Di Valentina Tamburro – presidente dell’Associazione “Genova per l’Africa”
Due donne del Sud Sudan, una lebbrosa, l’altra poliomielitica, imparano un mestiere e diventano modello di emancipazione femminile, in una società, quella dei dinka, che condanna le donne all’esclusione.
Qui la guerra, durata vent’anni ha distrutto tutto. Il paese è completamente privo di infrastrutture, tutto è da ricostruire. Ma anche in questa desolazione, in questo territorio devastato dalla fame, dalla povertà e dalla malattia qualcosa si muove.
Le protagoniste di questo cambiamento sono ancora una volta le donne. Una di loro è Rebecca.
Rebecca è bellissima, ha un portamento regale. Per averla ogni ragazzo Dinka è disposto a sborsare anche una dote di duecento mucche. Rebecca è la più bella del villaggio, canta divinamente, si dice che la sua danza fa cadere la pioggia.
Poi si ammala, ai primi sintomi della malattia Rebecca fugge nel bosco e quando ne esce, con il corpo a brandelli, è troppo tardi. La lebbra l’ha devastata.
In questo inferno del Sud Sudan tre persone su quattro sono malate; guerra, malattia, fame non vengono mai sole.
Rebecca è convinta di non avere scampo, sarà relegata nel villaggio dei lebbrosi e non potrà più rivedere i suoi cari. Ma una suora la convince che la vita per lei non è finita, ce la può fare, può ancora difendere la sua dignità e aiutare gli altri.
Il coraggio di non arrendersi
Le viene messa a disposizione una macchina per cucire. Rebecca non crede ai suoi occhi, come può con gli arti monchi svolgere tale lavoro? La suora persiste e la incoraggia, lei prova e alla fine riesce. Un sorriso le illumina il viso, la luce ha vinto il buio della notte in cui era caduta.
Ora Rebecca dirige un laboratorio di sartoria insieme ad altre donne del villaggio, e confeziona capi per gli studenti della scuola e le uniformi per la polizia del governo provvisorio del Sud Sudan, nato dagli accordi di pace tra il Nord musulmano ed il Sud animista e cristiano.
Su una carrozzella accanto a lei c’è Rose Deng. La poliomielite l’ha colpita quando era bambina, si muove tra il suo giaciglio e il fuoco che arde sotto la pentola di sorgo strisciando sulle ginocchia, e per recarsi tra le capanne del suo villaggio usa una rudimentale carrozzina azionata dalla forza delle braccia. Con altre donne di Rumbek pesta e spreme le bacche di lou-lou, per ricavarne dell’olio venduto poi in un piccolo gazebo, di fronte agli occhi increduli dei mariti e dei figli.
La storia di Rebecca, come quella di Rose è la storia di donne che insieme alle suore della Diocesi di Rumbek, lavorano con disperato coraggio per acquisire autonomia e indipendenza. È la storia di donne che si oppongono con forza ad una cultura patriarcale che le esclude e le mortifica.
In Sud Sudan la vita di una donna Dinka è dura. Comprate da bambine come spose imparano presto a diventare madri e mogli esemplari. Ogni donna ha un valore misurato in capi di bestiame. Un uomo del Sud Sudan sarà tanto più importante, quante più vacche, mogli e figli è in grado di vantare. È quindi preciso dovere di ogni moglie ripagare il proprio coniuge con il maggior numero di figli. Ma se una donna è malata, se rifiuta di dividere la capanna con altre mogli, se sceglie di percorrere altre direzioni rispetto a quelle tracciate per lei dagli uomini della sua famiglia, allora la sua vita è segnata, allontanata dalla comunità, dal villaggio, da ogni possibilità di sostegno.
Ma qualcosa sta cambiando. Le donne stanno acquisendo nuove consapevolezze, stanno comprendendo il significato della persona umana, che è persona a prescindere dal sesso a cui appartiene, capiscono che il lavoro è importante, che non si può rinunciare al grande valore dell’istruzione, che l’educazione è tutto per i loro figli e che il futuro è nelle loro mani.
Sono i primi passi di donne verso il vero sviluppo ed un’autentica ricostruzione del paese, una ricostruzione che consente di ridare fiducia e dignità alle persone in nome dei diritti umani.
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I Dinka: cultura e società
(a cura di M.L. Piombino)
I Dinka sono un gruppo Nilotico stanziato nella parte meridionale della Repubblica Sudanese. All'incirca 2 milioni in un paese con poco meno di 40 milioni di abitanti e con più di 500 gruppi, sono uno dei più numerosi gruppi etnici del Sudan.
Hanno un'economia dominata dal bestiame, e in misura inferiore agricola. Come per altri gruppi nilotici, i Nuer e Shilluk per esempio, il bestiame ha per i Dinka un significato sociale importantissimo. Al momento dell'iniziazione giovanile, il Gornhom, passaggio rituale e cruento all'età adulta, il giovane dinka riceve in dono dal proprio padre uno zebù, col il quale instaura un vero e proprio rapporto di auto-identificazione. Il ragazzo prenderà il nome dato al suo bue preferito e avrà verso di lui cure e attenzioni speciali.Il bestiame è la fonte principale da cui vengono ricavati i mezzi di sussistenza- principalmente latte e sangue perché soltanto in occasioni particolari ne viene mangiata la carne- ma è soprattutto grazie ai bovini che i Dinka possono concludere il contratto matrimoniale.
I Dinka sono un gruppo patrilineare ed esogamico. La sposa appartiene ad un clan diverso da quello del marito, e va a vivere nel villaggio di lui. Il matrimonio si ritiene valido dopo la nascita del primo figlio, sebbene il "prezzo della sposa" - la dote in bestiame che la famiglia dello sposo versa alla famiglia della sposa - possa invece essere pagato molto più avanti nel tempo.
Avere molti zebù significa quindi prestigio sociale e possibilità di aver più mogli. I figli rappresentano la continuità per un uomo dinka, la certezza di essere ricordato come Antenato.
Il ritmo delle stagioni secca-piovosa, costringe i Dinka alla transumanza. Durante la stagione secca gli uomini si spostano con il bestiame nella sedi di pascolo, wut, vicine ai corsi d'acqua e ai villaggi permanenti. Il wut è abbandonato all'inizio delle piogge e i Dinka si spostano con i bovini nella zona di foresta, Gol, al sicuro dagli allagamenti estivi. Il regime di transumanza condiziona perciò la vita dei Dinka sia sul piano sociale che su quello rituale: il periodo della celebrazione dei matrimoni, delle feste e dei rituali collettivi coincide con la fine delle piogge e l'inizio della stagione secca, quando l'intero gruppo si trova nei villaggi permanenti.
Afriche, n°1, 2009
