Nel giugno del 2007 l’Ong inglese Global Witness ha pubblicato un rapporto sul ruolo che ha svolto il cacao ivoriano nel finanziare le due parti in guerra. Sarebbero circa 120 milioni di dollari le risorse ricavate dal commercio del cacao, impiegate dai contendenti per acquistare armi e mantenere l’apparato di guerra.
Il rapporto è intitolato “Cioccolato caldo: come il cacao ha alimentato il conflitto in Costa d'Avorio”. È disponibile online in inglese e francese nel sito dell’Ong inglese.
Il rapporto accusa anche le imprese internazionali importatrici del cacao ivoriano, che hanno volutamente chiuso gli occhi sulla situazione di guerra che viveva il paese, e non hanno minimamente messo in questione un commercio di morte.
Dal settembre 2002, i combattimenti in Costa d'Avorio hanno fatto migliaia di morti fra la popolazione civile ed hanno comportato lo spostamento di centinaia di migliaia di individui. Più del 40% della popolazione ormai è toccato dalla povertà.
“La vostra sbarra di cioccolato ha forti possibilità di contenere cacao ivoriano e può darsi che abbia finanziato il conflitto in questo paese, cosa che lascia un gusto amaro in bocca”, dichiarava Patrick Alley, direttore di Witness globale, alla presentazione del rapporto. “L'industria del cioccolato dovrebbe mettere dell'ordine nei suoi affari, e vigilare affinché si venda soltanto cioccolato non associato al conflitto”.
Il 40% del cacao mondiale proviene dalla Costa d'Avorio. Il cacao è la principale risorsa economica di questo Stato dell'Africa occidentale segnato dall'instabilità. Rappresenta in media il 35% del valore totale delle esportazioni ivoriane, cioè circa 1,4 miliardo di dollari all'anno.
Il settore cacao ivoriano da tempo è purtroppo caratterizzato da cattiva gestione, opacità dei conti, corruzione e favoritismo politico. Il rapporto offre le prove dettagliate che il governo si è servito di più di 58 milioni di dollari, derivati dalle imposte sul commercio del cacao, per finanziare al guerra.
Ciò è avvenuto con la complicità di due imprese occidentali: Cocoa SIFCA, la filiale ivoriana del gruppo agroalimentare americano Archer Daniels Midland (ADM), e Dafci, che all'epoca faceva parte del conglomerato francese Bolloré. Per non perdere il monopolio sul cacao ivoriano, le due imprese hanno permesso che il governo sviasse dei fondi della Borsa ivoriana del caffè e del cacao, un’istituzione costituita da privati e dalla stato, che ha come fine di stabilizzare i prezzi ai piccoli produttori e finanziare lo sviluppo del paese.
Il commercio del cacao avoriano è sporco a tal punto, che è costato la vita al giornalista franco-canadiano Guy-André Kieffer, che nel 2004 indagava sulla corruzione generata dal cacao, e a un magistrato francese, che effettuava un’inchiesta sul cacao ivoriano per conto dell’Unione Europea.
Cosa può fare il consumatore di cioccolato in Italia in questa situazione? Global Witness suggerisce un’iniziativa molto pratica: quando si compra una tavoletta di cioccolato, possiamo chiamare i numeri del Servizio Clienti, riportati sulla confezione, e chiedere che il fabbricante prenda le misure necessarie per impedire che il cacao che importa provenga da zone in guerra.
I cittadini dei paesi occidentali, grandi consumatori di cioccolato, dovrebbero inoltre esigere dai propri governi che siano imposte delle regole di trasparenza alle società importatrici di cacao, per scoraggiare la corruzione e lo storno di fondi pubblici.
Il consorzio CTM-Altro mercato, che rifornisce le botteghe del Commercio Equo e Solidale, ha messo a dispozione su intenet un opuscolo sui risvolti sociali, politici ed economici del commercio del cioccolato e del cacao che consumiamo tutti i giorni.
Lo trovi a questo indirizzo.
