Il ricordo degli amici di Palombaio

Alto, sorridente, autorevole. Veniva da Millesimo, Traspariva dalla sua figura una grande capacità di Fede e una predisposizione all’agire.

Mons. Padovano autorizzò il gruppo ad usare per quell’attività alcuni locali della Chiesa di Santa Teresa (allora un rudere umido, non certo bella come oggi) e, qualche anno più tardi, i locali dell’ex Seminario Vescovile. Lì incontravamo i nostri bambini, anime in età scolare e con loro facevamo una cosa molto semplice : studiare e giocare tutti i giorni, ogni pomeriggio.

Nel contempo però Gianfranco cercava altro; aveva capito che la nostra terra era molto fertile per l’animazione. Cercava un luogo dove poter realizzare un Centro di Animazione Missionaria.

Ne parlò a Mons. Magrassi, che gli indicò un probabile donatore. Era l’avvocato Ranieri. Lo incontrò e lui fu subito entusiasta di fare una donazione nei confronti della sua opera. I coniugi Ranieri avevano infatti nel loro cuore una ferita profonda: la morte del loro figlio avvenuta in tenera età e volevano, in qualche modo, legare al tempo della storia il suo nome, renderlo eterno, anche dopo di loro.

Gli proposero la donazione di un grosso caseggiato in Palombaio e di un altro in contrada Tauro. Andammo a vedere il primo: sembrava un Seminario adattissimo allo scopo. Ma, cercando cercando, scoprimmo una crepa che dalle fondamenta si inerpicava feroce lungo tutto il primo e il secondo piano. Man mano che la crepa saliva, una stilettata colpiva al cuore Gianfranco,

“No! Troppo ardita l’opera, troppo costoso il recupero”. Ripiegammo su contrada Tauro. Lì c’era una villa di campagna molto antica. Piccola, bella, ma da ristrutturare e certamente da ampliare. Gianfranco la guardò più volte e, unico tra tutti noi, ci intravide la sua S.M.A.

Decise di sì e dopo tanto tempo ottenne la donazione. Intanto un numero sempre crescente di persone lo conosceva e lo frequentava apprezzandone le doti di equilibrio e di tenacia e la sua grande fede. Nella scuola elementare, quando si presentava ai bambini per parlare delle missioni, esordiva sempre con un canto africano “Aram Sam Sam” che in poco tempo fu conosciuto da tanti bambini di quel tempo.

Ma l’impegno più grosso era la Casa di animazione e soprattutto come fare per ristrutturarla. Ci coinvolse in questo progetto, ci propose un aiuto da dargli, in cambio dell’esperienza pura dell’amicizia dell’incontro, dello stare insieme.

Nell’84 cominciammo. Era il giorno della Pasquetta quando entrammo nella villetta. Cominciammo a tirar via le erbacce a mani nude, a bruciare le carcasse dei cani, a tirar via le auto lasciate lì dopo qualche furto. E lui era lì, ci guidava lavorando sodo, esperto com’era di molte cose.

Cominciò per noi un periodo bellissimo, lungo e giocoso: durante il periodo scolastico seguivamo i bambini nella Comunità d’Accoglienza e d’estate ci trasferivamo a Palombaio per lavorare alla ristrutturazione della casa. Da altri paesi del Nord si univano a noi giovani conosciuti da Gianfranco che condividevano anche loro questa esperienza.

In cambio ricevevamo un piatto di minestra, l’amicizia, la comunione d’intenti, la celebrazione dell’Eucarestia sul terrazzo al tramonto quando al termine di una giornata di lavoro ringraziavamo Dio di tutto quello che ci aveva dato. Gianfranco non aveva solo noi, ma tante persone che lo aiutavano in modi diversi, condividendone i bisogni, donavano il proprio tempo o la propria competenza professionale, anche somme di danaro per un unico fine comune. E lui non era mai stanco, era infaticabile.

Aveva una parola per tutti ed era capace di entrare in relazione con il povero e con il ricco, con il dotto e con il semplice, con i diversamente abili dei quali aveva una grande attenzione e cura della loro normalità. Dopo tanti mesi di lavoro volontario e con il contributo di molti, finalmente la Casa di Animazione Missionaria Sma di Palombaio aprì i battenti ufficialmente.

Ricordo ancora la gioia di tutti, di Mons. Magrassi, ma soprattutto di Gianfranco. La casa divenne subito un grosso polo di attività per le missioni: Gianfranco fu affiancato da Padre Carmine Carminati e da Padre Vito Girotto. I tre si completavano perfettamente.

A loro si aggiunse Suor Saveria, dapprima, e poi Suor Bruna, Suor Giordana e Suor Sebastiana. Cominciavano ad avere corpo le varie iniziative, i primi campi missionari. Ma la cosa importante era la presenza testimoniante di missionari in terra nostra. Qualsiasi persona che si affacciava alla Sma, riceveva accoglienza da parte dei Padri e delle Suore, una buona parola, un sorriso, un consiglio utile per la vita.

