Nata in Benin nel 2005, la Fondazione Zinsou sta per festeggiare il suo terzo anno di vita. Bilancio e prospettive di un’esperienza unica nel continente.Le mani dietro la schiena, pantaloni neri e camicia rossa, David Ahoton aspetta pazientemente nell’atrio d’ingresso della Fondazione Zinsou. Tra qualche minuto una ventina di scolari spingeranno la porta lasciandosi dietro il calore di Cotonou e scoprire in sua compagnia un mondo strano: quello dell’arte contemporanea. In programma, un viaggio nel tempo. L’esposizione attuale ha per tema: il Benin dell’anno 2059.
I ragazzi ascoltano saggiamente e alzano il dito quando vogliono porre una domanda. “Attenzione! Non toccate le opere.” Pedagogo e attento, David spiega dettagliatamente le creazioni a volte sconcertanti dei giovani artisti beninesi. Come, ad esempio, il zémidjan (moto-taxi) futurista di Tchif, dotato di un GPS, ma costretto a portare una maschera a gas.
Oppure la casa di bidoni di Romuald Hazoumé, che è previsto galleggi quando aumentano le acque. O ancora gli innumerevoli personaggi di di Aston, che, costruiti con materiale di ricupero, si battono per una spiga di mais… Oltre a David, si avvicendano altre 20 guide per accompagnare i visitatori.
Creato tre anni fa, grazie all’energica volontà di una giovane donna – Marie-Cécile Zinsou che aveva allora 23 anni - e con l’aiuto finanziario di suo padre, Lionel Zinsou, ex dirigente della Rothschild & C. passato alla Paribas-Affari Industriali, la Fondazione è diventata un luogo di cultura incontestabile a Cotonou. Dal 6 giugno 2005 a oggi è stata visitata da circa tre milioni di visitatori. Un record. Circa il 60% ha meno di venti anni. L’accordo di partnership stabilito con 80 scuole della città ha certamente avuto il suo effetto.
La famiglia Zinsou, mecenati dell'arte contemporanea africana
“Al momento - spiega la presidente Marie-Cécile Zinsou - l’idea è di mantenere un approccio pedagogico, sino a che non vi siano basi sufficienti per passare ad altro.” Per dire la verità, prima che lei realizzasse questa scommessa un po’ folle, non esisteva a Cotonou nessun luogo dedicato all’arte contemporanea.
Installata da poco nei vasti locali di un immobile nuovo sgargiante nel centro città, la Fondazione Zinsou dispone oggi di due grandi saloni di esposizione, luminosi e climatizzati, di un negozio e di un bar. Le porte sono aperte sette giorni su sette e l’ingresso è gratuito.
Quale modello economico può permettere un simile miracolo? Come sono finanziate le due o tre esposizioni organizzate ogni anno? Come sono pagati i cento dipendenti della fondazione? Marie-Cécile Zinsou risponde senza imbarazzo: nel 2005 i 600.000 euro annuali provenivano da suo padre. Oggi la percentuale non è molto cambiata (tra l’80 e 90%) ma sempre più aziende si dimostrano interessate a sponsorizzare eventi. Ad esempio, l’agente AGF in Benin offre a titolo gratuito l’assicurazione delle opere…
In tre anni la fondazione ha saputo dare prova della sua serietà. Per la prima esposizione, è un figlio del paese, l’artista plastico Romuald Hazoumé, che ha assunto il rischio di presentare le sue opere al pubblico beninese. Conosciuto per il suo lavoro sui bidoni di benzina, aveva già sedotto gli amatori occidentali e non aveva bisogno della Fondazione per la sua “carriera”.
Oggi, mostrando con un gesto i ragazzi che entrano ed escono dalla sua creazione Entré-couché de type presidentiel, presentato nel quadro della mostra “Benin 2059” vanta i meriti della Fondazione ed esclama: “Questo è meglio di tutto il resto, per me.Vedere tutti questi alunni che vengono a vedere la mostra!”
