Qui si radunano i lichi (antilopi rossi), le mitterie del Senegal e le mandrie di bufali. Bevono le acque dolci che alimentano le ninfee, i martin pescatori e la ricca vegetazione delle paludi. Dalla cabina dell'aereo osservo il delta dell'Okavango. Con le sue collinette sabbiose, i piccoli laghi, le piazzole verdi e le piante selvatiche, sembra un campo da golf. Ma è un campo brulicante di fauna. Gli elefanti si trascinano con passo pesante, le giraffe saltellano, gli ippopotami risplendono al sole.
Le meraviglie del delta sono nei particolari silenziosi. Scivoliamo in canoa sui canali, tra ippopotami, papiri e giunchi. Passiamo accanto a isole coperte di palme, formate dai sali minerali e dai sedimenti sabbiosi del deserto del Kalahari. Al tramonto le rane attaccano con i loro versi Con l'arrivo dell'oscurità, le auto partono per il safari rombando come in una spedizione militare.
Safari di notte
I pochi turisti che visitano Xudum hanno a disposizione migliaia di chilometri quadrati dove accamparsi. Anch'io comincio il safari di notte, l'ora delle streghe e dei predatori. La mia guida, Mogale, si sporge dal sedile per guardare le impronte sulla sabbia: «Leopardo", sentenzia. "Da questa parte". Sento aumentare le pulsazioni. Seguiamo il leopardo. Quando le tracce si allontanano dalla strada voltiamo anche noi. Mogale illumina gli animali con una lampada: civette dagli occhi sbarrati, qualche sciacallo e le pupille rosse delle lepri che sfrecciano nell'erba. Perlustriamo la zona fino alle tre di notte, ma non riusciamo a trovare il leopardo.
L'escursione è comunque molto eccitante. Non conta tanto quello che succede, ma l'attesa di ciò che potrebbe succedere. Sulla via del ritorno, un branco di iene maculate compare davanti ai fari dell'auto. Una si volta per guardarci, poi girala testa e ulula. Da Xudum mi sposto in aereo a Maun: terra di organizzatori di safari, piloti di aerei da turismo, cercatori di diamanti e truffatori. È una città dove o ti porti dietro un bel po' di pula (la moneta locale) oppure ti ritrovi subito al verde. L'atmosfera pionieristica e spietata mi fa venir voglia di trasferirmi subito qui. Mi dirigo in auto verso sud, su una strada asfaltata dritta e quasi vuota. La vegetazione è fatta di tozze acacie erioloba e meli del Kalahari, di nuovo verdi in attesa della pioggia. Ogni tanto incontro dei camion rumorosi, che passando sollevano un polverone. Capre e mucche si trascinano lungo la strada. Come per magia compare una nuvola. Seguo il corso del fiume Boteti, un altro nome dell'Okavango. In quest'area il fiume è stato in secca per più di dieci anni. Le acque scorrono per chilometri oltre Maun. Sento chiacchierare gli allevatori di bestiame che vivono sulle banchine.
Gli animali si concentrano intorno alle pozze d’acqua
Per i turisti il vantaggio di trovare il fiume in secca è che gli animali si concentrano intorno alle poche pozze rimaste. David Dugmore, proprietario del campeggio Meno a kwena, da anni pompa acqua in su perficie perle zebre migratrici. Gli animali ormai lo sanno e gli ospiti si trovano nel punto ideale per assistere alla parata di kudu, gnu ed elefanti. Quando cala la sera due leonesse provocano le zebre accennando finti assalti e lanciando sguardi minacciosi.
Dopo uno splendido tramonto arriva improvvisamente il buio. Mi sforzo di distinguere le sagome, mentre Dugmore illustra la scena. Le zebre vengono ad abbeverarsi e i leoni si aggirano furtivamente per la zona. A un certo punto il branco si stringe lungo le sponde scoscese. Sentiamo un agitato calpestio di zoccoli; poi un urlo lancinante. Dopo un minuto si trasforma in un gemito, poi in un respiro affannoso e infine in un silenzio soffocato. Sentiamo il rumore della pelle e della carne strappate via. Roger, il fratello di Dugmore, mi fa da guida nell'ultima parte del viaggio. Ci dirigiamo in auto alle saline di Makgadikgadi, una vasta depressione nel cuore del Kalahari. Se i fiumi scorressero fino alla fine, è qui che andrebbero a gettarsi le acque del delta dell'Okavango.
Crosta di sale sotto i piedi
Makgadikgadi è una landa desolata bianchissima su cui ballano in lontananza miraggi tremolanti. Guidando alla cieca, perché non c'è niente che permetta di distinguere un punto dall'altro a parte la superficie della crosta terrestre. All'inizio è grigia e rugosa come la pelle di rinoceronte, poi diventa brillante per via dei cristalli di sale. Si vedono delle crepe. Il terreno si alza e si scolla, arrotolandosi come le foglie di tabacco.
Scendo dall'auto e mi tolgo le scarpe. Il terreno scricchiola. Le piante dei piedi bruciano per effetto del sale. Ci accampiamo, accendiamo il fuoco e guardiamo le stelle che pulsano nel cielo blu scuro. Prima di addormentarmi conto diciannove stelle cadenti. I tuoni mi svegliano poco prima dell'alba. Sento una goccia di pioggia sulla guancia e sveglio Roger. "Non è pioggia", mi dice, mentre una seconda goccia mi cade sul viso. "Ma arriverà".
C'è una nota di speranza nelle sue parole. In setswana, la lingua nazionale, pioggia si dice pula. Significa anche fortuna, salute e prosperità. Forse non è un caso in un paese coperto per l'80 per cento dalle sabbie del Kalahari. È un mese che gli abitanti aspettano la pioggia, che ora sembra finalmente in arrivo.
Gli scorpioni annunciano la pioggia
Da giorni si accumulano nuvole a forma di incudine, mentre in lontananza si sente il rumore dei tuoni e dei lampi che attraversano un cielo di porcellana. Come i batswana locali, sono ossessionata dall'acqua. In questo paese gli uomini passano ore a fissare i letti asciutti dei fiumi. Strizzano gli occhi al cielo, chiedendosi se oggi o domani pioverà.
Quando gli scorpioni escono dalle tane - alcuni neri e brillanti come l'ossidiana, altri splendenti come vetro giallo - tutti sospirano di sollievo. È un segno inequivocabile che sta arrivando la pioggia. Un raggio di sole fa capolino all'orizzonte di sale. Comincia a far caldo appena smontiamo le tende. Due garruli dalle ciglia bianchi e neri sbattono le ali sopra la nostra testa. Decidiamo di seguirli.
Non vediamo anima viva da un giorno solo, ma la solitudine è immensa, quasi travolgente. È difficile, oggi, pensare di trovare un luogo così disabitato. Ci mettiamo a caccia di suricati, con le loro code alte e i loro curiosi segni sul muso. Schizzano nelle tane prima di riaffacciarsi con aria circospetta, sfoggiando una postura impeccabile. Un orice china la testa e infila le sue lunghe corna dritte in un cespuglio spinoso, cercando disperatamente l'ombra tra quei pochi rami contorti.
Uno scoiattolo allarga la coda e se la avvolge sulla testa per proteggersi dal sole ardente. La vita qui non è scontata come nell'Okavango, ma ha lasciato le sue tracce anche in questa terra piatta e aspra. Il fascino di questo posto, però, non sta in quello che c'è, ma in quello che manca.
Michelle Jana Chan, in Financial Times
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- Wild abundance
- Lodges, camps and safaris
