Gantin a Ronco Scrivia - anniversario di p.Borghero

Il discorso del Card. Gantin a Ronco Scrivia (GE) il 20 Giugno 1993

La missione del P. FRANCESCO BORGHERO nel Dahomey

Con profondo senso di riconoscenza e con grande gioia sono oggi tra voi, carissimi abitanti di Ronco Scrivia per ricordare un grande figlio della vostra terra, P. Francesco Borghero, che per primo, insieme allo spagnolo P. Fernandez, portò il messaggio cristiano al mio Paese, con la generosità, col coraggio, con l’amore di grande missionario, quale egli era.

Saluto e ringrazio il vostro parroco, don Angelo Lagomarsino, che mi dà questo onore e, con sensibilità ecclesiale, mi offre questa occasione.
Il mio rispettoso saluto alle Autorità per la loro cordiale accoglienza. Saluto i Superiori della Società delle Missioni Africane, alla quale Padre Borghero appartenne; saluto i sacerdoti genovesi che sono con noi per questo significativo incontro, i Religiosi e le Religiose e tutti voi carissimi partecipanti e quanti della vostra parrocchia.

Mi sento intimamente commosso nel portare a voi, nella mia umile persona un segno di quella gratitudine che la Chiesa d’Africa sente per i missionari, i quali rinunciando ad ogni pur legittima soddisfazione umana, hanno messo a disposizione della sua evangelizzazione la loro salute, le forze fisiche ed intellettuali, ogni loro qualità, doti e possibilità, affrontando enormi difficoltà e sacrifici.
Né dimentico che la mia stessa appartenenza alla Chiesa cattolica e la scelta della mia vita nella fede cristiana é certamente legata a quella evangelizzazione nel Dahomey, oggi denominato Benin.

P. Francesco Borghero vi giunse il 18 aprile 1861. Aveva appena 31 anni. Era nato qui, a Ronco Scrivia, nel luglio 1830. Voi ne conoscete dati e circostanze. Mi limiterò a qualche ricordo significativo per sottolineare l’obbligo di gratitudine e l’amore di verità e di giustizia.

Voi sapete che P. Borghero, da giovane, realizzò l’ideale della missione che illuminava la sua giovinezza, a Lione nella Società delle Missioni Africane (S.M.A.). Le testimonianze della sua preparazione lo ricordano pieno di vita e di qualità, “bell’ingegno”, lavoratore instancabile.

Nel gennaio 1861 s’imbarcò a Tolone, con altri due confratelli, uno dei quali, il francese P. Edde, morì durante il viaggio.
È interessante notare come la preoccupazione di quei missionari, di tre nazionalità diverse (uno italiano, l’altro francese ed uno spagnolo) era quella di esprimere un’unica fede, che sarebbe stata recepita da ogni lingua e da qualsiasi dialetto.

Dopo soste obbligate, giunse nel Golfo di Guinea. Così il primo missionario cattolico iniziava in quella terra la grande avventura dell’evangelizzazione.
A Ouidah fondò la stazione missionaria. Il lavoro della missione non era così semplice: la lingua diversa, il clima, l’ambiente, le ostilità legate alla tradizione ed ai costumi.

Il 31 dicembre 1864, quasi quattro anni dopo, scriverà: “Il Dahomey, ha così bene accolto il Vangelo, che se niente sopravviene ad interrompere l’opera dei missionari, sarà presto il Paese che potrà evangelizzare gli altri” (SMA: “Afriche” n. 15, pg. l7)

Borghero avvicinò tutti con grande semplicità e con coraggio, con la sicurezza che gli veniva dalla fede: l’umile gente del posto, i negozianti, i principi, i re, gli ambasciatori, i comandanti di navi e gli umili schiavi.

Sul metodo dell’evangelizzazione diceva: “I missionari hanno tre grandi mezzi:
- la vita casta non soltanto realmente vissuta, ma anche testimoniata con chiaro esempio;
- l’esercizio della carità verso gli ammalati
- offrire un’occupazione utile mediante l’istruzione” (idem, pg. 20)

Il momento storico era delicato: ai problemi di culture diverse, di abitudini locali, di contrastanti convinzioni religiose tradizionali, si aggiungevano i mutamenti nelle relazioni tra africani ed europei sia sul piano politico che su quello del commercio; c’era l’ingerenza di interessi coloniali con i piani di ambiziosa conquista.

E non si dovevano confondere le mire espansionistiche dei governi europei con la missione evangelizzatrice della Chiesa; i loro interessi non coincidevano con quelli della Chiesa.

Potremmo narrare tanti episodi della missione di P. Borghero. La sua permanenza in Africa non fu lunga, ma ebbe la gioia di vedere piantata la Chiesa . Nel 1865 egli dovette rientrare. Le sue forze fisiche erano spezzate.
“Di lui ci restano parecchi documenti - scrive un suo confratello - centinaia di lettere , resoconti e rapporti interessantissimi; un diario avvincente dal quale hanno attinto diversi ricercatori di storia, di etnologia africana; scritti sul problema della schiavitù”. (P. Renzo Mandirola, SMA: “Afriche” pg. 49)

I suoi scritti rivelano soprattutto un’impressionante generosità cristiana, una storia di sofferenze, di coraggio, di vita missionaria nel senso più genuino.
Dopo il suo rientro, si prodiga ancora nel ministero, ma la sua salute fisica era ormai minata ed una malattia incurabile chiuse qui la sua esistenza terrena il 16 ottobre 1892.

Nel ricordarlo gli esprimo un riconoscente omaggio. E mi rallegro con voi e con i sacerdoti genovesi. Mi congratulo con voi, che siete stati l’ambiente in cui lui é vissuto, cresciuto, educato. P. Borghero è un fiore della vostra terra.

Mi sembra logico pensare che non sia l’unico. Chi sa quanti, in altri settori si sono distinti. E quante famiglie possono vantare pregi e meriti. Non sono meno grandi certi padri di famiglia e certe madri, certi giovani che sanno dare nella semplicità della vita quotidiana, un senso alla loro esistenza.

Da P. Borghero dobbiamo imparare a rispondere alla propria vocazione, qualunque sia: nella famiglia, nel lavoro, nello studio. Ciascuno di noi é una parola di Dio nel nostro tempo; una parola da realizzare, da incarnare con la vita. Se vi sarà una vocazione religiosa, siatene degni e lieti.

Carissimi giovani di Ronco Scrivia, sappiate esser coerenti alla vostra storia ed ai vostri ideali. Anche quando l’incanto e la sicurezza delle proprie scelte si troveranno a confronto con gli ostacoli dell’esistenza.

Non basterà allora l’energia della volontà, lo slancio dell’entusiasmo, le qualità della persona o la sincerità delle intenzioni. Certi problemi della vita sono più grandi di noi. Questo vale anche per voi genitori di fronte al meraviglioso e tremendo problema di educare. Dobbiamo riconoscere che la realizzazione del nostro disegno ha bisogno di Dio.

Quante burrasche improvvise, quanti giorni a volte tempestosi anche nella nostra vita. Quante incertezze e dubbi nell’anima e nel rapporto con gli altri.
La preghiera é un grande sostegno; un rimedio immediato alla nostra sofferenza. Nella preghiera sarà più facile capire quel che Dio vuole da noi. Sarà più comprensibile e più realizzabile la nostra vocazione; sentirci strumenti di Dio e partecipi della Chiesa.

Allora veramente potremo capire cosa vuol dire essere concittadini dei santi.
Ed in questo cammino, Maria, madre nostra, ci accompagni e ci protegga. Amen.

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