Il fondamento della questione è di ordine teologico e creazionale, poiché si basa sulla certezza mostrata dalle prime pagine della bibbia, che lo Spirito di Dio è presente e attuante nella storia degli uomini a partire dalla creazione. Per questo, alla luce della fede cristiana, in tutta la cultura umana ci sono tratti e valori che, purificati da ciò che è anti-umano o anti-Dio, possono entrare nel contenuto della fede cristiana, sia come espressione religiosa, adattata per un dato popolo, sia come contenuto umano o religioso diventato cristiano.

Il concilio ha preso in prestito dalla teologia della prima era cristiana (S. Clemente di Alessandria, sec. III), un’espressione che è luminosa, e che il decreto missionario utilizza: in tutte le culture ci sono “i semi del Verbo”, che attendono di sbocciare, per azione dello Spirito Santo, presente in tutte le comunità di fede.
Dopo il concilio, su questa linea di pensiero, si parlava di pietre di contatto (pierres d’atteinte), sopra le quali si può e si deve fondare la vita della comunità locale diventata cristiana.
Il processo di inculturazione della fede è indispensabile per esprimere la cattolicità della chiesa e del vangelo, destinato a tutti i popoli. È realizzato all’interno della comunità cristiana come un tutto e per essa, ma nel fondo scaturisce dall’azione dello Spirito Santo, presente dal principio in ogni situazione veramente umana, portando silenziosamente quella cultura e il suo popolo sui cammini della salvezza.
In questo campo dell’inculturazione del messaggio cristiano nella cultura dell’ellenismo mediterraneo dei sec. I-II, S. Paolo fu un grande modello di missionario inculturante. In tre punti centrali della fede cristiana: nel concetto di “Redenzione” dell’uomo peccatore, riscattato dal sacrificio di Cristo sulla croce; nella nuova situazione dell’uomo credente e battezzato come “figlio adottivo di Dio”, e nella re-interpretazione che lui fa, argomentando, alla maniera dell’esegesi rabbinica nella quale era stato iniziato, della persona e della funzione nella storia di salvezza del patriarca Abramo.
L’analogia della schiavitù applicata alla vita cristiana
Per far capire il raggiungimento e il senso della redenzione, operata da cristo nella sua morte e risurrezione, Paolo è andato a cercare purificandoli da tutto ciò che avevano di sapore anti-cristiano, il concetto e i termini della pratica sociale generalizzata di allora che era la schiavitù.
Nella cultura greco-romana, lo schiavo era visto e trattato come semplice oggetto di compra-vendita e di sfruttamento servile a beneficio del padrone. Essendo anti-cristiano, Paolo lascia cadere questo elemento e di esso mantiene solo il minimo: il segno di appartenenza dello schiavo a un padrone determinato, che egli, per il caso del cristiano, trasforma in un segno di appartenenza a Cristo, essendo stato marcato dallo Spirito Santo nel suo cuore di uomo nuovo.
Lo schiavo era proprietà totale del padrone, il quale aveva sopra di lui diritto di vita o di morte. Lo schiavo doveva portare un marchio distintivo sulla fronte o sul collo. Facendo di questa pratica una analogia, Paolo ricorda ai cristiani di Roma e di Efeso che prima di essere battezzati erano schiavi del peccato (Paolo descrive in termini abbastanza negativi la situazione morale della cultura greco-romana di allora; vedi per esempio, Rom 1,24-32; Ef 2,1-12).
Dice: schiavi del peccato prima del battesimo, eravate dominati dal “signore di questo mondo peccatore”, lo “spirito diabolico” che vaga nello spazio tra cielo e terra. I termini erano conosciuti, perché usati dalla grande eresia del tempo, lo Gnosticismo popolare.
Lo schiavo poteva raggiungere la libertà, o per la generosità del padrone oppure pagando (lui stesso o qualcuno per lui) il riscatto esigito. Paolo applica l’idea nel contesto del mistero pasquale di Cristo; la “liberazione dell’uomo nuovo battezzato”. Costui è stato riscattato dal sangue di Cristo, versato per amore sulla croce, liberato dalla prigione nella quale il “principe di questo mondo” lo manteneva incatenato al peccato (Col 1,13-14; 2Cor 1,21-22; Ef 4,27-30).
Per i cristiani, che già conducevano una vita nuova dopo il battesimo ed erano lontani dal peccato, era facile fare una trasposizione analogica dai costumi schiavitù, alla vita di liberazione cristiana risultante dalla croce di Cristo (Gal 5.1-13; Col 1,13; Rom 8,21).
Il cristiano, “figlio adottivo di Dio”
Poiché rimane unito a Cristo tramite la fede del battesimo, il cristiano è “figlio di Dio in senso proprio”. L’adozione era una pratica corrente in quel tempo, sanzionata dal Diritto ellenista; essa implicava l’entrata nella famiglia e la partecipazione all’eredità familiare. La nuova espressione era facilmente capita da coloro che vivevano nella cultura greco-romana, applicando adesso il concetto alla nuova relazione con Dio. Paolo parla di questa adozione familiare in Gal 4.6-7 e Rom 8.15-16.
L’interpretazione della figura di Abramo
Paolo cerca di persuadere i giudeo-cristiani della novità della salvezza in Cristo, giocando con i due significati della persona di Abramo. Abramo era l’antenato e l’epigono del popolo dell’Antico Testamento. Nella visione di Paolo la circoncisione, introdotta dal Patriarca, funziona come sintesi di tutta la pratica religiosa dell’Antico Testamento. Pensa che il cristiano è già stato liberato da questo legalismo. Ma Abramo fu grande soprattutto per la sua obbedienza a Dio, e per essere uomo di fede. Ebbe la promessa che sarebbe stato benedetto nella sua discendenza (che Paolo scrive con la lettera maiuscola, affermando che questa “Discendenza” era lo stesso Cristo).
In questo modo, argomenta Paolo, i veri discendenti di Abramo non sono quelli della discendenza carnale, poiché sono stati sorpassati dai Discendenti nella linea della fede, redenti e rinnovati dal “Discendente” per antonomasia che fu Cristo. Ossia: la nuova situazione cristiana ha abolito la situazione dell’Antico Testamento. Paolo approfitta per superare lo scontro tra la legge di Mosè e la novità cristiana, a favore di questa nuova situazione (Gal 3,6-7).
Manuel Gonçalves, in Encontro, rivista dei Missionari Spiritani portoghesi, novembre 2008
