizione, dietro il racconto la posizione di Mariana Ba mostra invece che“ l’emancipazione della donna africana in ambiente mussulmano, passa necessariamente per la scuola occidentale”.
Tema forse più discusso e politico oggi, rispetto a vent’anni fa.
Il suo secondo romanzo, “Un chant écarlate” (Dakar, Nouvelles Editions Africaines) non tradotto in italiano, narra delle difficoltà che i matrimoni misti devono affrontare.
Due libri di immigrazione interna, di contatti culturali ravvicinati.
Maria Ludovica Piombino
