Malangatana Vicente: pittura e impegno sociale

È l’artista mozambicano che più di altri ha saputo dar voce alle tragedie, ma anche alla forza vitale della sua terra. Definito il “Picasso africano”, dopo un’infanzia di sacrifici, grazie ai suoi intensi quadri è ormai da anni apprezzato a livello internazionale

malangatana«Ho visto molte cose che mi hanno spinto ad introdurre nella mia vita l’attivismo politico. Ho visto i miei genitori costretti a lavorare senza cibo. Ho visto i miei zii venire puniti dalla polizia coloniale. Ho visto i miei cugini venire picchiati. Tutto ciò mi ha preparato alla vita politica. Le preoccupazioni e le paure di allora le sento ancora oggi». Non sono le parole di un deputato o di un leader politico, ma quelle di Malangatana Ngwenya Valente, pittore-simbolo del Mozambico, la cui vicenda personale si intreccia in modo simbiotico con quella del suo Paese natale.

Un’arte di denuncia

È tra i più importanti artisti africani conosciuti e stimati a livello internazionale. Le sue opere, intense a livello cromatico e nell’espressività dei contenuti, hanno fatto il giro del mondo, grazie a prestigiose mostre organizzate da musei e gallerie portoghesi, svizzere, statunitensi, cilene e indiane.

Malangatana viene definito il “Picasso africano”, sia per lo stile, sia soprattutto per il coinvolgimento sociale e le denuncie contro le ingiustizie espresse attraverso la sua arte. Questo approccio rende la sua pittura uno strumento che si oppone alla guerra e a tutte le forme di tirannia. Non a caso, si è ispirato al piglio creativo di Picasso, la cui massima espressione di impegno civile è Guernica, divenuto l’emblema della condanna del totalitarismo e della guerra. Sullo stesso piano si pongono molti quadri di Malangatana, soprattutto quelli realizzati tra gli anni Cinquanta e Novanta del XX secolo. Un periodo della storia mozambicana tormentato prima dal colonialismo portoghese, poi dalla terribile guerra civile che ha sconvolto il Paese per quasi due decenni.

Le tele di Malangatana, intrise di oli dai colori intensi, hanno seguito le fasi conflittuali e di pace del Mozambico: il rosso ha dominato i suoi quadri sino al 1994 (anno in cui si sono svolte le prime elezioni multipartitiche), per poi lasciare sempre più spazio alle tonalità tenui e blu, che segnano la ritrovata pacificazione interna. Mostri grandi divorano mostri piccoli (qui sotto) è un’opera che racconta i drammi dell’epoca coloniale. La guerra civile − che ha visto scontrarsi le due opposte fazioni del Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo) e della Resistenza Nazionale del Mozambico (Renamo) − è ben immortalata nel quadro Dove stanno i miei padri, i miei fratelli e tutti gli altri.
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La sua è un’arte coraggiosa, perché ha denunciato soprusi e, al contempo, è un’arte di riscatto sociale, perché gli ha permesso di realizzare un sogno nato agli inizi del secolo scorso.

Dalla povertà alla lotta per l’indipendenza

Malangatana Ngwenya Valente, questo il suo nome completo, classe 1936, ha mosso i primi passi a Matalana, un piccolo villaggio situato nella zona meridionale del Mozambico. Le condizioni economiche della famiglia erano umili, ma ha avuto la fortuna di frequentare una scuola missionaria gestita da protestanti svizzeri, poi una scuola cattolica. La svolta decisiva che gli ha spalancato nuovi orizzonti è legata alla decisione di lasciare il mondo rurale per cercare lavoro in città. Trasferitosi a Maputo (l’allora Lourenzo Marques), alternò diverse occupazioni: dal baby-sitter al ball boy in un tennis club. Parallelamente a queste attività, portava avanti la sua passione per la pittura. È stato proprio nella capitale che il suo stile ha assunto nuove forme e contenuti. Il Frelimo lottava per l’indipendenza e questo vento rivoluzionario entrò in modo dirompente nell’animo di Malangatana, spingendolo a modificare la sua prospettiva: i paesaggi e i ritratti tipici del primo periodo artistico hanno lasciato il posto a immagini surreali di uomini e donne rappresentati con tonalità forti. Colori ocra, rossi e blu sono espressioni di mondi interiori agitati e di una realtà altrettanto travagliata.
malangatana pertub- na floresta
Nel 1959, per la prima volta le sue opere furono esposte al pubblico in occasione di una rassegna collettiva e il 1961 segnò la sua definitiva consacrazione di artista con una mostra a lui interamente dedicata. Nonostante il crescente successo, prima in Africa, poi in tutto il mondo, Malangatana in quei decenni difficili, segnati dal giogo della colonizzazione, si è impegnato nella lotta per l’indipendenza del Mozambico, non solo attraverso la sua arte, ma appoggiando apertamente l’azione del Frelimo. Ritenuto sovversivo dal governo coloniale portoghese, nel 1964 fu arrestato dalla polizia politica portoghese (PIDE) e detenuto in carcere un anno e sei mesi. Quando il Mozambico raggiunse l’indipendenza (proclamata il 25 giugno 1975), Malangatana ha continuato a comunicare e a infondere coscienza sociale tramite le sue opere, con murales che tutti possono ammirare visitando il Museo di Storia naturale e il Centro di Studi Africani dell’Università Eduardo Mondlane.