Il tempo passava e arrivammo all’88. Per noi fu molto doloroso sapere che Padre Gianfranco sarebbe ritornato in Africa ad Abidjan,Costa d’Avorio. Ma l’Africa per lui era la vocazione primaria. Lo lasciammo in agosto di quell’anno durate il campo per i bambini della Comunità d’Accoglienza che avevamo organizzato a Riccia. Se ne partì da noi, non senza commozione, sulle ali del canto “Nuova terra nascerà “.

Ad Abidjan si sarebbe messo subito al lavoro: avrebbe realizzato RADIO Espoir, la prima radio cattolica della Costa d’Avorio, capace di imporsi alla radio governativa con un segnale percepibile per tutta Abidjan (4 milioni di persone) e oltre fino a una distanza di 70 Km, usando una tecnologia e una organizzazione senza precedenti.

Oltre a ciò organizzava la Caritas e provvedeva alla costruzione di un ospedale per i più poveri con diversi reparti: oftalmologia, cabinetto dentistico, radiologia ed ecografia, laboratorio di analisi, un reparto di pediatria e una sezione per la rieducazione delle persone diversamente abili. Il suo sogno era quello di potenziare questo ospedale con una sala operatoria che peraltro stava per ottenere dal Policlinico Gemelli di Roma.

Tutto questo era creato da Padre Gianfranco con grande intelligenza, organizzazione e senso pragmatico che lo portavano in prima persona a fare, forte di una grande conoscenza delle cose in tutti i campi. Coinvolgeva in quest’opera tutti i suoi amici e i benefattori della Sma.

Ricordiamo che un anno venne in Italia e riuscì a riempire dei container, depositati nel porto di Genova, con apparecchiature sanitarie necessarie ad Abidjan. Quei container sarebbero arrivati poi a Port Bouet via nave qualche mese dopo.

“Perché non ci hanno consultato ? ci chiedevamo. Forse avremmo potuto dare una mano come laici”. Quello che rimaneva però, indistruttibile, era l’amicizia con lui.
Lo seguivamo passo passo : Abidjan, Port Bouet, Irlanda, Roma. Fino all’8 agosto di quest’anno.

Tornando da Firenze abbiamo l’intuizione felice di andarlo a trovare a Roma dove alla Sma lui era Economo generale da qualche anno. Lo troviamo bello e pimpante come sempre. Mangiamo con lui. Sarebbe andato da lì a qualche giorno in ferie in montagna per riposarsi un po’. A settembre però comincia una febbre persistente.
Ci preoccupiamo, gli telefoniamo continuamente. La febbre non cala, è molto aggressiva. Poi il ricovero, una diagnosi infausta, l’operazione. Gli facciamo visita il 24 ottobre al San Camillo di Roma. Scuote la testa nel vederci : “Siete venuti fin qui. E i bambini?” Possiamo stare con lui solo un’ora. Non ci piace il suo aspetto. Andiamo via.

La situazione precipita. I Contatti telefonici si diradano. Non riesce a parlare. Esce dall’ospedale e dopo qualche giorno viene trasferito alla Sma di Genova. E’ molto grave. Poi una telefonata ci avverte: “Venite…E’ l’ora”. Partiamo la sera del 24 novembre. Al mattino del 25, alle ore 7.00, in treno ci giunge la notizia: è morto. Guardiamo il cielo dal finestrino del treno. Non ci crediamo ? Non è possibile ? Dopo qualche ora arriviamo alla Sma di Genova.

Hanno composto la salma in una stanza al piano terra. Non sembra lui. E’ vestito da sacerdote. I capelli lunghi e bianchissimi, il fisico distrutto ma bello nell’ora della morte. Accanto c’è il cero della Resurrezione: la fiamma è molto vivida. Non ci sembra vero. Non ci crediamo. Lo tocchiamo: è Gianfranco; è qui. Siamo sbalorditi. Saliamo nella sua stanza: c’è la sua giacca con il distintivo Sma, le sue borse da viaggio, un mare di medicinali, il letto della fine.

Cerchiamo Gianfranco qui, in questi segni che sembrano appartenere a un lontanissimo passato. E affiorano i ricordi, le sue parole, i suoi sermoni, la sua andatura, la capacità di sintesi al termine degli incontri comunitari, la sua testardaggine, il senso pragmatico, la sua fede.

Rivediamo in un flashback feroce le stanze che ha abitato: quella della Casa del Clero a Bitonto, quella della Sma a Palombaio, quella di Radio Espoir, quella dei campi estivi con i bambini a Pretoro e Riccia, quella di casa sua a Millesimo, quella di Roma del suo studio da economo. Questa è l’ultima, la più brutta, la più vuota, purtroppo la più vera.

E’ come un turbine di vento. Scendendo incontriamo Padre Carmine: lo conosceva sin da ragazzo e poi ne è diventato il superiore. Ci dice: “Non soffro più per lui. Sono contento perché sono certo che ora è in Paradiso”.

Chiudiamo gli occhi e guardiamo dall’alto della collina il mare di Genova: il mare da dove partirono i sogni dei navigatori del passato. C’è una luce rosa sulle onde. Giriamo le spalle con gli occhi lucidi di pianto. È ora di partire : Ciao Gianfra’….

Maria Grazia e Carmelo Bacco di Bitonto


 
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