L’Africa orientale è l’area del continente nero dove si riscontra con maggior intensità l’influsso culturale ed economico dell’India. Per effetto delle rotte commerciali arabe e portoghesi, i Paesi africani affacciati sull’Oceano Indiano hanno conosciuto una forte immigrazione di indiani giunti come mercanti o braccianti da inserire nelle piantagioni. I collegamenti tra l’Africa orientale e l’Asia erano alimentati sin dal X secolo dai commercianti arabi e persiani. L’India, nelle rotte marittime che giungevano sino all’Estremo Oriente, rappresentava uno scalo naturale. Alcune zone del subcontinente indiano avevano un ruolo di primo piano negli scambi commerciali, come la regione del Malabar e il regno di Cola, nell’India sudorientale.
Le relazioni tra l’India e la regione del Corno d’Africa sono ancora più antiche e si possono far risalire al VI secolo, epoca in cui il Regno etiope di Aksum era in pieno sviluppo. L’antico porto di Aduli era un punto nevralgico a livello commerciale, dove spezie, seta, oro e avorio venivano scambiati tra mercanti locali e indiani. In Eritrea e in Etiopia la popolazione di origine indiana costituisce un’esigua minoranza. Come negli altri Stati dell’Africa orientale, molti sono dediti al commercio, ma altrettanto numerosi sono coloro che si dedicano all’insegnamento nelle scuole primarie e secondarie. In Etiopia, secondo dati dell’ambasciata, si stima vi siano circa duemila indiani. L’esiguo numero si spiega con la politica dittatoriale del colonnello Mengistu (che ha governato il Paese dal 1977 al 1991), che avviò un processo di “etiopizzazione”, costringendo molti stranieri a lasciare il Paese.
Si stima siano circa 50mila le persone di origine indiana che vivono in Tanzania. L’afflusso maggiore si verificò nel XIX secolo, quando molti commercianti del Gujarat giunsero sull’isola di Zanzibar per controllare i traffici di spezie e d’avorio. Molti vi rimasero mettendo a frutto le loro abilità di artigiani e negozianti. Conosciuta anche come l’isola delle spezie, questo lembo di terra politicamente annesso all’ex Tanganika (l’unione nel 1964 diede origine allo Stato dell’odierna Tanzania), durante l’800 ha rappresentato il più importante crocevia del commercio fra Penisola arabica, India e Africa. La sua centralità si estese nel 1818 con l’introduzione della coltura del chiodo di garofano e con il relativo ricco mercato che ne conseguì. Zanzibar divenne infatti tra i maggiori produttori su scala mondiale. Ancora oggi, sull’isola vive una minoranza di origine indiana, le cui tradizioni sono ben espresse nel tempio induista Shree Shiv Shakti edificato a Stone Town.
Mozambico e Kenya
Già prima dell’arrivo di Vasco De Gama, gli scambi commerciali tra India e Mozambico erano intensi, grazie al ruolo dei mercanti musulmani, dediti ai traffici lungo la costa sud-occidentale del subcontinente. Con l’arrivo dei Portoghesi, le relazioni s’incrementarono, poiché incentivarono l’immigrazione indiana nelle aree dell’Africa orientale da loro controllate. Sino agli inizi del XX secolo, la comunità indiana riuscì a integrarsi attraverso il commercio. Negli anni Sessanta, con la dittatura di Salazar, la popolazione di origine indiana nella colonia portoghese del Mozambico subì gravi persecuzioni. I conti bancari e le proprietà terriere furono espropriati. Era la ritorsione portoghese all’occupazione da parte dell’India delle colonie di Goa, Diu e Daman.
Ciò avvenne nel 1961: l’India indipendente non tollerava più le enclaves portoghesi nel suo territorio. Solo con la caduta del regime di Salazar, e con la successiva indipendenza del Mozambico, gli indiani sono riusciti a ritrovare un ruolo attivo nel Paese. Oggi sono circa 20mila, e la loro presenza ha influenzato i commerci e la diffusione di prodotti tipicamente asiatici. Anche la cucina nazionale ne ha assorbito alcune tradizioni. Ampio è infatti l’uso del curry e tra i piatti tipici vi sono gli chamusas (samosa) di chiara derivazione indiana. Molto attivi sono alcuni centri e organizzazioni religiose indù, tra cui spicca l’Organizzazione Spirituale Brahma Kumaris, presente a Maputo dal 2004. I Portoghesi hanno avuto dunque un ruolo di primo piano nell’alimentare l’arrivo di immigrati indiani sull’isola di Zanzibar e in Mozambico.
Alla fine dell’800, anche il Kenya conobbe un ingente afflusso di lavoratori provenienti in particolare dalla regione del Punjab, per volontà dell’Impero britannico che allora controllava il Paese. Circa 30mila persone giunsero tra il 1896 e il 1901 con il preciso compito di lavorare alla costruzione della ferrovia che collega l’Uganda e il Kenya, da Mombasa sino a Kisumu, passando per Nairobi. Furono realizzati oltre 900 chilometri di ferrovia, grazie all’impiego di manodopera africana e indiana.
