Parte 8- La svolta brusca e radicale dopo l’Indipendenza
Solo la guerra di liberazione impose una svolta. Il movimento indipendentista fu iniziato da alcuni leader protestanti, peraltro divisi in tre partiti rivali. Il movimento principale dell'Angola, l'MPLA di Agostinho Neto, si schierò sul versante comunista. Quando il Portogallo gli cedette il potere 1'11 novembre 1975, Neto chiese l'intervento delle truppe cubane e con l'aiuto di queste riuscì a sconfiggere l'FNLA di Roberto Holden.
Non poté invece battere l'UNITA di Jonas Savimbi, appoggiato militarmente da reparti speciali sudafricani e finanziato dagli Stati Uniti. Quest'ultima connessione mantenne viva nell'animo di molti ecclesiastici la speranza di una vittoria della civiltà cristiana occidentale sul comunismo ateo.
La guerra civile
Il sostegno all'UNITA crebbe quando il presidente Neto incominciò ad attuare una legislazione di tipo marxista, sopprimendo le festività cristiane, Natale compreso. La guerra civile si protrasse per sedici anni. Le trattative di pace furono ardue: solo al sesto tentativo si raggiunse un accordo (a Bicesse, il 1° giugno 1991). Ma in seguito alle concordate elezioni multipartitiche nell'ottobre 1992, Savimbi non accettò la sconfitta, e la guerra civile ricominciò. Nel 1994 furono presi nuovi accordi a Lusaka, che tentarono di stabilire una precaria condivisione del potere, ma l’UNITA approfittò del momenti per riarmarsi, e rioccupare gran parte del territorio tra il 1998 e il 2000.
Ma l’ostinazione del suo leader nel rifiutare il dialogo e i negoziati lo resero sempre più isolato a livello internazionale. La sua parabola si concluse in modo tragico con la morte in un’imboscata tesa dal governo, e la resa dei suoi generali.
La riorganizzazione della Chiesa dopo la fuga del clero portoghese
Il Vaticano cominciò a ristrutturare la gerarchia angolana già dal 1975. I vescovi portoghesi si dimisero e furono sostituiti da candidati angolani. La maggioranza del clero missionario portoghese abbandonò precipitosamente il paese. Quattro nuove diocesi furono create nelle zone più remote del paese: Lunda, Cunene, Cuando Cubango, oltre che Kwanza Sul.
Nel 1977 l'organizzazione della Chiesa fu ingrandita con l'erezione di due nuove province ecclesiastiche oltre a Luanda: Huambo (Nova Lisboa) nella zona centrale e Lubango (Sá da Bandeira) nell'estremo sud. L'arcivescovo di Lubango, mons. Alexandre do Nascimento, fu il primo cardinale africano di lingua portoghese, nominato nel 1983 (quindi trasferito a Luanda nel 1986).
Penuria di sacerdoti, ma poco spazio ai laici
Nel 1990 l'Angola aveva 16 diocesi, di cui solo tre erano gestite da vescovi missionari; il clero diocesano ammontava a 120 sacerdoti, assistiti da 222 missionari (anche fra questi ultimi figuravano alcuni angolani). Essi si prendevano cura di 5.600.000 battezzati, il doppio del 1970, quando il clero locale ammontava a 660 individui. L'Angola è dunque il paese africano con il maggior numero di fedeli per ciascun prete: 16.800. In tutto mondo, solo Cuba ha una percentuale più alta di questa!
Tale penuria di sacerdoti lascia pensare che per l'Angola sia giunta l'ora dei laici. Lo dimostra soprattutto l'inaspettata crescita delle vocazioni alla vita religiosa femminile, favorita dalla formazione di decine di nuove congregazioni di suore (il totale delle sorelle è salito da 782 nel 1970 a 1073 nel 1990). Ma l'integrazione delle suore nel ministero pastorale resta ancora esitante.
La medesima esitazione si è verificata nei riguardi dell'affidamento di responsabilità effettive ai laici, nonostante la presenza imponente di una schiera di 18.000 catechisti. Così, nel 1990, su 80 parrocchie (circa un terzo del totale) rimaste vacanti per anni, solo sette erano dirette da suore e 31 da laici.
Inoltre, le comunità sentono molto la mancanza di libri per la catechesi e la liturgia, specialmente per una liturgia inculturata. Fino a oggi, però, non si è affermata la visione nuova di una Chiesa costruita sul fondamento della comunità locale e incarnata nella cultura del popolo, come in Mozambico.
La chiesa, una voce credibile negli anni della guerra
D'altro canto, durante i lunghi anni della guerra civile, la Chiesa si è guadagnata una solidissima credibilità. I vescovi, con le loro coraggiose richieste di giustizia, riconciliazione e pace, sono apparsi come i leader morali della nazione. I pastori hanno condiviso le sofferenze e anche le torture subite dal loro gregge, al punto che alla fine della guerra non solo il popolo era denutrito, ma anche i sacerdoti, le suore e alcuni vescovi.
La solidarietà del clero con il popolo è diventata la più grande testimonianza del Vangelo. Ad esempio, vedendo la dedizione delle suore infermiere in Angola, un medico russo ateo si convertì. Nel periodo pre-elettorale tutti i partiti corteggiarono la Chiesa, che agli occhi della gente era rimasta l'unica istituzione degna di fiducia.
La chiesa riprende le sue funzioni sociali quando il regime abbandona il marxismo
Il presidente Jose Eduardo dos Santos fece un voltafaccia plateale restituendo alla Chiesa tutte le proprietà, le scuole e gli ospedali precedentemente confiscati. Questo gesto, pur costituendo da parte del regime comunista un'esplicita ammissione del proprio fallimento, rappresentò solo un mezzo successo per la Chiesa, che dovette riprendere le vecchie funzioni istituzionali e fu pertanto distolta dalla ricerca di percorsi nuovi e rivoluzionari per l'edificazione della comunità.
Altri due avvenimenti contribuirono a rafforzare l'immagine pubblica della Chiesa cattolica angolana. Nel 1991 si svolse la celebrazione del quinto centenario della fondazione della Chiesa in Angola (avvenuta a Mbanza Kongo nel 1491). In quella circostanza il portavoce del governo invitò gli ascoltatori a immaginarsi quanto sarebbe stata triste la storia della loro patria senza i missionari.
Poi seguì la visita del papa, il giorno di Pentecoste 1992. Rivolgendosi al pontefice, dos Santos encomiò a tal punto la Chiesa da far scrivere ai cronisti che il discorso del presidente sembrava quello di un vescovo.
Le chiese protestanti
Le Chiese protestanti radunano meno del 10% della popolazione. La loro immagine può sembrare modesta, se paragonata a quella trionfante dei cattolici. Ma i protestanti hanno sofferto molto di più per la causa dell'indipendenza, e sul piano della vita interna della Chiesa essi sono di gran lunga più avanzati. I cattolici dovrebbero imparare da loro come costruire comunità cristiane vivaci e responsabili.
L'Angola protestante ha ricevuto un prezioso riconoscimento internazionale con l'elezione di uno dei suoi membri più eminenti, José Chipenda, a segretario generale dell'All Africa Council of Churches (Concilio pan-africano delle Chiese). Egli ha infuso in quell'organizzazione una nuova energia. Nel 1997 è tornato a servire la sua Chiesa locale.
Tratto e adattato da: John Baur, Storia del Cristianesimo in Africa, EMI, Bologna, 1998
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