Africom: un progetto per il controllo dell’Africa

africom2Nel silenzio dei principali mass media, senza la consultazione del Parlamento e dell’opinione pubblica, l’Italia, secondo le indicazione del ministro degli esteri Frattini, appoggerà gli Usa nel progetto Africom, concedendo basi italiane per operazioni militari in Africa


Nel dicembre 2008, l’attuale ministro degli esteri Franco Frattini ha dato il proprio benestare all’invito statunitense di ospitare in Italia Africom, il supremo comando Usa per le truppe di terra e di mare per l’Africa, ovvero struttura militare diretta da Washington destinata alle operazioni nel continente africano.

L’idea di creare un simile organismo si deve all’amministrazione guidata dall’ex presidente George W. Bush. Nel febbraio 2007 è stato inaugurato ufficialmente il lancio di Africom, dal primo ottobre 2008 ospitato a Stoccarda (Germania), sotto la guida dal generale afro-americano William “Kid” Ward.

Prima di questa inaugurazione, Ward aveva cercato di trovare un’ubicazione più favorevole per il nuovo progetto militare statunitense, chiedendo appoggi a diversi Stati africani, in modo da creare la base nello stesso continente oggetto alle “operazioni” previste. Ward ha ricevuto solo risposte negative o scettiche. A guidare l’opposizione è stato in primis il Sudafrica di Thabo Mbeki, seguito da Algeria, Nigeria, Libia, Kenya, Ghana, Senegal.

La Spagna ha detto un secco no

Il comando militare Usa si era quindi poi rivolto ad alcuni Paesi europei, tra cui la Spagna, ricevendo un secco no. Dopo l’inaugurazione a Stoccarda, qualcosa si è mosso in seno al governo italiano, giungendo infine alla già citata dichiarazione del ministro Frattini di appoggiare l’implementazione della base Africom a Napoli e a Vicenza.

Il 3 dicembre 2008 si era svolta a Roma, presso la sede del Ministero degli Affari Esteri, una conferenza stampa proprio per annunciare l’istituzione in Italia (Vicenza e Napoli) di due nuove strutture militari subordinate al Comando Africom. In quell’occasione l’Ambasciatore americano Ronald Spogli (che ha lasciato l’incarico nel febbraio 2009, dopo cinque anni di servizio), tra l’altro grande amico dell’ex presidente George W. Bush, ha sottolineato che «la creazione di questi due comandi subordinati in Italia consentirà di sviluppare ulteriormente l’impegno bilaterale a favore dell’Africa, come nel caso dell’iniziativa italo-americana in ambito G8 del Centro di Eccellenza per le Stability Police Unites (CoESPU) a Vicenza, in cui vengono addestrate forze di peacekeeping provenienti principalmente dai paesi africani».

Peccato che il CoESPU, creato il primo marzo 2005, sotto l’amministrazione Bush, e le forze di peacekeeping ad esso collegate, non siano state impiegate per intervenire né nell’Ituri, dove migliaia di congolesi sono morti, né nel Darfur, visto che tra i suoi obiettivi rientra il mantenimento della pace e della stabilità al fine di promuovere lo sviluppo sociale e la crescita economica dell’Africa. Ci si chiede a questo punto quale capacità concreta abbia il CoESPU e quale sia il suo ruolo effettivo.

africom1Gli aspetti che qui vogliamo sottolineare sono due: questa apertura del governo italiano nell’appoggiare il progetto Africom non è stata né anticipata né sostenuta da un dibattito parlamentare. Neanche le amministrazioni locali delle regioni coinvolte sono state consultate; inoltre, l’opinione pubblica nazionale non è stata informata in modo adeguato, evitando di sottolineare come Africom sia uno dei sei comandi unificati del Pentagono, il cui principale obiettivo è rafforzare la politica militare ed economica statunitense in Africa.

Africom, istituita nel più totale silenzio e in maniera unilaterale

Ufficialmente, Africom opererà nel quadro della Nato. Nei fatti, la sua istituzione è avvenuta nel più totale silenzio, in maniera unilaterale, senza che gli alleati atlantici venissero preventivamente consultati o informati dalla vecchia amministrazione Bush. Con l’avvento del nuovo presidente Usa, Barack Obama, le decisioni in merito ad Africom, almeno per ora, non sono state modificate.

Diverse sono le questioni che emergono da una simile struttura di carattere militare. Bisogna chiedersi perché gli Stati africani più importanti abbiano preferito non accogliere la richiesta Usa di appoggiare la base nel loro territorio. In realtà, molti Paesi dell’Africa avevano sollecitato il governo di Washington a razionalizzare e unificare i vari comandi americani regionali che già operano nel continente (si sono infatti alternati l’Useucom, l’Uscentcom e l’Uspacom).

Nel momento in cui il nuovo organismo prendeva forma, i rappresentanti africani si sono resi conto che Africom è una struttura militare che si prefigge di difendere e consolidare gli interessi Usa.

È opportuno ricordare che l’Africa è diventata uno dei più importanti fornitori di oro nero: si stima che entro il 2015 il continente africano fornirà all’America del Nord il 25% del petrolio. Una delle aree dove la concentrazione è maggiore è il Golfo di Guinea. Anche la Nigeria e il Sudan sono ricchi di oro nero. Si tratta di Stati che negli ultimi anni hanno visto sul loro territorio una forte instabilità politico-sociale, dovuta al controllo delle risorse energetiche e all’influenza sempre maggiore di correnti islamiche.