I migliori artisti africani sono passati da Cotonou
Dopo Hazoumé la Fondazione ha ricevuto altre stars dell’arte, e non certo tra le minori. Le 330 fotografie del maliano Malick Sidibé hanno attratto più di 1 milione di visitatori – nel palazzo della Fondazione ma anche in tutta la città, colonizzata dall’arte in quell’occasione. E, grazie all’appoggio del collezionista e gallerista Enrico Navarra, le opere del pittore new-yorkese di origine haitiano-portoricana Jean-Michael Basquait (morto nel 1988) hanno potuto arrivare sino al Benin.
Un successo: la protezione dei quadri ha preteso uno stretto rispetto della temperatura e dell’umidità e... l’intervento del Ministro della Difesa per sorvegliare a vista i quadri che possono valere più di 5 milioni di euro! Fare venire delle opere che non si vedrebbero mai in Africa è una sfida che motiva quotidianamente Marie-Cécile Zinsou.
La Fondazione non si allontana dal continente, dalla sua ricca storia e dalla diversità delle sue culture. Il Benin è, naturalmente, un soggetto privilegiato. Così, il re Béhanzin d’Abomey (1844-1906) è stato celebrato nell’occasione del centenario della sua morte. E la pratica del vodù è stato oggetto della mostra “Vodoun-Voudounon”, realizzata dal fotografo belga Jean Dominique Burton. “Non c’era nessuno nelle sale - ricorda Marie-Cécile Zinsou. La gente diceva che c’erano troppi spiriti maligni in uno spazio ristretto. Siamo stati, perciò, obbligati a spostare la mostra all’aperto!” E i lussuosi cataloghi editi per ogni manifestazione non hanno nulla da invidiare a quelli del Centro Pompidou di Parigi.
Sostenuta da tutta la famiglia - le due sorelle sono vice-presidenti, sua madre segretaria generale, suo padre tesoriere - Marie-Cécile Zinsou si proietta già nel futuro. Avendo come filosofia: “ meglio in fretta e male, che non fare nulla”. E non sono le ambizioni che mancano: esporre il congolese Chéri Samba ed il camerunese Barthélemy Togou, presentare delle opere della collezione Pigozzi e, nel 2010, mettersi in sintonia con la Coppa del Mondo di football con il tema “gli artisti e lo sport”.
2059, l’odissea del Benin
È un titolo che potrebbe sembrare scolastico: immaginare il Benin nel 2059. I sei artisti plastici, invitati dalla Fondazione Zinsou a creare delle opere su questo tema, hanno accolto la sfida con slancio. Le loro creazioni, però, evocano il Benin di oggi ed i suoi problemi: la sovrappopolazione, il prezzo delle derrate alimentari, l’inquinamento, l’erosione delle acque marine.
Romuald Hazoumé, certamente il più politico degli artisti beninesi, vede la sua opera uno sberleffo al governo. “Nessuno pensa al problema dell’acqua a Cotonou. Gli Olandesi, invece, hanno messo da parte 100 miliardi di euro per prevenire la minaccia.. Se si avesse un po’ di considerazione per il popolo, si costruirebbero degli alloggi popolari!”
Presentando un zémidjan (moto-taxi) del futuroTchif offre un visione ambigua dell’avvenire. Certamente, i guidatori dei moto-taxi devono portare una maschera a gas, ma sono equipaggiati con piccoli gioielli di tecnologia (GPS, schermo-televisione) per il momento inimmaginabile nel Benin.
Occupando tre sale, Dominique Zinkpé propone una digressione onirica sul tema dell’immobiliare, della sovrappopolazione e del tempo che passa, simbolizzato dall’inarrestabile movimento delle onde che cancellano le orme dell’uno e dell’altro sulla spiaggia. Più crudele, Aston, evoca lo spettro della fame e della guerra per il cibo. Certo, non si sa a cosa somiglierà il Benin del 2059, ma si può già farsi un’idea di ciò che lo minaccia.
La mostra è aperta dal 27 settembre 2008 al 15 febbraio 2009
Foto: un'opera di Tchif
2-02-2009
Guarda la gallery di alcune opere esposte alla mostra di arte contemporanea "Benin 2059"















