Dall’intervista fatta a p. Luigi Finotti da un giornalista ivoriano nel 1999
E’ stato in mezzo a noi
Il paese natale
Sono nato a Loreo (RO) nel 1932, in una famiglia di contadini. Nel passato la mia regione era sotto la repubblica di Venezia. che fece dei grandi lavori di ingegneria idraulica per prosciugare la zona. La regione è disseminata di canali, grandi e piccoli torrenti. Mio padre faceva un lavoro tecnico, gestiva un’idrovora. Mia madre era casalinga e lavorava molto nei campi. Noi figli (eravamo 5) li aiutavamo sempre nelle loro attività nei momenti liberi della scuola. Devo ringraziare i miei genitori, persone di fede, che ci insegnavano il rispetto di Dio e ci educavano cristianamente.
In Seminario
All’età di 11 anni sono entrato in seminario. Il mio parroco, che mi vedeva impegnato come chierichetto, pensando che avessi un germe di vocazione, mi chiese se volessi andare in seminario; eravamo durante la guerra nel 1943. I miei genitori non erano troppo d’accordo, perché durante la guerra non si mangiava bene in città, mentre ai campi ci si arrangiava. Ho fatto i miei studi fino al sacerdozio e sono stato ordinato sacerdote nel 1956. Ero destinato al lavoro pastorale in diocesi, ma già durante gli studi ero attratto dalla vita missionaria. Chiesi allora al Superiore del Seminario di poter entrare in un Istituto missionario; il vescovo mi disse che la Diocesi era povera di preti e che dovevo dare il mio contributo alla Diocesi che mi aveva coltivato e educato. E’ così che sono rimasto tre anni in Diocesi: due anni con i giovani e il terzo anno come educatore in Seminario.
La SMA, una nuova famiglia per l’Africa
Alla fine nel 1959 il Vescovo mi lasciò partire alla SMA e feci l’Anno di Spiritualità in Belgio e nel 1960 espressi il Giuramento di servizio all’Africa e di obbedienza ai Superiori per tutta la vita. Lo stesso anno, 1960, era l’anno dell’Indipendenza della Costa d’Avorio, era l’anno in cui fu ordinato il primo vescovo avoriano, Mons. Bernard Yago.
Prima esperienza missionaria ad Agboville
Ero stato nominato alla diocesi di Abidjan e inviato come vice-parroco nella parrocchia di Agboville. Le prime persone della Costa d’Avorio e dell’Africa che conobbi furono gli Abbè. Fu una bellissima esperienza, e di questo debbo ringraziare anche i confratelli che erano con me, soprattutto l’esperienza delle visite ai villaggi. Ero, come si usava dire, un prete di campagna non avevo l’automobile e camminavo molto a piedi, andando di villaggio in villaggio con i portatori. Quando ritornavo dai villaggi avevo bisogno di distensione e lo facevo soprattutto visitando l’ospedale, così incontravo tante persone e avevo l’occasione di dare una testimonianza agli infermieri che erano in quell’ospedale.
Vicino alla gente
Visitavo i quartieri della cittadina (Agboville), salutavo la gente, andavo al mercato non solo per curiosare e vedere tanta gente ma in particolare per incontrare le persone. Ho sempre amato il contatto personale con la gente. Il Signore mi ha fatto un dono veramente grande, oggi un po’ arrugginito: si tratta del dono della memoria dei volti e dei nomi delle persone e di tutto ciò che concerne una persona. Quando incontravo un cristiano potevo ricordare i suoi problemi, quelli della sua famiglia; e ciò era molto utile per servire la gente. Fa piacere alle persone il vedere che anche dopo tanti anni tu ti ricordi di loro! Non posso vantarmi di questo perché è un dono di Dio.
