L'Angola di oggi, dalla voce di alcuni testimoni

P. Lourenço Ndjimbu, superiore provinciale dei missionari spiritani in Angola:
“La pace in Angola, oramai, è un dato acquisito, la gente la vuole e non ci sono più segni di una possibile ripresa della guerra. Ma nella società, e persino all’interno delle comunità cristiane, le relazioni non sono ancora fluide, ci sono ancora della tensioni da smorzare”.

Mons. Filomeno Vieira Dias
, vescovo dell’enclave di Cabinda:
“La chiesa angolana svolge il suo ruolo profetico. Dobbiamo approfittare di questo periodo di stabilità e di dinamismo economico per costruire una società più giusta, dove ciascuno possa sentirsi realizzato in maniera degna, avendo accesso a un lavoro, a una casa, alla salute e all’educazione. È il momento per la chiesa di prendere una più grande coscienza della sua responsabilità nella società. Noi siamo sicuri della forza e dell’incisività del cristianesimo”.
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Domenica pomeriggio il papa incontrerà i Movimenti cattolici che lavorano per la promozione della donna. L’inviato di Radio Vaticana in Angola, Davide Dionisi, ne ha parlato con Guglielmina Bentu, volontaria italiana di “Medici con l’Africa-Cuamm”.

D.: Come è la situazione della donna in Angola?

R. – Dobbiamo sempre lottare per raggiungere quel livello di emancipazione che la donna africana auspica. Bisogna che lo Stato e la società civile, proprio, facciano qualcosa per aiutare anche la stessa donna ad uscire da questa situazione di povertà. Perché, infatti, la povertà colpisce di più la donna.

D. – In che modo colpisce di più la donna?
R. – Perché la donna ha meno possibilità di studiare e quindi non ha lo stesso accesso ad un lavoro degno che la aiuti a guadagnare meglio e a concorrere con gli uomini sul lavoro. La donna deve faticare il doppio per dimostrare agli uomini che lei è veramente brava!
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L’arcivescovo ghanese di Accra, Gabriel Charles Palmer-Buckle ha tracciato un bilancio sulla tappa camerunese del viaggio del Papa. Lo ha fatto con il giornalista di Radio vaticana Giancarlo La Vella.

R. - La sua visita è stata molto incoraggiante. L’Africa è la speranza della Chiesa e abbiamo veramente sentito questo calore di un padre che viene a incoraggiare i suoi figli a fare quello che possono fare e a farlo bene.

D. - L’Africa – è l’auspicio del Papa – deve mettersi in moto per risolvere certe emergenze. C’è una volontà comune sia a livello ecclesiale che di società?


R. - Dal 1994, dal primo sinodo sull’Africa, si è visto subito che l’Africa doveva prendere nelle mani il proprio destino, e parlando di Chiesa come famiglia di Dio abbiamo già cominciato a livello pastorale, a livello teologico, nell’indagine sociale, a vedere quello che si può fare. E’ importante, credo che questo secondo Sinodo ci dia veramente la spinta alla maturazione come Chiesa.
Come continente direi che già ci sono stati dei passi molto validi, per esempio il NEPAD, the New Partnership for Africa's Development, dove i presidenti dell’Africa vengono a parlare dei propri problemi e a vedere come risolvere questi problemi con le proprie risorse e le proprie forze. L’Africa non vuole isolarsi ma vuole prendere in mano anche il proprio destino. Anche per quanto riguarda la democratizzazione, da vent’anni in qua, ci sono oltre 50 nazioni africane di cui solo 12 hanno dei problemi, crisi politche, conflitti: circa 40 Paesi si stanno avviando gradualmente verso una democratizzazione ancora più matura. Allora obbiamo essere contenti che l’Africa stia prendendo in mano il proprio destino, certamente con l’aiuto positivo della comunità internazionale.


 

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