L’eredità africana nell’arte europea

Cézanne, Klee, Picasso, Modigliani e tanti altri devono molto alle maschere e alle sculture dell’arte primitiva, che è stata fonte di libertà e stimolo per la ricerca.

picasso avignon3 378x400Cent'anni or sono, a Parigi e in altre città europee le mostre di artigianato esotico erano di moda. La mentalità colonialista dominava l'Europa e l'Africa era al primo posto nei suoi desideri espansionisti. Per mostrare quanto bene si stesse facendo in quelle "terre incivili", si ricorreva a esposizioni di oggetti africani, nell'intento di convincere l'opinione pubblica della superiorità della civiltà occidentale nei confronti degli autori di quegli artefatti e, quindi, della necessità di una presenza "civilizzatrice".

Le esposizioni coloniali

La Carta coloniale belga recitava: «La colonizzazione, ponendo uomini attivi, ingegnosi e istruiti a contatto con individui di razze primitive da poco uscite dall'infanzia intellettuale, avrebbe effetti deleteri per questi ultimi, se non si accordasse loro una speciale protezione».

Il sentimento protezionista dei "civili" non riconosceva, però, ai "protetti" la capacità di produrre arte. Gli oggetti fabbricati per cerimonie e riti erano considerati espressioni della cultura materiale di questa o quella popolazione e si accordava ad essi un valore prettamente etnologico e etnografico. Con il trascorrere degli anni, con il materiale raccolto nei ministeri delle colonie, in musei e collezioni private fu possibile allestire esposizioni pubbliche: Leipzig (1892), Anversa (1894), Bruxelles (1897), Colonia (1912), New York (1914), Parigi (1907, 1917, 1919). La conoscenza antropologica dell'Africa cominciò a crescere.

(Sopra: La famosa opera di Picasso "Le démoiselles d'Avignon")

I pittori moderni si interessano all’arte primitiva

Furono proprio queste mostre a giocare un ruolo di primaria importanza nel rinnovamento del senso estetico europeo. Gli artisti che le visitarono scorsero negli oggetti esposti nuove vie di espressione artistica che superavano in forza e valore le decadenti correnti post-impressioniste, che allora si dibattevano tra la routine e la mancanza di originalità. L'impatto provocato in loro li aprì a nuovi orizzonti formali e alla possibilità di raggiungere espressività più profonde.

La carica mistica e emotiva che si sprigionava da quegli oggetti li sedusse al punto da sentirsi obbligati a coniare l'espressione "arte primitiva" per definire un'attività umana capace di creare bellezza con canoni e tecniche diversi da quelli occidentali. Il suo simbolismo apparve come un nuovo linguaggio artistico in grado d'incapsulare in maniera sorprendente il messaggio da trasmettere: messaggio che andava colto, però, al di là dalla fredda descrizione dei materiali usati, tipica degli etnologi di allora.

Nel 1937, parlando con l'amico André Malraux, Pablo Ricasso riferiva l'emozione provata nel visitare una di quelle esposizioni parigine: «Tutti oggi parlano dell'influsso che i neri hanno esercitato su di me... Quando andai al Vecchio Trocadéro, avrei voluto andarmene subito, ma non riuscivo a distaccarmi da quanto avevo davanti agli occhi. E compresi che mi stava succedendo qualcosa. Le maschere non erano come le altre sculture: erano qualcosa di magico, si ergevano contro tutto, contro gli spiriti ignoti e minacciosi. E io continuavo ad ammirare quei feticci... E capii. Anch'io mi ergo contro tutto. Anch'io credo che tutto è sconosciuto, tutto è nemico».

L'attrazione suscitata da quell'arte e la possibilità di acquistarla spinsero molti artisti a riempire i propri atelier di oggetti provenienti da diversi paesi africani. Li contemplarono e li studiarono, e questi divennero fonte d'ispirazione per alcune delle loro opere. Molti artisti, delusi per non aver conseguito quanto avevano cercato, erano alla ricerca di nuove vie e le trovarono nell'arte primitiva".

