Nella storia della missione non sono mai mancate moltiplicate le iniziative di missionari che hanno promosso percorsi d'arte sacra inculturata, coinvolgendo artisti locali o dando origine a scuole con riflessi anche sul piano liturgico. Scuole e artisti che, nel tempo, hanno acquisito una propria autonomia, diventando espressione autentica di un'arte sacra che nasce nel cuore di mondi e culture diversi e si nutre dell'incontro con il Vangelo. Il risultato sono spesso nuove forme espressive, anche di alto livello. Oggi, accanto ad alcuni missionari, che continuano la loro opera di evangelizzazione anche attraverso l'arte, troviamo sempre più numerosi artisti locali che si sono fatti interpreti del cristianesimo attraverso la loro sensibilità e la loro cultura di appartenenza.
Padre Claude Boucher: l’arte aiuta a modellare un volto africano di chiesa
Padre Claude Boucher, padre bianco canadese, trapiantato in Malawi da oltre quarant'anni, è un esempio di come l’arte può diventare evangelizzazione e inculturazione in Africa. Nel villaggio di Mua, ha creato uno straordinario centro artistico-culturale, il KuNgoni Centre (http://www.kungoni.org), che comprende un museo etnografico e un centro di scultura.
«L'obiettivo - spiega padre Boucher, mentre ci guida nella visita del centro è quello di promuovere un modo diverso e originale di inculturare il cristianesimo, rispettando e valorizzando le culture locali. Altrimenti il cristianesimo continuerà a rimanere una religione "straniera". Inculturare significa incarnare il Vangelo nella vita della gente, mettere radici in questa cultura perché rinasca più rigogliosa, non per ucciderla». Missionario, artista, antropologo, padre Boucher racconta che sin dal suo arrivo ha cercato di avvicinarsi il più possibile alla cultura locale, provando a riflettere su come farvi penetrare più in profondità il Vangelo. Ha fatto studi, ma soprattutto si è avvicinato alla gente. Si è fatto iniziare alla Gule Wamkulu, la Grande Danza, una delle più segrete società del Malawi. Dal di dentro, ha tratto gli elementi simbolici più significativi di questa cultura, da rileggere, attraverso gli strumenti della liturgia e dell'arte, in chiave cristiana.
Il KuNgoni Centre è diventato così, grazie al contributo di molti giovani e di importanti artisti locali, un punto di riferimento artistico-culturale cristiano di grande rilievo per tutta l'Africa. «In questo modo - sostiene il missionario - ciascun popolo, ciascuna cultura, con la propria storia e le proprie tradizioni, può modellare un volto di Chiesa sempre più africano».
Engelbert Mveng, padre dell'arte sacra africana
Ucciso nel 1995, il gesuita Engelbert Mveng è considerato da molti l'artefice dei primi tentativi di inculturazione del cristianesimo in Africa anche da un punto di visto artistico. “L’arte negro-africana è l'espressione più originale, come pure la più autentica, della nostra civiltà. Ora codesta civiltà esprime tutto l'uomo, esprime tutta la sua vita. È insieme cosmologia, cioè visione del mondo, è antropologia, cioè concezione dell'uomo; è liturgia, e perciò linguaggio dell'uomo in quanto animale religioso”. Così si esprimeva il padre - Engelbert Mveng, gesuita camerunese, pittore, poeta, scrittore e musicista, ma anche teologo e filosofo, antropologo e storico. Una personalità ricchissima e polivalente, che ha segnato la cultura, l'arte e la teologia africana, nonostante la morte prematura, per mano di assassini non ancora identificati, che lo hanno ucciso all'età di 64 anni.
Era un personaggio scomodo il père Mveng, che non aveva paura di denunciare gli abusi di potere, l'oppressione dei più deboli, le derive del malgoverno e della corruzione. Il suo assassinio è ritenuto da molti opera di gruppi «mistici» ed esoterici con forti connessioni con gli apparati dello Stato, impegnati nell'eliminazione di intellettuali scomodi.Molti lo ritengono il padre dell'arte sacra africana. . Un'arte che mantiene sempre al centro la sua principale preoccupazione: quella della necessità e della possibilità di un cristianesimo inculturato: «L'inculturazione - scrive - è probabilmente il problema-chiave, così come la più grande sfida della teologia africana».
Per dare concretezza a questa sua convinzione, Mveng ha realizzato grandi opere e promosso un'infinita varietà di iniziative. Tra le più conosciute, gli splendidi mosaici nel coro della cattedrale Notre Dame des Victoires di Yaoundé, i dipinti nella cappella dell'Hekima College di Nairobi, ma anche i mosaici realizzati nella basilica di Nazareth in Israele o l'affresco nella chiesa di Saint-Ange di Chicago, negli Stati Uniti.
Un’arte che non si può astrarre dal contesto sociale di oppressione
Ma nel suo atelier di Yaoundé, il gesuita ha cercato anche di tradurre in un linguaggio africano ornamenti e oggetti liturgici, ispirati ai motivi dell'arte africana che aveva studiato a fondo. Mveng, infatti, è anche autore di moltissimi saggi e libri sull'arte dell'Africa nera e sull'arte africana cristiana, nei quali ha cercato di approfondire le vie di un nuovo dialogo tra il cristianesimo e il genio culturale africano e le religioni tradizionali. Oltre che tra la spiritualità africana e quella cristiana.
«Il contesto sociale e storico del processo di conversione dell'Africa alla Chiesa di Gesù Cristo - ha scritto - ha conosciuto molte ipocrisie e sollevato una quantità di questioni che è inutile eludere». Con grande franchezza e non senza una certa vena polemica nei confronti di un cristianesimo «importato» dall'Occidente, con tutto il suo bagaglio liturgico e iconografico ben caratterizzato, Mveng non ha risparmiato alcuno sforzo per cercare di dare alla religione cristiana un volto autenticamente africano.«La Bibbia - ha scritto - va letta a partire dal contesto in cui ci si trova». Che per gli africani significa un contesto legato essenzialmente a un processo di liberazione culturale e spirituale. «LAfrica è stata spogliata di tutte le sue ricchezze. E soprattutto della sua identità, della sua cultura, della sua storia e delle molteplici espressioni della fede». Il che, secondo Mveng, ha condotto a quella che definisce la «pauperizzazione dell'uomo africano». Un processo a cui reagisce con tutti gli strumenti che il suo genio poliedrico gli mette a disposizione. Non ultimo, l'arte. Che con lui per la prima volta può essere definita arte sacre africana ad opera di un africano.
Anna Pozzi, in Mondo e Missione, febbraio 2009
Qui sotto: il Museo etnografico del Centro Kungoni










