12a Domenica del T.Com. - B - 21 giugno 2009

12a Domenica del Tempo Comune - B - 21 giugno

nigerDal Vangelo secondo Marco (4,35-41)

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.

Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».

Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».


San Paolo nella seconda lettura ci sfida a riconoscere la nostra appartenenza a Cristo, e cioè che la nostra vita trova il suo senso più pieno se è centrata su Cristo. “Gesù Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più centrati su se stessi, ma su di Lui che è morto e risorto per loro”.

Questa lettura mi ricorda un'esperienza che mi ha molto marcato. In visita a un villaggio a Kisii, nell’ovest del Kenya, ero stupito nel modo in cui una signora mi si era presentata: “Io mi chiamo Alice, mio marito si chiama Michael Ondieki, i nostri figli si chiamano così e così...”. Non posso più ricordarmi i nomi dei bambini e dei genitori di questa signora; l'elenco era lungo ed avevo troppi nomi da imparare a memoria.

In me era forte la tentazione di dirgli: “Basta, fermati, faccio già fatica a ricordarmi il tuo nome, non riempirmi la testa con tutti questi altri nomi che non riuscirò a tenere a mente!“

Ma mi sono trattenuto. È solo dopo un po’ che mi sono accorto che in quel villaggio è così che si fanno le presentazioni. Non ci si limita a presentare se stessi come un individuo. Si appartiene ad una famiglia. La propria identità non si riduce al livello individuale, ma si estende alla famiglia, alla comunità.

Un saggio kenyano, John Mbiti, una volta ha descritto la comprensione ideale della relazione tra l'individuo e la comunità (sia essa la famiglia, o la comunità cristiana, o la chiesa universale, o la comunione dei santi…): “Io sono perché noi siamo; e noi siamo perché io sono”.

La comunità e l'individuo non sono antagonisti, non si deve sacrificare un lato per privilegiare l'altro. Nella famiglia, l'individuo conta, sì, ma anche la famiglia, in quanto comunità, conta molto. La famiglia aiuta gli individui a realizzarsi.

Le persone che si trovano nella barca di cui parla oggi il vangelo sono una comunità. Parlano alla prima persona del plurale: “Siamo persi!”.

Ma non è un gruppo qualsiasi di persone. È una comunità che è in stretta relazione con Gesù. La comunità ha accolto Gesù nel suo seno e corre verso lui per trovare aiuto. Gli individui hanno trasceso la loro individualità per riconoscersi membri della comunità dei compagni di Gesù. Questa comunità a sua volta si è trascesa nel riconoscersi la comunità dei discepoli del Cristo.

Chiediamo dunque la grazia di potere andare oltre noi stessi, e riconoscere la nostra appartenenza agli altri ed a Dio, sul quale la nostra vita è centrata.

A cura dei seminaristi della Centro di Spiritualità SMA di Calavi, Benin

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