Parte 4- L’invadenza e l’avidità dei portoghesi impediscono lo sviluppo di una chiesa autoctona
I secoli successivi alla morte di Afonso furono caratterizzati da una crescente invasione del Kongo da parte dei portoghesi e dai disperati tentativi dei Mani Kongo di stabilire una dipendenza diretta da Roma.
Quando si considerano i risultati infelici ottenuti con i portoghesi, vale la pena notare che Afonso non esitò mai a fondare il suo potere reale sulla fede cristiana. Di certo, vi fu in pratica un generale ritorno alla religione tradizionale sia per quel che riguarda la credenza nella magia che per la poligamia.
Il battesimo e la venerazione della croce rimasero gli unici segni visibili di adesione degli uomini comuni al Cristianesimo. La ragione principale di questo ritorno al passato è da individuare nella mancanza di sacerdoti: ce n'erano pochi nel Mbanza Kongo e al massimo uno negli altri Mbanza. La scarsità di uomini di Chiesa era a sua volta causata dall'invasione portoghese, che trovava nel Padroado il suo più forte sostegno.
Alla morte di Afonso si scatenò una lotta per la successione che vide coinvolti tre figli del re: Pedro, Francisco e Diogo. Il partito portoghese riuscì a far insediare Pedro. Dopo pochi anni il partito nazionalista rimosse Pedro, fece regnare Francisco per alcuni giorni, e infine mise sul trono Diogo I (1546-61). Questi mandò per due volte un'ambasceria a Lisbona con la richiesta di inviare sacerdoti e di limitare il monopolio portoghese.
L’arrivo dei gesuiti
Cercò anche di stabilire dei contatti diretti con Roma, ma ottenne soltanto l'invio, da Lisbona, di quattro gesuiti (1548) che avevano l'incarico di costruire un seminario.I gesuiti svolsero il loro lavoro con grande zelo, creando il primo catechismo in kikongo, ma né loro, né il seminario incontrarono il favore del sovrano, poiché mantennero contatti troppo stretti con l'impero commerciale portoghese. Essi non riuscivano a dissociarsi dai loro compatrioti e partecipavano addirittura al commercio degli schiavi; così, seguirono la stessa sorte degli altri portoghesi che Diogo espulse nel 1551.
I commercianti, comunque, tornarono presto. Nel 1561 riuscirono a far uccidere il successore di Diogo e a rimpiazzarlo con il più compiacente Afonso II. I gesuiti andarono nella parte sud del regno, che i portoghesi presero a chiamare “Angola”, e tornarono a São Salvador solo nel 1620, ma questa volta furono capaci di dirigere, fino alla fine del secolo, un collegio che produsse alcuni rispettabili sacerdoti kongolesi.
Quando nel 1575 il Portogallo iniziò la colonizzazione dell'Angola, la sua iniziale ambigua politica di protezione militare e di sfruttamento mercantile verso il Kongo sfociò in un'aperta aggressione militare da parte dei nuovi coloni. Nei loro raid si unirono con i più acerrimi nemici del Kongo, gli jaga (yaka), provenienti dal Kwango.
Roma accetta di creare la diocesi di São Salvador
Questo nuovo pericolo, unito al fatto che la maggior parte dei missionari portoghesi ora preferiva lavorare in Angola, rese evidente che la formazione di una giurisdizione indipendente per la Chiesa del Kongo era urgente. I tempi sembravano propizi: nel 1580, il Portogallo si trovò sotto la corona spagnola. Il consiglio portoghese di Madrid poteva prendere decisioni riguardanti i propri affari, ma dipendeva dal re spagnolo.
I Mani Kongo Alvaro I e Alvaro II inviarono numerosi ambasciatori, ma solo uno di loro, un portoghese di nome Duarte Lopez, riuscì a raggiungere Roma nel 1583. La sua richiesta di fare del Kongo un vassallo tributario della Santa Sede fu declinata silenziosamente, ma il suo rapporto sul paese suscitò grande interesse. Inaspettatamente, nel 1596 fu creata la Diocesi di São Salvador, sottraendo in questo modo il Kongo alla diocesi di São Tomé e acquisendo sotto la propria giurisdizione anche l'Angola.
Il consiglio portoghese di Madrid, comunque, fece in modo che la nuova diocesi rimanesse sotto il Padroado, assoggettandola all'archidiocesi di Funchal e obbligandola ad avere solo vescovi portoghesi. Per questo motivo, Alvaro II mandò una nuova spedizione diplomatica guidata da Dom Antonio Manuel ne Vunda, col compito di chiedere ancora una volta la protezione papale contro i portoghesi in Angola e per avere sacerdoti e vescovi non portoghesi.
Un angolano alla corte di Papa Paolo V
Ne Vunda giunse a Roma nel 1608, stremato da un viaggio durato quattro anni e pieno di traversie. Papa Paolo V gli diede una stanza a fianco della Cappella Sistina, lo fece curare dai suoi medici e lo visitò personalmente, ma Dom Antonio morì la stessa notte. Fu sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore alla presenza di vescovi e cardinali, che fecero mettere sulla sua tomba un busto di marmo. Il suo ricordo venne perpetuato in un affresco della Biblioteca Vaticana che illustra la visita papale al suo letto di morte.
Alvaro ricevette un rapporto papale sulla solenne sepoltura, ma la sua richiesta non era stata accolta. Cercò, così, come protettore un cardinale di Roma e come ambasciatore un prelato spagnolo alla curia, J.B. Vives, che negoziò con successo l'invio di missionari che non fossero portoghesi.
Nel frattempo, la lunga serie di vescovi portoghesi di São Salvador aveva iniziato a lavorare. Ce ne furono quattro nei primi trent'anni, ma trascorsero in Kongo appena sette anni. Con la decisione del vescovo Soveral (1627-42) di stabilire la sua residenza permanente a Luanda, São Salvador rimase solo nominalmente la sede di una diocesi.
La diocesi di Sao Salvador fu ufficialmente abolita nel 1940, con l'erezione dell'arcidiocesi di Luanda, ed eretta nuovamente nel 1984, con il nome di Mbanza Kongo.
Tratto e adattato da: John Baur, Storia del Cristianesimo in Africa, EMI, Bologna, 1998
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