Del 1987 è l'opera Perturbação na floresta, ritratta qui sopra, una delle sue opere più apprezzate.

Per la sua attività e il suo impegno contro ogni forma di ingiustizia (ha tra l’altro partecipato a numerose manifestazioni contro l’apartheid in Sudafrica), nel 1997 è stato nominato Artista per la Pace dall’UNESCO.

Non solo pittore, ma anche scultore e poeta. Malangatana ha scritto versi che riflettono, in forma espressiva, lo stesso stile tipico dei suoi quadri. Nelle poesie ritroviamo infatti immagini che raccontano realisticamente condizioni sociali difficili, di povertà e sfruttamento. Massacro degli innocenti, Ode a mio fratello Magira e Una lettera a te, signor Latifondista sono alcune delle opere poetiche più intense da lui firmate, raccolte nel volume Vinte e quatro poemas pubblicato dall’ISPA di Lisbona (non tradotto in italiano).

Malangatana si è avvicinato anche alla scultura, dando vita a rappresentazioni artistiche dalle linee «più umane», come lui stesso ha affermato. «È una forma d’arte che mi permette di dare nuova linfa vitale alla materia. Man mano che prendono corpo le linee, nascono in me altre immagini che danno una precisa direzione al mio lavoro. Sono linee armoniose, quasi spiritose e aperte. Rispecchiano ciò che sta accadendo negli ultimi anni nel mio Paese». La scultura è dunque un linguaggio che, insieme al mutato approccio pittorico, mette in luce il risveglio culturale del Mozambico.

Portavoce della Cultura

Malangatana ha sempre cercato di divulgare l’importanza dell’arte, creando anche spazi specifici dove tutti possano incontrarsi e confrontarsi non solo su temi culturali. Tra le associazioni da lui valorizzate figura il Núcleo de Arte, collettivo di artisti mozambicani frequentato da pittori, scultori e ceramisti, che ha stabilito la sua sede in un’antica casa nel centro di Maputo. Fondato nel 1948, è stato al centro dell’avanguardia culturale del Paese grazie ai lavori realizzati da Malangatana. Espressione non di un movimento specifico, né di una corrente artistica determinata, il Nucleo raggruppa varie generazioni di artisti di fama internazionale e ha dato voce a nomi prestigiosi, tra cui la pittrice Bertina Lopes, lo scultore Alberto Chissano e Augusto Cabral, tra i presidenti del Núcleo de Arte.

Fu proprio Cabral, negli anni Cinquanta, a notare lo sguardo creativo di Malangatana e a spronarlo a coltivare la passione verso la pittura. Nonostante il sopraggiungere della notorietà, poi la definitiva consacrazione internazionale, Malangatana non ha mai dimenticato le proprie radici. Nel suo villaggio d’origine, Matalana, ha creato il Centro culturale omonimo, di cui è direttore. Si tratta di un progetto di sviluppo integrato volto a incentivare la formazione professionale e l’imprenditorialità culturale, permettendo a chi ama l’arte di esprimere le proprie idee e capacità. Un’iniziativa indirizzata in particolare a quanti provengono da ambienti sociali umili che, come Malangatana, hanno il desiderio di trasformare l’arte in un linguaggio di pace.

di Silvia Turrin


 

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