Da Gaugin ai fauvistes

Un tipico esempio fu il francese Paul Gauguin (1848-1903). Dopo aver lanciato al mondo la sua frase lapidaria, «la verità è nell'arte primitiva», nel 1901 partì per Tahiti: «Nell'arte primitiva è il principio. Nella nostra miseria attuale non c'è salvezza possibile che nel ritorno sincero e consapevole al principio. E questo ritorno deve costituire la meta del simbolismo in poesia e in arte».

Poiché l'arte africana è eminentemente scultorea, sorprende che la sua prima influenza si sia esercitata sui fauvisti (dal francese fauves, "bestie feroci"), che facevano del colore la base di ogni espressione artistica. Artisti del calibro di Henri Matisse e Maurice de Vlaminck si entusiasmarono degli artisti africani perché, secondo loro, quei "primitivi" applicavano il colore senza conformismi e senza dare importanza alla relazione tra questo e l'oggetto rappresentato. I fauvisti cercavano la stessa cosa: rinchiudere nel colore la totalità del simbolo, relegando in secondo piano l'aspetto formale. Ma la loro infatuazione durò poco: non avevano capito che nell'arte africana il colore è a servizio della forma.

André Derain (1880-1954), alla ricerca di nuovi orizzonti, passò dal fauvismo al cubismo. Molti critici ritengono che il cambiamento registrato nella sua arte a partire dal 1906 fu dovuto all'influenza della pittura aborigena di Gauguin. Ma non è vero: quell'anno, Derain era a Londra e frequentava il museo etnologico, dove ammirava estasiato le sculture lignee africane: «Ma è prodigioso. È una follia d'espressione!». Rientrato a Parigi, cominciò a collezionare quelle sculture.

Potenzialità rigeneratrici

L'espressione" di cui ci parlava Derain fu colta dagli espressionisti che miravano a comunicare un messaggio simbolico (come prodotto di uno stato d'animo), permettendo all'osservatore di partecipare all'impulso creativo. Per loro, la plasticità nera era una lezione magistrale d'interazione opera-spettatore.

Esempi molto concreti li troviamo nello svizzero Paul Klee (1879-1940), il cui quadro Poster per commedianti (1938) ha evidenti analogie con la pittura mangbetu dell'Rd Congo. O in Max Ernst (1891-1976), che nella sua Testa di uccello (1934) riprodusse una maschera tusyan della Costa d'Avorio.

Alcuni artisti, che pur cercavano di mantenersi dentro una loro autonomia, non esitarono a ricorrere alle potenzialità rigenerative che l'Africa offriva. Altri, spinti semplicemente dalla moda, non vollero restare ai margini di ciò che era novità e hanno lasciato opere che rivelano chiari influssi africani.

Amedeo Modigliani (1884-1920), particolarmente attento alla figura umana, ha disegnato i suoi famosi volti allargati e melanconici che hanno una sorprendente somiglianza con le maschere baule o fang. Anche il romeno Constantin Brâncusi (1876-1957) si è rivolto a modelli africani di tendenza geometrica, preferendo, tuttavia, contorni ovali e superfici levigate: la sua scultura in legno “Madame L.R”, aggiudicata, lo scorso febbraio a Parigi, a un'asta della Christie's, per 29 milioni di euro, richiama da vicino le sculture mumuye della Nigeria. Le filiformi figure di Alberto Giacometti (1901-1966) ricordano le "sculture palo" dell'Africa Orientale; la sua Figura alta del 1949 sembra rifarsi alle sculture nyamwezi della Tanzania.