“E’ il più piccolo che deve viaggiare”
Dopo due anni, nel 1962, Mons. Bernard Yago dovendo spostare dei confratelli disse: “è il più piccolo che deve viaggiare”! Mi inviò nel nord della diocesi nella parrocchia di Agnibilékrou come vice-parroco. Lasciai con una certa amarezza gli Abbè con i quali avevo fatto una bellissima esperienza e mi sono trovato con gli Agni. Così ho dovuto incontrare gente di carattere, di lingua e di usi e costumi diversi, insomma un altro popolo. Anche lì ho ringraziato il Signore perché la varietà degli incontri arricchisce la vita del missionario.
Conoscitore degli usi e costumi della gente
Un giorno ad una riunione di sacerdoti si parlava dei problemi pastorali legati agli usi e alle tradizioni locali; un sacerdote Abbè mi disse: “Lei conosce gli usi e i costumi meglio di me che sono Abbè”. Ho continuato le stesse cose presso gli Agni. Apprezzavo molto anche questa gente di Agnibilekrou. E là facevo la stessa esperienza di passare di villaggio in villaggio. Vivendo con la gente non ho mai avuto problemi; ho lavorato anche con i giovani contadini come aveva fatto p. Antoine Valero fondando la JAC (Jeunesse Agricole Catholique). Con loro ho imparato tante cose sulla cultura del cacao e del caffè e li ho anche aiutati a coltivare sempre meglio portandoli al Centro Sperimentale di Bingerville e di Abengourou.
Evangelizzatore
Il contatto con la gente mi permetteva di realizzarmi come missionario. Grazie a Dio avevo la fede e avevo potuto prepararmi abbastanza bene durante i miei studi prima del sacerdozio; avevo imparato a vivere con entusiasmo la comunione con il Signore. Non ho mai avuto problema a parlare di Dio anche discutendo di ignami, di patate, di cacao o di caffè; Dio infatti può entrare in ogni aspetto della nostra vita. Ciò mi permette veramente di evangelizzare mettendo Dio al primo posto. Non si tratta di far passare Dio come una scienza, ma come una conoscenza vitale, esistenziale, altrimenti non siamo nella fede, una fede che non trasforma la vita.
L’umiltà
Un’altra cosa che ho imparato dalla gente è l’umiltà. Per esser vicino alla gente bisogna essere umile, saper ascoltare, non prendere mai una atteggiamento dall’alto in basso; la gente ha sempre apprezzato la capacità di dialogare e di informarsi. E quando bisogna rimproverare qualcuno, farlo con dolcezza e non con il coltello e avrai guadagnato il tuo fratello. Sono stato un anno e dieci mesi a Agnibilekrou e ho fatto l’esperienza della responsabilità della Parrocchia; ciò mi preparava al seguito della mia vita missionaria. Il parroco era rientrato in Francia per motivi di salute e per parecchio tempo sono rimasto solo; ho fatto quanto ho potuto.
Ancora spostamenti
Ecco che un altro cambiamento avviene ancora: la creazione della diocesi di Abengourou con il primo vescovo Mons. Abissa Kouakou Eugène. Questi incomincia la visita delle parrocchie, mi incontra ad Agnibilekrou e mi nomina parroco a Tanda. Era la terza parrocchia dei miei cinque anni di permanenza in Costa d’Avorio. Allora non si ritornava in Europa come si fa oggi ogni due o tre anni.
Tanda e la scuola cattolica
A Tanda soggiorno un anno e due mesi. In più dell’opera di evangelizzazione, ho lottato per le scuole cattoliche. Allora i Koulango, come le altre etnie che avevo conosciuto, non volevano mandare i loro figli a scuola perché, dicevano, la scuola rovina i ragazzi. E allora invece di inviare i loro figli, preferivano inviare i figli dei loro servitori, dei loro schiavi. Ma quando si accorsero che i figli dei loro servitori ritornavano come i loro padroni (le autorità), pensarono che la scuola era buona anche per i loro figli! A Tanda ho lottato per le scuole; c’erano villaggi che richiedevano la scuola per mostrarsi superiori agli altri, ma dopo aver pagato le tasse scolastiche e i libri, ritiravano i figli per mandarli a lavorare nei campi. Alcuni confratelli mi dicevamo: “Perché insisti per le scuole se le gente non si interessa, lascia stare!”. Io rispondevo: ”Se la cosa è buona per la gente, bisogna lottare con pazienza e poi, col tempo, la gente finirà per capire”. “Non dobbiamo scoraggiarci anche se siamo considerati duri e testardi, è un grande aiuto che rendiamo ai villaggi”.
I maestri cattolici
Devo dire che avevamo dei buoni maestri molto impegnati. Se posso fare un paragone, rimpiango molto le scuole della missione di allora, perché i maestri erano umili, con la coscienza professionale; purtroppo oggi non troviamo più nelle nostre scuole maestri di quella levatura.
Un rimpianto
Il solo rimpianto che oggi ho come missionario è quello di non aver mai imparato la lingua Koulango, solo qualche parola… Non so cosa farei per ritornare indietro e dedicare il mio tempo ad imparare questa lingua. Dal 1964 sono sempre stato responsabile di parrocchia e sono stanco di farlo; non ho imparato il koulango, ma quando i confratelli arrivavano dicevo loro di prendersi sei mesi per studiare la lingua con registratore e metodo. Se alcuni confratelli si sono impegnati per l’apprendimento della lingua, come il rimpianto p. Angelo Bianco, è forse grazie a me perché preferivo lavorare per lasciarli liberi.
Sulle piste per la missione
Arrivando in una parrocchia dovevo mettermi subito all’opera; arrivato a Tanda ho trovato una parrocchia immensa; allora Tabagne dipendeva da Tanda. Dovevo percorrere le piste per raggiungere tutti i villaggi che erano numerosi. La gente veniva a cercare il padre: è da tanto tempo che non vediamo un padre e non abbiamo la Messa.
In un villaggio c’era un uomo che aveva atteso a lungo un missionario per avere il battesimo e, stanco di attendere, si era rivolto verso i musulmani. Così capii che bisognava subito mettersi al lavoro per rilanciare la catechesi: era l’anno 1964-65.
Ero giovane e potevo quindi restare nei villaggi fino a 10-15 giorni, anche se le Suore si lamentavano che restavano senza la messa in tutto questo tempo ed è così che ho potuto rilanciare la catechesi e alla fine del 1965, prima di ritornare in Italia, feci 286 battesimi di adulti.
Se si può parlare di statistiche, anche se non si possono calcolare gli effetti spirituali, il frutto delle mie visite nel breve periodo qui a Tanda ha portato 600 iscrizioni alla catechesi. Mi sono anche reso conto che i primi battezzati hanno messo le basi per le future comunità cristiane dei villaggi.
Difficoltà nell’evangelizzare
Gli usi e costumi della gente sono il volto, la fisionomia di un popolo; ci sono usi e costumi molto buoni, ma ce ne sono che non si conciliano con il vangelo, con la pratica cristiana. Le difficoltà le ho trovate in certe tradizioni religiose come l’adorazione della terra, il culto dei feticci. Certi capi non potevano capire che un cristiano non potesse più adorare il feticcio né rispettare certi giorni di riposo; mi ricordo che a Tangamourou, il vecchio Koffi Krèmè si era arrabbiato con i cristiani e diceva che io avevo affidato la “chefferie” ai cristiani, i quali non accettavano più di obbedire ai capi tradizionali. I cristiani infatti non volevano più fare i lavori che il capo villaggio dava da fare in giorno di domenica. Verso gli anni ’70, quando si trattava di preparare il terreno per la sotto-prefettura oppure pulire il villaggio in giorno di domenica i capi, che erano animisti, volevano obbligare i cristiani a lavorare di domenica. Fortunatamente i cristiani, intelligenti, chiedevano al capo la loro porzione di terreno da pulire o il lavoro da fare e lo facevano durante la settimana.
Diplomazia africana
Nell’insieme non ho trovato mai grandi opposizioni. Soprattutto presso gli Abron, la diplomazia è una scienza; un Abron non ti dice mai le cose nude e crude. Soprattutto in questa grande etnia, degna di rispetto, si trova questa scienza che è la diplomazia e il rispetto. Essi ti fanno sapere le cose senza far la guerra… Penso che oggi il Cristianesimo si è radicato bene e ringrazio Dio. Così anche oggi qui da noi non siamo molti, ma Dio è in mezzo al suo popolo, ha fatto la sua scelta.
Saper ringraziare
Il popolo è un popolo scelto da Dio e se ne vedono i frutti. Se debbo parlare di Tabagne, la gente di Tabagne ha certo i suoi difetti, ma ha la fede e uno spirito di preghiera che sorprende. Ricordo che trentatré anni fa in un grosso villaggio della parrocchia, c’era una chiesa che sembrava piuttosto ad un pollaio, molto corta e molto bassa; c’erano solo 15 persone che frequentavano la chiesa, parlo del villaggio di Dinaoudi. Quando sono ritornato in quel villaggio nel 1993, entrando in chiesa ero commosso, piangevo come un bambino, nel vedere una grande chiesa piena di fedeli con gente fuori. Mi sono detto: “Veramente Dio è meraviglioso, Dio ha lavorato al di sopra delle nostre forze e dei nostri mezzi”. Quando si vedono cose di questo genere non ci resta che ringraziare Dio. Il missionario deve ringraziare Dio per il dono della vocazione ed è questo il sentimento che abita in me in questo momento; grazie per quanto ho potuto vivere e sperimentare nella mia vita missionaria.
Saper imparare
Debbo ammettere che la gente mi ha dato molto; ho visto negli African una maturità ed una umanità che difficilmente troviamo da noi in Europa; nei nostri paesi europei, tutto è diventato macchina e calcolo. Basta guardare la nostra gente qui con il suo sorriso facile e spontaneo, attraente! Io ho imparato molto: la pazienza, la dolcezza e disponibilità, l’accoglienza, la solidarietà, la comunicazione facile. Gli Agni e gli Abron sono dei signori, rispettosi con questa capacità di relazione molto umana.
Breve soggiorno a Bondoukou
Al di fuori di Tabagne non ho fatto nulla. A Bondoukou ho aiutato un po’; al Centro Botogoni, centro di spiritualità e di incontri per la diocesi, P. Angelo Bianco aveva incominciato, io ed un altro confratello P. Andrea Mandonico abbiamo continuato, con le Suore naturalmente. Abbiamo fatto la nostra parte in quel momento. Ero partito in Italia nel 1989 per essere operato al cuore; di ritorno ho chiesto alle autorità locali, ed ho ottenuto, ancora un appezzamento di terreno per completare l’opera.
La missione di Tabagne
Lei mi chiederà perché a Tabagne ho fatto parecchie cose e altrove meno; perché altrove il mio soggiorno è stato breve… come un missionario vagabondo! Due anni a Agboville, due a Agnibilekrou ecc. Forse Tabagne è di più nel mio cuore; ricordo che quando nel 1965 partii in Italia, mons. Kouakou mi promise, se fossi ritornato, di inviarmi a fondare la parrocchia di Tabagne. I miei superiori mi hanno trattenuto in Italia ed altri missionari sono venuti ed hanno lavorato per fondare questa parrocchia; è normale, non ne sono geloso! Dio è presente per tutti. Però ho sempre avuto un presentimento che un giorno sarei approdato a Tabagne. Nel 1987 alcuni della mia famiglia erano venuti a salutarmi a Bondoukou e li avevo portati qui a Tabagne a salutare il capo chiesa e i vecchi cristiani; ed essi mi dicevano: “Padre, un giorno verrai qui da noi” ed ecco che la cosa si è avverata. E’ qui che ho potuto realizzare diverse cose; Dio è Provvidenza, non è merito mio. La chiesa è fatta: abbiamo ricevuto una sovvenzione da Roma e… poi la Provvidenza è venuta in nostro soccorso.
