Alain Mabanckou

mabanckou alain pHa ricevuto il prestigioso Premio Renaudot 2006 per Mémoires de porc-épic (Memorie di porco-spino); premiato 3 volte nel 2005 per il suo precedente romanzo Verre cassé (Bicchiere rotto), lo scrittore franco-congolese è entrato in letteratura come un uragano, sconvolgendo le norme, le gerarchie ed i modelli di narrazione.

Già dal suo primo romanzo, Bleu, Blanc, Rouge (Blu, Bianco, Rosso), uscito nel 1998 dopo quattro raccolte di poesie, Mabanckou ha imposto il suo stile molto particolare. È uno scrittore che, malgrado il suo fraseggio classico, è più vicino al francese parlato, nel quale fa sentire la spontaneità e l’energia feconda. I suoi personaggi sono delle vittime di una storia violenta di spoliazioni e alienazioni. Ma tratta della loro disperazione in modo comico, rivelando i loro eccessi e la loro incapacità di provvedere a se stessi.

Black Bazar, che è uscito in libreria l’8 gennaio 2009, è il suo sesto romanzo. Con una vena a volte burlesca, a volte patetica, Mabanckou racconta le avventure di un dandy africano esiliato a Parigi. Attraverso gli alti e bassi del suo eroe, congolese come lui, guastafeste e seduttore impenitente, il romanzo ci trascina nei ghetti neri di Parigi, i bar dove gli immigrati si riuniscono, i mercati che brulicano di vita e emozioni un po’ selvagge. Buttato in questo mondo crudele e senza finezza, abbandonato dalla sua compagna, il personaggio principale, soprannominato “Fessologue”, per il suo gusto smoderato per i sederi, tenta di preservare la sua stravaganza rifugiandosi nella scrittura.

Ne pubblichiamo qui sotto un estratto.
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“Noi, Negri, la scrittura non è il nostro forte!”

Sono trascorsi quattro mesi da quando la mia compagna è scappata con nostra figlia e l’Ibrido, un tizio che suona il tam-tam in un gruppo che nessuno conosce in Francia, compreso Monaco e la Corsica. In definitiva, ora cerco di andarmene da qui. Ne ho abbastanza del comportamento del mio vicino, il signor Ippocrate, che non mi fa più regali, che mi spia quando scendo nel locale delle pattumiere e mi accusa di tutti i mali della terra.

mabanckou alain libro pVado regolarmente da Jip’s, il bar afro-cubano, vicino alla fontana di Les Halles, nel primo arrondissement; posso persino dire che ora ci vado più spesso che d’abitudine. In questi ultimi tempi quando mi avvicino al bar Jip’s, Roger, il franco-ivoriano, mi salta addosso. Ha sentito dire da Paul del grande Congo che, per annegare il dispiacere della partenza della mia ex e superare la collera contro L’Ibrido, mi sono messo a scrivere il mio diario, con una macchina da scrivere che ho comprato al mercato dell’usato di porta Vincennes.

L’altro ieri, per esempio, quando mi ha visto arrivare, non mi ha lasciato neppure il tempo di avvicinarmi al bancone e all’angolo dove si intrattiene di solito Paul del grande Congo per vedere meglio le ragazze che passano in Via Saint- Denis.

Mi ha detto:
- Arrivi giusto, Fessologue, sei qui, ti aspettavo. Paul del Grande Congo mi ha informato che scrivi delle cose che si chiamano Black Bazar! Cosa è questo trucco che ci stai preparando? Perché ti sei messo a scrivere? Credi è cosa di tutti scrivere delle storie, eh? Non è per caso una nuova astuzia scovata per metterti in disoccupazione, passare attraverso le maglie delle reti del sistema, pizzicare il sussidio, scavare un buco per infilarti nell’INPS e guastare l’ascensore sociale della Francia?

Avevo l’impressione di ascoltare il signor Ippocrate che mi parlava nel locale delle pattumiere del nostro edificio. Roger, il Franco-ivoriano, ha capito che non avevo apprezzato il suo tono, ed ha ordinato allora due birre Pelforth per prendermi dal lato sentimentale.

