In un quartiere «di frontiera» della capitale Luanda, promozione umana e Vangelo crescono grazie all’impegno di un gruppo giovanile. Benedetto XVI chiede ai giovani dell’Angola – lo ha fatto ieri incontrandoli allo «Stadio dos Coqueiros» – di credere e di impegnarsi tutta la vita, di osare, di guardare al futuro con la speranza che è portata da Cristo.
La speranza di un futuro migliore a Kicolo, periferia di Luanda, è già realtà grazie all’impegno dei sacerdoti della Società per le Missioni Africane, che animano la parrocchia intitolata a Gesù Buon Pastore e che – a sua volta – comprende quattordici diversi edifici di culto sparsi in questa zona della periferia della capitale che conta mezzo milione di abitanti. Una realtà che mette ogni giorno a dura prova l’impegno dei sei sacerdoti ma che sa donare anche grandi emozioni.
«Kicolo è l’antipoesia», nota padre Angelo Besenzoni. «Niente a che vedere con l’Africa dell’ospitalità, della tradizione orale, dei grandi paesaggi e della vita semplice. Avete lo smog? Ne abbiamo più di voi. Avete il traffico? L’altro giorno per tre ore non sono riuscito ad uscire dal cancello: tutto bloccato! Avete il problema immondizia a Napoli? Qui sta dappertutto. E non ho mai visto tanta polvere nemmeno nella cava di mio padre. Avete la crisi di borsa? Qui le borse della spesa sono in crisi da tanto tempo».
Con un gruppo di giovani, chiamato «Ricominciare è possibile», i religiosi missionari stanno impegnandosi a fondo per togliere dalla strada ragazzi e ragazze che si sono messi sul cammino dell’alcol, della droga e della piccola (o grande) delinquenza. I giovani diventano così i primi evangelizzatori dei loro coetanei. La situazione che devono affrontare è descritta in termini crudi.
Ma anche così si trovano dei momenti di «poesia» autentica, nota padre Angelo. «La poesia è vedere coma la nostra gente riesce a vivere in tutto questo marasma senza perdere la forza di vivere e la speranza. Padri che partono al lavoro alle 4 del mattino; madri che oltre alla famiglia riescono a gestire una bancarella del mercato e ad essere presenti in qualche gruppo parrocchiale; taxi collettivi che riescono a passare anche dove è impossibile passare, tutti che riescono a vendere qualcosa quando non si sa chi debba comprare; ragazze che a 16 anni sono già madri; ragazzi che riescono a studiare senza libri; case costruite su un terreno di 15 metri quadrati; bagni costruiti sulla strada...».
Con la Caritas si cerca di aiutare chi sta peggio. «È incredibile il numero di persone, anche ragazzi e giovani, menomate dalla polio. Abbiamo appena finito una campagna per fornire tricicli e sedie a rotelle. Il problema è che, mentre le davamo ad alcuni, ci chiamavano in altri cortili e ci mostravano molti altri casi da aiutare. Ora stiamo cercando di aiutare i portatori di handicap con progetti personalizzati che permettano loro di studiare, prepararsi a un lavoro, iniziare un piccolo commercio».
Con la Commissione Giustizia e pace «stiamo cercando di interessare le autorità ai problemi del nostro quartiere: mancanza di acqua, scuola, vaccinazioni, burocrazia insostenibile!». «Un giorno – racconta il missionario, ricordando un episodio accaduto durante l’ultimo Avvento – una vecchietta ha aspettato che tutti uscissero, non si è accorta di me e ha fatto la sua offerta per il Natale dei poveri. Mi son sentito Gesù nel tempio con la povera vedova, i nostri poveri mi sono apparsi come gran signori che sanno arrivare anche là dove io non sono mai giunto... a dare tutto».
Fabrizio Mastrofini su Avvenire del 22-3-2009









