“La bontà, ecco una delle sue virtù.Aiutare gli altri è un’attività che non lo stanca mai,
Moltiplica gli sforzi, è sempre in partenza.
Dio è la sua unica preoccupazione.
E’ discepolo di Cristo Luce, insegnando il Vangelo
diventa anche lui Luce per i suoi fratelli.
Pesante è il fardello che ha portato. Immenso il lavoro compiuto!
Che Dio lo ricompensi!”
(saluto alla sua partenza da Bondoukou nel 2003)
Etnologo pratico
Per un mese ho fatto l’autista a P. Giacomo che si era fatto male ad una mano, Un giorno lo accompagno in un villaggio assieme al catechista a François Koffi Murufié di Tanda. Durante la celebrazione della Messa in una piccola cappella di paglia, François dice ai fedeli : ecco il fratello maggiore (rivolgendosi a P. Giacomo) che indica il cammino al fratello minore. Effettivamente in un mese P. Giacomo, con pazienza e carità fraterna, mi ha insegnato quanto egli aveva appreso in un anno, sugli usi, costumi e tradizioni del popolo Koulango. La sua grande preoccupazione era visitare i villaggi, incontrare la gente, dare la catechesi ai catecumeni, imparare e parlare la lingua e tradurre la Parola di Dio nelle lingue locali.
Amico anche dello stregone
Amico di tutti , anche dello stregone Kpalissé di Tjédio, il quale accettava che il padre partecipasse alle sue danze, ma non voleva essere disturbato quando “consultava”. Soffriva di reumatismi e chiedeva medicine al padre, il quale ogni volta che andava nel villaggio per incontrare i catecumeni e i cristiani, gliene portava. Erano diventati due amici per la pelle!. Un giorno P. Giacomo gli disse: “ Quest’anno devo rientrare in Italia e mi darai un ricordo?. La tua maschera,per esempio. Ah questa no,è il mio tutto, essa mi fa vivere! Però guarda, prima che tu parta, ti darò una copia di questa maschera“.
Difatti fece scolpire una maschera, la mise in terra per un mese, perché prendesse forze poi la regalò al padre. P. Giacomo fu commosso di quel gesto e conservò prezioso quel regalo, lo mise in un baule di ferro assieme a dei tessuti tradizionali che la gente gli aveva regalato. Al momento di partire per l’Italia P. Giacomo venne a trovarmi ad Abidjan, aprimmo il baule ed ecco i tessuti erano marciti a causa della grande umidità e fummo costretti a buttarli, mentre la maschera che era mal ridotta e cominciava a perder alcuni denti decidemmo di tenerla ed il sottoscritto la trasportò in Italia via nave. Al mio arrivo a Genova il P. Giacomo fu contento di ricuperare il prezioso regale e si rivolge ad una antiquario per poterlo restaurare. Ora la maschera r si trova nel nostro museo.
“Un uomo mangiato dagli altri”
Negli anni ‘80 il sottoscritto e P. Giacomo partecipammo ad un corso di esercizi spirituali in Francia, tenuto da P. François Varillon, che P. Giacomo ha definito i più belli della sua vita. In un insegnamento il predicatore ci parlò dei dieci verbi della carità, tra i quali: “Saper rifiutare, saper dire no”. Terminata la Ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: Questo verbo fa per noi, perché ci eravamo accorti che il ritmo delle attività della missione non ci permetteva più di respirare, eravamo sommersi da richieste di ogni genere. Forti di questo verbo abbiamo messo dell’ordine nel nostro modo di vivere il quotidiano e di gestire gli interventi di promozione umana.
Nato a Ponti sul Mincio (MN), diocesi di Verona, il 1-11-1939, il 15 ottobre 2007 entra nella gioia del suo Signore
“Ho combattuto la buona battaglia fino alla fine,
ho terminato la mia corsa, ho mantenuto la fede“ (2 Tm 4,7).
P. Eugenio Basso
Testimonianze:
P. Antonio Porcellato:
Ripensando alla sua vita mi sembra di poter dire che Giacomo ha veramente amato l’Africa e ha amato la SMA.
Ha amato l’Africa, cioè le persone che ha incontrato e che gli sono state affidate nelle parrocchie e nel seminario in cui è stato.
Ha amato la cultura africana. Ha speso tempo per studiare e imparare la cultura abron-kulango, la lingua kulango. Ricordo la mia meraviglia e ammirazione una volta giovane seminarista di aver sentito P. Giacomo e P. Eugenio parlare fra loro in modo strano mentre passeggiavano davanti alal casa: ho poi scoperto: stavano recitando insieme il rosario in Kulango. Ha iniziato un dizionario Kulango- Francese che poi altri hanno portato a termine. Continua...
P. Lionello Melchiori:
P. Giacomo era sensibile ai segni di amicizia profonda e sincera che ripagava con le sue visite e le sue preghiere.
Con i suoi confratelli della SMA aveva bisogno di questa amicizia per una vita serena di consacrazione a Dio e ai fratelli, amicizia in un clima di famiglia, come lo aveva vissuto con i suoi famigliari. Uomo di compagnia, gentile, affabile e pieno di gioia contagiosa, amava sdrammatizzare anche nelle situazioni critiche e difficili. Un vero gentiluomo, dicevano in molti.
P. Giacomo credeva e teneva molto soprattutto alla vita di comunità, come famiglia dei discepoli del Signore in cui l’amore scambievole è segno della presenza del Risorto. In una sua lettera del 1998 scriveva: “Ho sempre sentito la mia famiglia religiosa molto vicina e non ne sono mai rimasto deluso, anche nei momenti in cui sembrava in crisi; anzi in quei momenti, l’ho portata di più nella mia preghiera invece di criticarla e di prenderne le distanze” (11-9-’98). Continua...
P. Lorenzo Rapetti:
la pratica delle scienze naturali ha acuito una sua predisposizione naturale ad osservare, a stare attenti sia alle cose che alle persone: questo lo aiutava molto anche nelle relazioni interpersonali perché ricordava bene le caratteristiche, i volti ed i nomi, il che è molto importante, soprattutto in Africa.
L’amicizia e la fedeltà: (che non sono un “aspetto minore”) caratterizzavano il suo impegno in generale, nella pastorale, nell’educazione e nell’animazione missionaria, ma soprattutto verso i confratelli: non si sottraeva mai ad un servizio e non negava mai un aiuto; ringrazio il Signore di averne beneficiato in modo privilegiato per quasi cinquant’anni... Continua...