“Ascolta, ragazzo mio, sii realista! Lascia perder le tue storie di sederti e scrivere tutti i giorni. Ci sono persone più tagliate per questo, e queste persone hanno visto la televisione, parlano bene, e quando parlano c’è sempre un soggetto, un verbo e un complemento. Sono nati per questo, sono cresciuti in questo. Ma noi, Negri, non è il nostro pallino la scrittura. Noi siamo quelli dell’oralità degli antenati, del racconto della savana e della foresta, delle avventure della lepre di savana, che si raccontano ai bambini intorno al fuoco scoppiettante al ritmo del tam-tam.

Il nostro problema è che non abbiamo inventato la stampa e la penne-biro, e saremo sempre gli ultimi seduti in fondo alla classe a immaginare che si potrà scrivere la storia del continente con le nostre zagaglie. Cerchi di capirmi? Inoltre, abbiamo un accento strano, e questo si legge anche in ciò che scriviamo, e questo non piace alla gente. D’altra parte, bisogna avere un vissuto per scrivere. E tu cosa hai di vissuto finora, eh? Niente! Zero!

Io invece avrei delle cose da raccontare, perché sono un meticcio, ho la pelle più chiara della tua, ed è un vantaggio importante! Se non ho ancora scritto una riga sino ad ora, è perché mi manca il tempo. Ricupererò quando sarò in pensione in una bella casa in piena campagna, ed il mondo intero saprà cosa è un opera d’arte!”

Manda giù in un colpo solo il bicchiere di Pelforth, e dopo un attimo di silenzio mi chiede:
- Poiché tu pretendi di scrivere, c’è almeno una pecora bianca nelle tue storie?

Ho detto che non amo le pecore e che non ne avevo mai viste di quel colore.
- Vuoi dirmi che non ci sono delle pecore nel tuo quartiere, là nel tuo Congo?
- Sì, ce ne sono dai commercianti del quartiere Trois-Cents, ma le loro pecore non sono bianche, sono tutte nere, qualche volta con delle macchie, e non è con delle pecore come quelle che si raccontano delle storie credibili. In più i commercianti le spellano, le macellano e le vendono a spiedini alla sera nelle strade.

- Va bene, d’accordo, ma vi è almeno nelle tue storie un mare ed un vecchio che va a pesca con un ragazzo?
Gli ho detto di no, perché il mare mi fa paura, come lo fa a molta altra gente al mio paese. Avevo visto il film I denti del mare e sono uscito dal cinema Rex prima della fine del film.
Ha fatto segno a Willy di portarci altre due Pelforth.
- Va bene, d’accordo - ha ripreso - ma c’è almeno nelle tue storie un vecchio che legge romanzi d’amore in piena savana?

- Ah no?, D'altra parte, come si fa a far arrivare dei romanzi d’amore nel cuore della Savana? È una missione impossibile da noi. L’interno dei nostri paesi è molto isolato. Abbiamo una sola strada che arriva fin là, e risale all’epoca coloniale.
- Voi siete indipendenti da quasi mezzo secolo, e mi dici che c’è una sola strada? Ma che cavolo avete fatto in tutto questo tempo? Smettetela di incolpare sempre i bianchi! I Bianchi sono partiti, vi hanno lasciato tutto, comprese le case coloniali, l’elettricità, la ferrovia, l’acqua potabile, un fiume, un oceano Atlantico, un porto, la clorochina, il mercurio-cromo ed il centro-città!

- Io non c’entro niente! È colpa dei nostri governanti. Se almeno avessero rinnovato la strada che i coloni ci hanno lasciato, ebbene oggi il tuo vecchio potrebbe ricevere romanzi d’amore.

A cura di Tirthankar Chanda, su Jeune Afrique n° 2504
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Note biografiche: Nato nel 1966 nel Congo-Brazzaville, cresce a Pointe-Noire, capitale economica del paese, dove frequenta la scuola primaria e secondaria. Studia Diritto all’università di Brazzaville, e continua gli studi a Parigi. Dopo la laurea lavora per 10 anni alla Lyonnaise des Eaux. Nel 2002 gli viene offerta la cattedra di Letteratura Francofona all’Università del Michigan. Nel 2006 passa all’UCLA, la prestigiosa Università della California, dove insegna attualmente. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1998, dal titolo, Bleu-Blanc-Rouge, con il quale ha vinto il Grand Prix Littéraire d’Afrique Noire.

L'Editore Morellini di Milano, nella collana Griot, ha tradotto e pubblicato in Italia due sue opere: African Psycho (aprile 2007) e Verre cassé (aprile 2008).

Il sito di Alain Mabanckou

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