L’aspetto formale e la geometria degli spazi

Ma la cosa che più sorprendeva dell'arte africana era il suo aspetto formale e la concezione geometrica degli spazi: dissolti in piani, questi configuravano insiemi semplici e trasparenti, con un utilizzo minimo di linee per rappresentare gli oggetti. Il francese Paul Cézanne (18391906), ormai convinto che l'impressionismo avesse esaurito le sue possibilità, cominciò a teorizzare che un quadro debba essere "concepito" e "schizzato" prima ancora che il pittore metta mano ai pennelli; il che presuppone che l'opera non sia mera "impressione dell'artista".

Cercò, quindi, di ridurre le sue figure a corpi geometrici in cui armonizzare volumi ed estetica, così che, partendo dal cilindro e dalla sfera, si potessero ricostruire gli oggetti. E accadde che, quando si accostò per la prima volta alle riproduzioni africane, s'avvide che aveva tentato di fare quanto altri avevano già conseguito in maniera magistrale. E lo riconobbe apertamente: «L'arte nera è semplicità geometrica».

Ebbe inizio uno stile di pittura che riduce l'immagine a piani fondamentali, per poi ricostruirne i volumi. In questo modo, diversi aspetti dello stesso oggetto possono essere rappresentati simultaneamente con figure geometriche, che danno visioni differenti dello stesso. Se a ciò aggiungiamo l'eliminazione della prospettiva (del tutto mancante nella pittura africana), si ha il cubismo, una visione artistica che soggiace a tanta parte della scultura nera. Se, infine, prescindiamo dal disegno e dalla raffigurazione e lasciamo che il colore e la linea indefinita rappresentino l'idea, abbiamo I’astrazione, tecnica utilizzata di frequente nelle opere nero-africane.

Non imitazione, ma creazione

Anche l'atelier del francese Georges Braque (1882-1963), uno dei padri del cubismo, si riempì di oggetti africani. Paladino del principio che «non bisogna imitare, ma creare», Braque constatò che gli artisti neri già lo facevano: «Le loro maschere mi hanno aperto un nuovo orizzonte e permesso di prendere contatto con cose intuitive e con manifestazioni dirette, che andavano contro la falsa tradizione che mi faceva inorridire».

Lo spagnolo Juan Gris (1887-1927), pur mantenendosi sempre fedele al cosiddetto "cubismo sintetico", arricchì e rivitalizzò la sua arte in momenti diversi della sua vita anche guardando all'Africa. Nel 1922 fece una copia in cartone di un reliquiario kota del Gabon per decorare il proprio appartamento. Due anni prima, aveva scritto: «Le sculture africane sono la prova flagrante della possibilità di un'arte antiidealista. Animate dallo spirito religioso, costituiscono manifestazioni diverse e precise di grandi principi e di idee generali... Come non accogliere un'arte che, procedendo in questo modo, giunge a individualizzare ciò che è generale, e ogni volta in maniera diversa? È il contrario dell'arte greca, che si fonda sull'individuo, per cercare di suggerire un tipo ideale».

L'ispirazione all'arte nera è rinvenibile anche nelle sculture dell'espressionista e cubista spagnolo Julio Gonzàlez (18761942). La sua Testa (1929) ha somiglianze formali con le maschere dan della Costa d'Avorio, per quel che riguarda la sua disposizione generale, o bambara del Mali, nella presenza di un triangolo sul suo volto. E che dire dell'Uomo seduto (1922) del lituano Jacques Lipchitz (1891-1973), in cui è impossibile non scorgere stretti richiami, per la disposizione generale dei volumi, alle statuette dogon del Mali o, per quella delle mani, a quella delle statue dei bieri-fang del Gabon? O della Maschera del russo Anton Pevsner (1886-1962), che è una evidente riproduzione di una maschera dan della Costa d'Avorio?

Espressione formale

Ma fu Pablo Picasso (1881-1973) a cogliere meglio di ogni altro l'essenza e il messaggio dell'arte nera e a lasciarsene maggiormente influenzare. Egli intuì tutta la carica emotiva che maschere e statue di quel continente offrivano per cercare e trovare nuove concezioni dell'arte: «L'opera deve creare forme, non imitarle. E questo, lo scultore africano l'ha sempre saputo».

