Jeune Afrique: il miracolo editoriale

Jeune Afrique: il miracolo editoriale su cui nessuno osava scommettere

Per molti settimanali, superare la soglia dei 2.500 numeri è un traguardo importante. Conoscendo la crisi profonda in cui versa da almeno un decennio la stampa internazionale, possiamo parlare di mezzo miracolo. Ma nel caso di Jeune Afrique, magazine panafricano lanciato quasi cinquanta anni fa nel continente meno avanzato del jeune afriquepianeta, il miracolo è accertato. L’uomo della provvidenza si chiama Bechir Ben Yahmed, un Citizen Kane africano che in mezzo secolo ha fatto del Groupe Jeune Afrique la più importante azienda multimediale panafricana.

L’avventura di Jeune Afrique nasce alla fine degli anni ‘50 in Tunisia. L’Africa è in subbuglio e il colonialismo entra in crisi. Dopo un passaggio nella delegazione che ha consentito al paese arabo di conquistare la sua indipendenza nel 1956 e una fugace apparizione nel regime di Bourguiba, Ben Yahmed torna alla sua eterna passione: il giornalismo. Il 17 ottobre 1960 nasce Afrique Action che, come si legge nel numero speciale dedicato al 2.500° numero, “si batterà per l’indipendenza di tutti i paesi del Terzo Mondo ancora colonizzati, per lo sviluppo, contro le ingiustizie sociali e per la democrazia”. Passa un anno e il giornale cambia pelle: appare Jeune Afrique (soprannominato JA dagli appassionati) che, dopo il trasferimento della redazione a Parigi (1964), diventa il magazine più letto dagli africani.

Dai presidenti ai ministri, dai diplomatici agli imprenditori, gli articoli pubblicati su JA sono per molti lettori una miniera d’oro. “Jeune Afrique è un’impresa editoriale fuori dal comune” spiega a Panorama.it Dominique Mataillet, vice caporedattore in forza al giornale da oltre vent’anni. “Da sempre, il magazine deve fare i conti con un mercato, quello dell’informazione panafricana, poco attraente per il settore pubblicitario. I mezzi che possiede un grande quotidiano come Le Monde o il New York Times ce li possiamo scordare”. La soluzione? “Offrire un prodotto artigianale di altissima qualità e avere la fortuna di lavorare con un direttore come Bechir Ben Yahmed.

Se non fosse stato per Jeune Afrique, avrebbe potuto dirigere qualsiasi grande giornale francese. Anche i suoi più feroci nemici gli riconoscono un’intensità di lavoro fuori dal normale, una scrittura giornalistica raffinatissima e capacità imprenditoriali straordinarie”. Tutte doti che hanno permesso a Jeune Afrique di vincere le sue sfide.

Tra quelle più difficili, Mataillet insiste “sull’apparizione negli anni ‘90 di un numero impressionante di giornali africani a basso costo che ci ha costretto ad orientarci verso un pubblico più elitista e, soprattutto, le pressioni che la trentina di giornalisti che compongono la redazione deve subire dal mondo esterno. Per qualsiasi giornale nazionale, queste pressioni si limitano alle forze politiche o ai poteri economici di un solo paese. Nel nostro caso, dobbiamo confrontarci con una cinquantina di nazioni”. Non c’è giorno che passa senza che dall’Africa non piombi nella sede di JA una richiesta di intervista a tale ministro o oppositore di un paese africano. A questi si aggiungono uomini d’affari, diplomatici, rappresentanti della società civile, artisti etc. “Non conto più le volte in cui i giornalisti sono costretti a respingere le sollecitazioni”.

Non tutte però. Da anni, i detrattori di Jeune Afrique accusano la direzione di eccedere nei ‘publi-redazionali’. Un’inchiesta del giornale satirico Le Gri-Gri International ha rivelato nel 2005 una lista di regimi amici (tra cui Marocco, Algeria, Rwanda, Gabon, Mauritania) disposti a versare centinaia di migliaia di euro nelle casse del giornale per pubblicare articoli e reportage a loro favorevoli. “Sono accuse come tante altre” taglia corto Mataillet.

Amicizie a parte, Jeune Afrique rimane un magazine in cui il lettore può scovare notizie sull’Africa che nessun altro giornale è in grado di offrire. Con circa 100.000 copie distribuite ogni settimana in oltre 80 paesi, JA può inoltre contare su un sito internet frequentatissimo (un milione di visitatori al mese) e il successo ottenuto dal magazine anglofono The Africa Report lanciato nel 2005. Per Ben Yahmed, sono due trionfi in più che gli hanno consentito di abbandonare la guida della redazione con una certa serenità. Oggi il giro d’affari del gruppo supera i 30 milioni di euro. Niente male per un giornale sulla cui longevità nessuno avrebbe mai scommesso un dinaro.

Joshua Massarenti su Panorama, 4 gennaio 2009

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