Scrittori afro-asiatici. In bilico tra più mondi

La narrativa raramente parla degli indiani in Africa, nonostante il loro peso economico e politico. Il problema è che non sono né bianchi né neri, e sono sia asiatici che africani.

afr 82 afro-asiaticiBessie Head, scrittrice sud africana, fu influenzata nella sua vita e nel suo lavoro dall’induismo, probabilmente perché, vivendo nella città multietnica di Durban, fu a stretto contatto con la vastissima comunità asiatica proveniente dall’India. È la tesi di Charles Servan, difesa nel 1990 sulla rivista Wasafiri, nell’articolo: “Bessie Head: due lettere”.

Questo particolare ci informa come la presenza delle comunità asiatiche in Africa sud-orientale sia stata da subito strutturale all'equilibrio di tutte le altre comunità. Gli asiatici erano immigrati alla fine dell’800, quando gli inglesi, comune Impero colonizzatore, avevano individuato in essi, per le loro abilità, la manodopera adatta per la coltivazione della canna da zucchero e la costruzione della ferrovia: il progetto di collegare Kampala a Nairobi, le coste orientali alle due Rhodesie e al Sud Africa. E proprio la linea ferroviaria diventa una metafora verosimile della diffusione, in queste regioni, della letteratura ad opera di scrittori nati in Africa e di origine asiatica.

La forma letteraria che da subito essi useranno è il racconto di ambientazione storica, dimostrando la funzione sociologica della letteratura, strumento per conoscere e ricordare.

Né bianchi né neri


In Sudafrica, il regime razzista dell’apartheid aveva costretto anche gli asiatici a particolari limiti e segregazioni, in quanto né bianchi né neri.

La scrittrice Farida Karodia, nata a Città del Capo da padre immigrato dal Punjab, nel romanzo Other secrets – dedicato alla comunità asiatica e pubblicato nel 2000, quando in Sud Africa la “Commissione per la verità e la riconciliazione”, voluta da Mandela, cercava di uscire dal passato razzista, anche attraverso la conoscenza della letteratura – racconta la storia di Jasmin e Meena, due sorelle nate in una famiglia di commercianti indiani, costretti a vivere in una comunità rurale, nella quale la maggioranza è composta da neri.
In modi molto diversi, le due ragazze riusciranno a far superare il pregiudizio nei loro confronti, grazie anche alla solidarietà femminile, rimasta inalterata, generazione dopo generazione.

afr 82 durbanL’essere lontani da casa, lontani dall’India, rende le comunità asiatiche molto forti, attaccate alle proprie origini e alla propria identità di lingua, religione, usanze e stili di vita. Si creano, negli anni, quartieri assolutamente identici a quelli abbandonati al di là dell’Oceano Indiano. Esempi di questa vitalità si trovano nell’antologia di storie brevi di scrittrici sudafricane, Il vestito di velluto rosso (Edizioni Gorée, 2006). Dà il titolo alla raccolta il racconto di Farida Karodia, sulla dolorosa ricerca della propria identità passata.

Nell’antologia troviamo altri due lavori di scrittrici afro-asiatiche: Amiche di Jajapraga Reddy, che affida alle voci di Phunza e Asha i disagi della diaspora asiatica in Sudafrica, e Meticci di Rayda Jacobs. Nata a Città del Capo, ne descrive le classi più agiate: Sabah “né bianca né nera”, è accusata di aver rubato un documento di identità ad una donna bianca per iscriversi all’Università e promuoversi socialmente. L’eroina Sabah tornerà in due suoi successivi lavori: Postcards from South Africa e Middle Children, ciclo di racconti autobiografici.