Come tanti altri, anche Picasso collezionò oggetti africani, tanto da riempirne i suoi atelier: in essi scopriva «sempre nuove possibilità di espressione formale», che fu l'ossessione della sua vita. A partire dal 1907, soffrì quella che è stata definita la "crisi nera", dopo aver visitato il Musée de l'Homme ed essersi sentito affascinato dal carattere concettuale e simbolico delle statue africane e dalla loro "stilizzazione" nell'uso dei tratti anatomici. Le Damigelle di Avignone (1907) è la grande opera che riassume, più di ogni altra, l'influenza africana di quell'epoca (vedi la distorsione del volto e degli occhi). Tale fu la forza con cui si sentì «attratto e trasfigurato dall'arte nera», che quando la scrittrice statunitense Gertrude Stein (di cui aveva fatto un ritratto nel 1905-6, ispirandosi a una statua luba dell'Rd Congo) gli fece visita, lo vide talmente assorbito nello studio delle possibilità tecniche che le opere artistiche africane gli fornivano, da scrivere: «Gironzola per lo studio, sfinito, con l'arte nera come unica stampella».

Picasso resta fedele all’ispirazione africana

L'influsso dell'arte nera si rifletté anche nelle sue sculture. Dopo la sua visita al Vecchio Trocadéro, Picasso cominciò a scolpire il legno, il materiale più usato da tutti gli artisti africani. Volle che le sue statue trasmettessero quell'espressività che aveva osservato nelle loro opere, nell'intento di «ricreare le cose e di presentarle in maniera differente e sotto altre prospettive». Ma non ci riuscì.

All'inizio degli anni Venti, molti artisti europei abbandonarono l'infatuazione per l'arte nera. I surrealisti la condannarono per il suo formalismo, il suo realismo occasionale e, soprattutto, per la "falsificazione" nei suoi contatti occasionali con l'Europa, e si rivolsero all'arte dei popoli dell'Oceania, ritenuta più lirica, innocente e fantasiosa. Picasso, però, non abbandonò mai l'estetica africana; anzi, ad essa si rivolse in momenti successivi della sua vita, per rivitalizzare la propria ispirazione. Gli esempi abbondano. Si possono paragonare Chitarra (1913) a una maschera grebo della Liberia; Antilope (1915) a una bambara; Testa per sfilata (1917) a una scultura baulé della Costa d'Avorio; Testa (1928) a una kuele del Congo; Busto di donna (1931 e 1932) a un'opera baga; Bagnante con la palla (1932) a un uccello senufo della Costa d'Avorio; Natura morta (1942) a una maschera bwa del Burkina Faso; Testa di donna (1943) a una testa pende dell'Rd Congo.

Picasso e altri artisti furono attratti dall'arte africana perché in essa trovarono una "libertà" che consentiva loro di lanciarsi verso nuove conquiste. Per questo è possibile parlare di "impatto rivoluzionario dell'arte nera", che ruppe con più di 500 anni di convenzionalismi e stabilì schemi plastici "altri", più consoni alla dinamica liberatrice dell'uomo d'oggi.

Di José Luis Cortés López, su Nigrizia di maggio 2009

Guarda una presentazione PowerPoint[/LINK] dedicata a questo soggetto, preparata dal sito Bermuda National Gallery: Virtual tour of African Affinities.ppt

Alcuni esempi di statue o decorazioni africani a cui si sono ispirati i pittori europei:

1-2. Max Ernst ispirato da una maschera tusyan (Costa d'Avorio)
3-4. Anton Pevsner e le maschere dan (Costa d'Avorio
5-6. Pablo Picasso e la maschera gregbo (Costa d'Avorio)
7-8. Paul Klee e le decorazioni mangbetu (Congo)
9-10. Morris e i tessuti kente del Ghana
11. Una mostra tenutasi a Roma nel 200 e dedicata all'influenza africana su Modigliani


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modigliani- mostra roma 2007



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