Il Medioriente continua a essere una polveriera e la fine della dittatura di Saddam non ha aperto nuovi orizzonti di pace. Ecco che gli Usa, ma anche Cina ed Europa, vedono nel continente africano uno spazio ideale per svincolarsi, in parte, dalla regione tra il Tigri e l’Eufrate.

Dietro il paravento della NATO, gli interessi strategici ed economici degli USA

Si è detto che Africom viene ufficialmente considerata una “struttura di comando operante nel quadro Nato”. Da notare, pochi giorni prima dell’inaugurazione, nell’ottobre 2008, il vice ministro in carica per gli Affari africani, del Dipartimento di Stato americano, Theresa Whalen, ha spiegato che Africom è «lo strumento più visibile degli Stati Uniti per promuovere le relazioni con l’Africa attraverso attività militari e altre iniziative in partenariato con diverse agenzie americane come Usaid e le istituzioni internazionali».

Una conferma dunque che gli interessi primari considerati nel progetto sono quelli del governo di Washington e, in particolare, quelli del Pentagono.

Di fatto, Africom è un comando militare, ecco perché nessuno Stato africano ha dato il permesso di usare un’area, seppur ristretta, del proprio territorio come base. Da notare poi che la struttura aperta a Stoccarda conta solo una decina di persone non alle dipendenze dirette del Dipartimento della Difesa statunitense; oltre mille, invece, sono militari dell’aeronautica, della marina e dell’esercito.

Per potenziare Africom, gli Usa hanno nominato due nuovi corpi: i Marines per l’Africa (Maforaf) e il Diciassettesimo Stormo dell’aeronautica militare Usa, denominato Afafrica.
E qui entra ancora in gioco l’Italia, perché Afafrica opererà anche nella base di Sigonella, dove fa già capo la centrale d’intelligence per le operazioni anti-terrorismo in Africa, caratterizzata da un osservatorio di telecomunicazioni, oltre che dall’impiego di aerei P-3 Orion per gestire il controllo della zona compresa tra Golfo di Guinea e Corno d’Africa.

Soldati americani coinvolti in operazioni militari in Uganda

Le operazioni gestite da Africom sono già numerose e spesso non divulgate in modo chiaro ed esaustivo. Come ha rivelato il New York Times in un lungo articolo del 6 febbraio 2009 (ripreso da pochi giornalisti italiani), i militari americani sono coinvolti nelle recenti operazioni contro i ribelli del Lord’s Resistance Army (LRA) nella regione nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo. Alcuni consiglieri militari di Africom hanno lavorato intensamente in collaborazione con l’Ugandan People’s Defense Forces (UPDF) per pianificare l’attacco contro i ribelli, avvenuto il 14 dicembre 2008. L’iniziativa è stata sostenuta dagli Usa anche con la donazione di telefoni satellitari. È noto che gli Stati Uniti da anni addestrino i militari ugandesi, ma come sottolinea il New York Times “questa è la prima volta che hanno direttamente partecipato allo svolgimento dell’operazione”.

Foreign Policy In Focus, importante progetto dell’Institute for Policy Studies con sede a Washington, ha evidenziato che: “Africom sta lavorando alacremente per minimizzare il suo ruolo nelle operazioni ugandesi. Questo approccio non è solo dannoso per la trascrizione degli eventi della storia e per la pace nella regione dei Grandi Laghi, ma è una base azzardata per le future relazioni tra l’opinione pubblica, il Congresso e il Pentagono in merito alle questioni che coinvolgono l’Africa”.

Se la volontà del ministero della difesa italiano non muterà, le basi di Vicenza (Ederle, ma soprattutto quella del Dal Molin, in costruzione) e Napoli (Comando della Security Force dei Marines, base di sommergibili Usa e comando delle Forze Aeree Usa per il Mediterraneo) verranno ampliate, tanto in termini di presenze militari (si parla di 750 elementi), quanto sul piano logistico e degli armamenti, poiché tra gli obiettivi ufficiali di Africom, oltre alla protezione degli interessi economici statunitensi, figurano: la lotta al terrorismo e l’addestramento dei militari africani.

Le voci critiche e la protesta popolare

Nel silenzio assordante dei mass media istituzionali, si sono alzate comunque alcune voci critiche, provenienti dal mondo religioso e dalle istituzioni accademiche.

Padre Alex Zanotelli ha posto una serie di domande, tra cui, «Come facciamo ad inviare missionari, suore, laici in Africa se non denunciamo scelte come queste che rendono l’Africa sempre più schiava e sfruttata? Se, come missionari, vogliamo proclamare Buona Novella ai poveri, dobbiamo avere il coraggio di denunciare con forza queste virate militaristiche del nostro governo. Non è questa la missione globale a cui come missionari siamo chiamati?» e ha invitato tutti i cittadini a prendere posizione, inviando una e-mail al ministro degli Esteri (segreteria.frattini@esteri.it), Franco Frattini, e al ministro della Difesa (segreteria.ministro@difesa.it), Ignazio La Russa, protestando per la scelta di insediare Africom tra Vicenza e Napoli.

Anche docenti universitari africanisti e membri della società civile, hanno denunciato questa presa di posizione del governo italiano di ampliare le basi di Vicenza e Napoli per implementare il progetto statunitense Africom, senza nemmeno attivare un dibattito parlamentare (sgomenta anche il silenzio dell’opposizione). Si consulti il seguente link: http://conoscereperdecidere.weebly.com/ per la loro petizione.

Silvia Turrin

19-05-2009

Per approfondire:

- Il sito ufficiale di Africom, in inglese

- La denuncia di p. Zanotelli


 

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