Da Nairobi a Dar es Salaam

La condizione degli scrittori asiatici in Africa orientale era diversa, ma uguale era la loro ricerca della propria identità. Lo scrittore M. G. Vassanji, nato nel 1950 in Kenya e cresciuto in Tanzania da una famiglia proveniente dal Punjab, commentando il suo romanzo Il mondo sospeso di Vikram Lall (Frassinelli, 2005), ha detto: “Avevo tre anni a Desai Road, a Nairobi, quando iniziò in Kenya l’emergenza Mau-Mau. Ho sempre saputo che ne avrei scritto dal punto di vista della mia comunità. I libri raramente parlano della presenza degli indiani in Africa, quando il loro ruolo è stato fondamentale per la crescita economica, la costruzione della ferrovia e la politica del paese. Il problema era che loro non erano né bianchi né neri, ed erano sia asiatici che africani. La comunità indiana in Kenya o in Tanzania viveva “come se” fosse in India. Ma non lo erano. Erano altro per gli africani (con i quali condividevano la maggior parte delle attività sociali interdette ai non europei e soprattutto la comune condizione di colonizzati), ed erano altro per i bianchi-inglesi-colonizzatori”.

Il tema principale del racconto di Vassanji, all’interno di un contesto storico che arriva fino all’indipendenza del Kenya nel 1963 e poi ai giorni nostri, è l’interazione sociale e culturale tra la comunità indiana, quell’africana (nel passaggio cruciale della lotta per l’Indipendenza) e l’amministrazione coloniale. La storia coloniale è lo scenario sul quale appaiono le storie dei suoi protagonisti: il loro mondo sospeso. Vikram Lall, uno di questi, si troverà, suo malgrado, a diventare un funzionario corrotto del Governo Indipendente del Kenya, dopo avere lasciato che la sua famiglia – da due generazioni in Kenya per lavorare alla ferrovia e successivamente nel commercio – e, con lo stesso peso, le sue tradizioni (religiose soprattutto), abbiano deciso per lui l’andamento della sua vita.

Lui che da bambino aveva giurato con il suo amico kikuyu Njoroge di essere fedele a Jomo Kenyatta, ma che aveva anche assistito all’uccisione dei suoi amici europei per opera dei Mau-Mau. L’India, l’Africa sono le due identità con le quali si cerca di “tornare a casa”, dove spesso – e così è stato per Farida Karodia, Rayda Jacobs e Vassanji, andati a vivere in Canada – la casa non è un luogo fisico, ma è rappresentata dall’uso della lingua inglese. Non c’è il ritorno completo in India.

L’inganno del contratto

Nelle quattordici storie che si intrecciano una all’altra in Le rocce di Poudre d’Or (E/O, 2006) di Nathacha Appanah, scrittrice nata nelle isole Mauritius da una famiglia indiana, l’abbandono dall’India avviene con l’inganno, con una promessa falsa. Nel 1882, negli anni in cui l’India è comune colonia britannica, centinaia di indiani furono spinti a raggiungere l’isola Mauritius. Imbarcati sulle navi, ammassati nelle stive con il rammarico di essere stati comprati per pochi soldi e il rimpianto per la propria casa.

“Hai firmato un contratto! Hai firmato un contratto vedo, hai firmato un contatto che dice che sei d’accordo a lavorare per 5 Rupie al mese. O sali sulla nave o finisci in prigione”.

È il destino degli ignari protagonisti del racconto che, saliti sulla nave Atlas, arriveranno nel villaggio di Poudre d’Or dove non c’è l’oro promesso e il lavoro retribuito, ma soltanto rocce da scavare e piantagioni di canna da zucchero da coltivare.

Nelle sue riflessioni sul mondo sospeso, Vassanji aveva anche affermato: “Il colonialismo crea due identità separate tra loro. Confonde, sgretola”. E uno strumento importante, per conoscere meglio questo periodo storico, è rappresentato sicuramente dalla letteratura coloniale e post coloniale.

Foto: M. G. Vassanji, nato in Kenya da famiglia di origine indiana e cresciuto in Tanzania. Veduta di Durban, la città sudafricana dove maggiore è la percentuale di cittadini di origine indiana.

di Maria Ludovica Piombino



 

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