La maternità
C’è anche la maternità. Un mio confratello scrisse a tutti noi missionari per segnalarci un signore che desiderava far qualcosa in Africa per la donna ed era disposto a dare una grande somma. Io, come gli altri missionari, ho presentato il mio progetto che è stato accettato. C’era una maternità, unita al dispensario ed ad altri servizi sanitari, ma non era abbastanza strutturata per il servizio che doveva rendere.
Progetto di chiesa a Tabagne
Qui P. Finotti si sposta verso la nuova chiesa. Questa chiesa è stata progettata nel 1993 quando sono ritornato dall’Italia e Mons. Alexandre Kouassi è venuto a dirmi che sarebbe bene pensare a fare una nuova chiesa, perché la vecchia non poteva più contenere le centinaia di fedeli. Si decise allora di far del nuovo e i miei fratelli mi dissero:” Ti aiutiamo”. Il primo container arrivò a Tabagne nel 1994.
Da hangar a casa di preghiera
Quando il materiale fu sul posto, con l’aiuto di un vecchio impresario che aveva lavorato diversi anni in Africa, con la presenza di un tecnici e un architetto la chiesa è stata fatta così come la vedete. Poteva uscirne un hangar, ma si è voluto dare l’idea di chiesa con questa punta che si erge nella parte centrale del tetto. Sono come due mani giunte che si “tuffano” verso il cielo, con l’idea della preghiera e della supplica a Dio; il luogo dell’adorazione.
Le ali del tetto che si allargano significano l’atteggiamento di Dio che raccoglie i suoi figli in un popolo, li eleva dalla condizione umana e li fa salire verso di Lui per essere in comunione con Lui.
La gente di Tabagne ha collaborato moltissimo alla realizzazione di questa chiesa; basti pensare alle fondazioni che sono state fatte con pietre solide trasportate da loro.
L’altare
Veniamo all’altare. Quanto al simbolismo dell’altare dobbiamo dire che nell’Antico Testamento si facevano gli altari con pietre sovrapposte per indicare il rapporto tra Dio e l’uomo. Così questo altare è fatto di pietre, la tavola è di travertino italiano.
Il sacrificio che si realizza su questo altare è quello di Cristo, ogni volta che si celebra l’Eucaristia a vantaggio degli uomini. Quindi l’altare è il luogo sul quale si perpetua il sacrificio di Cristo sulla Croce. Ma Cristo non è rimasto nella tomba dopo la morte ma è risuscitato; ecco quindi qui a sinistra l’immagine di Cristo risorto, per cui l’altare non è l’altare della morte ma della risurrezione del Signore.
Sotto la croce si vede il Tabernacolo, perché l’Eucaristia è sacrificio e banchetto. Cristo risorto è vivente in mezzo a noi; ecco l’Eucaristia che noi cattolici conserviamo nel Tabernacolo per l’adorazione e la preghiera.
La Vergine Maria
Nella mia idea c’è Gesù, dono del Padre per noi uomini per essere nostro salvatore, nostra guida e nostra luce e vicino a lui sua Madre Maria, che ha collaborato alla Redenzione dell’umanità, partecipando in modo unico al mistero di Cristo. Cristo ce l’ha data sulla croce come nostra madre quando diceva a Giovanni l’evangelista: “Ecco tua madre”. I cristiani debbono avere sempre davanti agli occhi Colei che è la loro madre, la Vergine Maria.
Che cosa desidera che la gente ricordi di lei?
Non desidero niente! Sono un servitore; ho servito e basta. Se la gente potesse dire: ”Ci ha serviti, è stato in mezzo a noi”… ecco quanto vorrei che dicano… Non voglio essere glorificato, incensato. “E’ stato con noi”, ecco quello che desidero, è quanto ho voluto e ho cercato di vivere nella mia vita sacerdotale.