Discriminazioni nel Kenya indipendente
Nel XX secolo, per effetto di un provvedimento legislativo, alle genti di origine asiatica fu impedito di diventare proprietari terrieri. Si spiega così il fatto che la maggior parte degli indiani si siano dedicati al commercio. Nel 1963, il Kenya divenne indipendente e assunse la presidenza Jomo Kenyatta. Con l’affermazione dell’Unione Nazionale Africana del Kenya (KANU), divenuto partito unico, si sviluppò una politica di “africanizzazione” a causa della quale la popolazione di origine indiana subì discriminazioni sociali, politiche ed economiche, attraverso il mancato rinnovo del permesso di lavoro o il divieto di praticare determinate attività. L’obiettivo del governo era quello di promuovere l’economia degli africani. Questa politica vessatoria spinse molti indiani a lasciare il Paese, tornando nella loro madrepatria o optando per il Regno Unito.
Secondo i dati dell’ambasciata indiana in Kenya, vi sono circa 100mila cittadini di origine indiana, la maggior parte dei quali è nata e cresciuta in Kenya. Vivono soprattutto nelle aree urbane delle città di Nairobi e Mombasa, nelle quali si può osservare quel sincretismo culturale dato dall’incontro di diversi popoli. L’influsso della cultura indiana in Kenya è visibile nei vari templi induisti, tra cui lo Shri Swaminarayan Mandir e lo Sri Kalyana Venkateswara. Negli ultimi anni, le relazioni politico-economiche tra India e Kenya si sono intensificate, grazie alla Commissione Intergovernativa Indiana per la Cooperazione, istituita alla fine del 1999 e diventata operativa nel 2003 con la concessione di un ingente credito al governo di Nairobi, e grazie all’istituzione del Kenya-India Business Council nel 2005. Anche sul piano culturale, i rapporti appaiono molto intensi, come dimostrano i simposi organizzati a Nairobi nel 2004, dedicati al Mahatma Gandhi e a Jawaharlal Nehru.
La comunità indiana in SudafricaIn molte città del Sudafrica, si possono osservare diversi elementi culturali che riportano i tratti tipici della cultura indiana. Numerosi edifici, templi, negozi e locali esprimono l’essenza del Paese che ha dato i natali a Gandhi, figura che ha rivestito un ruolo fondamentale nello stesso Sudafrica. La comunità indiana presente nella Rainbow Nation è una delle più importanti e attive di tutta l’Africa orientale. Si calcola che il 2,5% dell’intera popolazione sudafricana (circa 45 milioni) sia costituito da indiani. Secondo i dati forniti dall’Indian Cultural Centre, l’80% vive nella provincia del KwaZulu-Natal, il 15% nel Gauteng e il 5% nella zona di Cape Town. L’area di maggiore concentrazione è Durban e dintorni.
Tale presenza si deve in particolare all’arrivo, nella metà del XIX secolo, di numerosi lavoratori provenienti dalle attuali regioni del Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Uttar Pradesh e Bihar, trasferiti dall’Impero britannico (che allora controllava le colonie del Natal e del Capo), come manovalanza nell’agricoltura e nelle costruzioni. Alla fine del XIX secolo, si verificò un’ulteriore ondata di immigrazione proveniente dal Gujarat, formata da indiani dediti al commercio. Gli storici ricordano, però, che l’arrivo di indiani nella Colonia del Capo è più antico ancora: nel XVIII gli olandesi avevano trasferito decine e decine di migliaia di schiavi indiani, che si sono poi mescolati con la popolazione locale.
Benché in misura minore rispetto ai neri sudafricani, anche la comunità indiana ha subito discriminazioni razziali durante il regime di apartheid. Si spiega così il ruolo rilevante che il South African Indian Congress (SAIC) ha avuto a livello politico nel corso delle numerose battaglie per la democrazia, avviate insieme all’African National Congress e alle altre organizzazioni impegnate per far cadere il regime razzista. Basti ricordare l’imponente partecipazione dei rappresentanti politici indiani alla Defiance Campaign (la Campagna di sfida alle leggi ingiuste del 1952) e alla promulgazione della Freedom Chart, nel 1955, documento che sanciva il superamento delle divisioni razziali, embrione di quella carta costituzionale poi promulgata con la fine dell’apartheid.
A livello culturale, gli indiani in Sudafrica hanno avuto e hanno un ruolo molto attivo, soprattutto nell’area di Durban, dove si possono ammirare l’Alayam Hindu Temple, il più antico tempio induista del Paese, e il Temple of Understanding, luogo dove viene celebrato il culto Hare Krishna.
Dal 1994, anno delle prime elezioni multietniche e libere, il Sudafrica ha sviluppato numerosi programmi di cooperazione non solo economica con l’India, tra cui l’Indian Technical and Economic Cooperation (ITEC), e organizzato incontri bilaterali legati a varie questioni, tra cui le politiche di difesa (ricordiamo l’India-South Africa Defence Committee tenutosi a Pretoria nel 2006). Un altro rilevante passo verso una maggiore collaborazione è stato avviato nel 2003, con l’istituzione del cosiddetto G3, formato oltre che da Sudafrica e India, anche dal Brasile (da cui la sigla IBSA, acronimo delle iniziali dei tre Paesi aderenti). Unione voluta dai leader delle nazioni più sviluppate del Sud del mondo per esercitare pressioni sulle organizzazioni internazionali, quali G8 e Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al fine di creare maggiori spazi partecipativi e d’azione per i Paesi in via di sviluppo.
Foto: dottoressa di origine indiana nell'ospedale di Maputo, Mozambico. La statua di Gandhi nella città sudafricana di Pietermarizburg
Silvia Turrin









