Parte 5- La missione dei cappuccini (1645-1835)
L'inizio della missione dei cappuccini fu il frutto di negoziati diplomatici, nei quali i re kongolesi si sforzarono tenacemente, per almeno un centinaio d'anni, di ottenere «sacerdoti zelanti, non dediti agli affari» e vescovi non portoghesi.
Il successo finale fu principalmente dovuto all'abile negoziato condotto da monsignor J.B. Vives e alla costituzione, nel 1622, della Congregazione per la propagazione della fede (Congregatio de propaganda fide, in breve: la Propaganda), di cui Vives diventò un membro influente. I cappuccini avevano accettato di intraprendere la missione all'inizio del 1618, ma la giunta portoghese di Madrid approvò il progetto solo nel 1640.
Quest'ultima aveva infatti insistito che i frati fossero tutti romani, ovvero appartenenti allo stato neutrale del Papa, per timore che i missionari di un altro stato europeo potessero interferire con gli interessi portoghesi d'oltreoceano. L'apostolato di circa 400 cappuccini tra il 1645 e il 1835 fu di gran lunga la più grande impresa missionaria in Africa prima del periodo moderno. Si tratta anche della missione meglio documentata, visto che tra relazioni e descrizioni possiamo ancora contare su circa 40 documenti (vedi Filesi/Villapadierna).
Il papa crea la missione apostolica del Kongo, affidata ai cappuccini
Il 25 giugno 1640, la missione apostolica (papale) del Kongo fu canonicamente eretta. Pochi mesi dopo, il Portogallo riguadagnò l'indipendenza dalla Spagna. Ancora una volta il primo gruppo di missionari mandati da Roma all'inizio del 1641 fu accolto con un caldo benvenuto. L'inaspettato assedio olandese di Luanda, comunque, ritardò di quattro anni la loro partenza e solo il 25 maggio 1645 i dodici cappuccini riuscirono ad arrivare a Mpinda, il porto di Soyo, guidati dal prefetto apostolico, frate Bonaventura d'Alessano. Sia la popolazione che re Garcia Il li accolsero con gran entusiasmo.
Garcia notò subito tra i missionari l'assenza del tanto desiderato vescovo, che solo poteva garantire l'autonomia ecclesiastica del suo regno. L'anno seguente, quindi, mandò a Roma due dei missionari, con la richiesta di tre vescovi e altri quaranta sacerdoti, aspettandosi, inoltre, che il Papa dichiarasse il regno kongolese una monarchia ereditaria.
La Propaganda preparò subito una lista di 32 nuovi missionari, ma la forte resistenza portoghese, che difendeva i diritti del Padroado, impedì la nomina dei vescovi. Venne nominato, di fatto, un vicario apostolico, ma quando i portoghesi riconquistarono Luanda, costrinsero Garcia II a restare sotto il vescovo di Luanda.
Una volta ancora i portoghesi sono di ostacolo
La Propaganda si rassegnò e i cappuccini non si sentirono autorizzati a erigere un seminario senza avere un loro vescovo. Per questo motivo, l'istruzione del clero indigeno fu trascurata (una delle ragioni più importanti del definitivo crollo del Cristianesimo nel Kongo) e i successivi tentativi di instaurare una gerarchia fallirono.
Ad aumentare la delusione di Garcia, al posto dell'attesa bolla papale che doveva stabilire la monarchia del paese come ereditaria, i missionari riportarono da Roma una corona d'argento. I timori che dopo la sua morte la reggenza diventasse preda di fazioni rivali, come già era accaduto in precedenza, non furono dissipati; questa disillusione sfociò in un atteggiamento abbastanza negativo nei confronti dei cappuccini, che non erano riusciti a proteggere la corona, sia dall'invasione esterna dei portoghesi, sia dalla disgregazione interna dovuta a clan concorrenti.
Il re del Kongo non si immaginava che per entrambe le sue richieste, nella lontana Europa, il padre della cristianità non potesse ignorare il parere dei portoghesi. Garcia cominciò a credere che anche i padri cappuccini aiutassero segretamente i «fratelli» portoghesi, con lo scopo ultimo di stabilire il dominio dei bianchi sull'Africa.
Missionari animati da autentico zelo
I cappuccini, da parte loro, lavorarono con uno zelo mai conosciuto nei 150 anni di storia del Kongo cristiano. All'inizio nella capitale e a Soyo furono aperte scuole, ognuna delle quali veniva mediamente frequentata da circa 600 alunni. Nel 1648, con l'arrivo di altri quattordici frati, iniziò l'evangelizzazione sistematica di tutto il regno.
In ciascuna delle otto province fu eretto un ospizio e il paese fu visitato regolarmente dai missionari. Molti posti non vedevano un sacerdote da dieci o vent'anni e per questo si registrò un altissimo numero di battesimi. Generalmente, i frati godettero della protezione ufficiale della classe dominante, i Mwisi Kongo, anche se non tutti i nobili ascoltavano volentieri le continue richieste di rinunciare ai feticci e alle concubine.
Lo stesso Garcia II aiutò i cappuccini con un editto pubblicato nel 1648, esigendo che tutti seguissero i loro insegnamenti e non osassero ostacolare l'estirpazione delle «ultime tracce d'idolatria». II decreto fu ripetuto nel 1653, dopo la morte di fratel George de Geel in seguito alle ferite subite per mano di alcune persone a cui erano stati bruciati i feticci.
I nuovi missionari trovarono il maggiore sostegno tra i figli dei nobili che erano stati istruiti come interpreti, catechisti e insegnanti e che divennero, in seguito, governatori che promossero vigorosamente la crociata contro l'idolatria e la poligamia. Il loro contributo fu vitale per la rinascita religiosa che stava prendendo piede, specialmente nelle città di São Salvador e Mbanza Soyo.
Un aiuto importante e molto influente nei primi anni fu dato dal Canonico Manuel Reboredo, uno dei tre parenti del re, educati dai gesuiti e ordinati nel 1632. Consigliere reale, «considerato il cavaliere più capace e abile del suo tempo» (Cavazzi), si fece cappuccino nel 1652, prendendo il nome di Francesco da São Salvador.
Più tardi fu nominato cappellano e consigliere di Antonio I (1661-65), successore di Garcia. Quando le province di Ambuila si ribellarono, con l'aiuto dei portoghesi e degli jaga, egli non riuscì a dissuadere il giovane re dal proposito di muovere guerra contro di loro e l'accompagnò sul campo di battaglia ad Ambuila, dove entrambi vennero uccisi, con un gran numero di nobili, al primo scontro.
Declino del regno e regressione della missione
La fatale battaglia di Ambuila del 1665 segnò la fine delle antiche glorie del regno del Kongo e diede inizio a un periodo di quarant'anni di caos. Il nuovo re cadde in un attacco militare proveniente da Soyo, le province si resero indipendenti e tre contendenti combatterono per il trono; la stessa São Salvador restò deserta. Circa metà dei missionari si ritirò in Angola, dove già dal 1648 era stata loro offerta una chiesa, mentre solo dieci, o forse meno, restarono regolarmente in Kongo negli otto anni successivi.
Non potendo occupare tutte le stazioni missionarie, fecero ricorso a quelle che chiamarono «missioni volanti»: viaggi pastorali fuori da Luanda con un immutato numero di battesimi, ma con scarsa preparazione dei catechisti. Solo la comunità della provincia di Soyo rimase veramente fiorente.
Tratto e adattato da: John Baur, Storia del Cristianesimo in Africa, EMI, Bologna, 1998
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