Dal servizio alla condivisione della vita

Cecilia, un'amica di Milano, che ha partecipato al Gruppo giovani di Milano e Airuno (Lc) , e che ora vive in Niger, sposa di un giovane Tuareg e mamma di una bellissima bimba, ci comunica il suo cammino per arrivare alla scelta non facile di vivere la sua fede in un mondo totalmente musulmano.

Provo a descrivere l’esperienza che ho vissuto in questi quasi 6 anni in Niger. Prima di parlare del Niger devo accennare all’esperienza che mi ha portato ad “uscire” e vivere lunghe esperienze di servizio al prossimo, prima in Messico e poi in Niger.

nigerNel febbraio 1998 ho avuto un incidente (di fronte al mio liceo un ragazzo ha investito la vespa su cui io stavo per scendere assieme alla mia amica che la guidava) per il quale ho avuto una emorragia celebrale e sono stata operata. Questa croce che il Signore mi ha dato quando avevo 18 anni mi ha fatto cominciare un cammino di ricerca del senso di ciò che mi era successo ed ho sentito il desiderio di partire per una lunga esperienza di servizio e sono arrivata a città del Messico (nel 2000-2001) tramite una mia zia che è focolarina e lì ho vissuto con le suore Saveriane. Vi sono poi ritornata nel 2003 dopo essermi laureata.

Quando sono arrivata la prima volta in Niger, nel dicembre 2003, pensavo di fermarmi giusto 4 mesi per vivere un’esperienza di volontariato ed avevo invece come sogno quello di ritornare a vivere in Messico dove avevo lasciato tanti amici. Il mio prima contatto in Niger è stato tramite mio padre, con una ong locale ad Agadez ed una a Abalak. Così quando sono arrivata ho cercato di mettermi in ascolto della nuova realtà.

Ciò che più mi ha segnato è stato il contatto con una popolazione che manca persino l’acqua e l’essermi trovata unica cristiana in mezzo a tutti musulmani. È stata la prima volta in cui ho sentito dentro me la domanda: “Cosa significa essere cristiana?”. Da quel giorno è cominciato per me un cammino di catecumenato.

Accanto a questa esperienza di fede ho potuto riscoprire il senso della carità e di pari passo scoprire la triste realtà della cooperazione internazionale che è diventato ormai un mercato di lavoro molto redditizio in cui tutto si vive tranne la gratuità dell’incontro con l’altro. Per questo mi sono allontanata, molto delusa dalle due ong locali in Niger e sono stata accolta da una famiglia tuareg di Abalak con cui ho potuto condividere questa dimensione di gratuità.

Ogni anno ritornavo in Italia perché non avevo un lavoro stipendiato e stavo cercando di capire come ottenerlo. Di pari passo ho capito che mi sarebbe piaciuto lavorare come insegnante (sono stata capo scout e nella mia esperienza messicana ho lavorato molto con i bambini) perché sentivo che di fronte a tanta povertà, tante ingiustizie, contraddizioni il seme più prezioso lo possiamo seminare con i bambini dai quali può nascere speranza.

Trovandomi inoltre in una zona al 100% musulmana non potevo parlare della speranza cristiana, di Gesù Risorto, ma potevo invece cercare di amare ogni giorno questi bambini che non avevano pregiudizi verso di me, a differenza dei loro genitori.

Il primo anno di ritorno dal Niger ho rincontrato un gruppo di genitori di miei ex lupetti scout. Da loro era nato il desiderio di poter fare qualcosa per la popolazione tra cui vivevo in Niger. Così abbiamo cominciato un tam-tam tra amici e nella Parrocchia per raccogliere i fondi necessari per costruire un pozzo, un’aula scolastica, comprare un aratro e due buoi, piccole azioni vissute nella totale gratuità da parte di tutti.

Ho cominciato a frequentare l’Ufficio per la Pastorale Missionaria della Diocesi di Milano partecipando ai convegni missionari e cercando di vivere nei mesi in Italia l’animazione missionaria con i bambini della mia Parrocchia.

Nell’ottobre 2006 io e Seidi (il figlio maggiore della famiglia che mi aveva ospitato ad Abalak) ci siamo sposati nella mia Parrocchia a Milano e nel giugno 2008 abbiamo avuto la nostra prima bambina, Madel, che abbiamo battezzato nella stessa Parrocchia. Nel 2006 sono riuscita a ricevere il salario come maestra nella scuola che avevamo aiutato a nascere da parte della ISCOS-CISL (istituto sindacale di cooperazione allo sviluppo). Alla fine dell’anno scolastico però mi sono ritrovata di nuovo in ricerca perché il finanziamento da parte di ISCOS non era a tempo indeterminato!! Anche se il mio salario annuale era di 2600 euro!

Da quando mi sono sposata con Seidi ho cominciato a soffrire di più la mancanza di una comunità cristiana con cui vivere la mia fede perché ero chiamata a testimoniarla nel mio matrimonio. Ora che è nata Madel sento che è diventato necessario avere una comunità cristiana per noi come famiglia e anche per riuscire ad essere testimoni della speranza in una realtà sempre più complessa dove povertà, cultura tribale e globalizzazione si stanno incrociando con effetti a volte così difficili da accettare.

Ogni volta che sono passata in Italia ho avuto la possibilità di vivere gli esercizi spirituali con i gesuiti alla Villa san Giuseppe a Bologna e di partecipare alla vita della Chiesa di Milano. Però poi ogni volta che torno a casa in Niger vivo nell’isolamento (non abbiamo accesso ad internet e la strada per raggiungere la prima parrocchia, a Tahoua, è per me troppo dura per via stanchezza fisica. Forse all’inizio sognavo che prima o poi ci sarebbe stato qualche cristiano che sarebbe potuto venire a vivere con noi anche se solo di passaggio, ora però mi rendo conto dell’irrealizzabilità di questo sogno.

Così, a malincuore, perché mi sono affezionata a questi bambini e alla natura (anche se è così ostile all’uomo e ai miei occhi, per le forti tempeste di sabbia), ora ho capito che dobbiamo spostarci e vivere in una realtà dove esiste una comunità cristiana. Prego il Signore perché sia fatta la Sua volontà in questa scelta.

Cecilia Peduzzi

Abalak - Niger; Nella Foto di don Carlo Bordone: bambina del Niger

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova