Il 25 giugno 1859 moriva di febbre gialla, a Freetown (Sierra Leone), Mons. de Marion Brésillac, Fondatore tre anni prima della Società delle Missioni Africane (SMA). Non aveva ancora 46 anni ed era arrivato in missione solo da quaranta giorni.
Una storia
Mons. de Marion Brésillac, nato a Castelnaudary nel sud della Francia nel 1813, era partito per l’India nel 1842 come missionario membro dell’istituto delle Missioni Estere di Parigi (MEP). Tre anni dopo, nel 1845, la Santa Sede lo nomina Vescovo di quello che diventerà il Vicariato apostolico di Coimbatore.
Nel 1855, Papa Pio IX accetta le sue dimissioni, presentate a diverse riprese in ragione della poca chiarezza e della mancanza di unità tra i vescovi nell’affrontare i problemi pastorali dell’India; tutto questo gli poneva continui problemi di coscienza.
Poco tempo dopo, assecondando il desiderio di Mons. de Marion Brésillac di andare come missionario in Africa, la Santa Sede gli chiede di non partire da solo ma di fondare un Istituto che si dedichi esclusivamente all’evangelizzazione dell’Africa. Sarà cosa fatta l’8 dicembre 1856 quando a Lione, nel santuario di Fourvière, egli consacra il nascente Istituto alla Madonna.
Il 13 aprile 1858, Pio IX erige il Vicariato di Sierra Leone comprendente le attuali repubbliche di Sierra Leone, Liberia e una parte della Guinea e lo affida alla SMA e Mons. de Marion Brésillac ne diventa il primo Vicario apostolico.
La morte però non si fa attendere e chiede subito alla giovane comunità un tributo pesante, molto pesante. Nel mese di giugno del 1859, tutti e cinque i membri presenti a Freetown, tra cui il Fondatore, soccombono all’epidemia di febbre gialla.
Una speranza
Poteva essere la fine di tutto: la fine di una storia appena iniziata e da subito segnata dalla sofferenza e dalla morte.
A Lione, infatti, non rimanevano che due preti e cinque seminaristi. Troppo pochi, umanamente, per riaccendere una fiaccola che sembrava ormai spenta. Eppure la caparbietà di P. Planque e l’ardimento di P. Borghero rimettono in moto un’avventura che dalla Liberia alla Nigeria diffonderà il Vangelo, farà nascere le Chiese e si metterà a servizio delle necessità delle popolazioni locali.
Non è stato facile, soprattutto agli inizi. Le malattie hanno falcidiato centinaia e centinaia di Padri SMA e di Suore di Nostra Signora degli Apostoli che li affiancheranno quasi subito.
È vero che “Dio non esige il successo – come scriveva de Marion Brésillac – ma solamente il lavoro, il lavoro tenace, il lavoro e la lotta fino alla morte”, ma Dio ha comunque caricato di speranza il sacrificio di tante giovani vite.
Ed è così che, ancora una volta, la Chiesa ha toccato con mano che il dare la vita produce molto frutto: i milioni di cristiani e le migliaia di sacerdoti e vescovi africani oggi presenti nei vari Paesi dell’Africa occidentale, stanno a testimoniarlo.
Una passione
All’origine di tutto questo si trova la passione missionaria che animava de Marion Brésillac.
Appena prima di partire per l’India, al termine di un importante ritiro, aveva scritto nel suo diario le sue priorità missionarie: “1° Essere missionario dal profondo del cuore. 2° Non trascurare nulla per far avanzare l'opera di Dio. 3° Cogliere tutte le occasioni per predicare la santa parola. 4° Infine, ed è qui che imploro soprattutto la vostra benedizione, o mio Dio, impiegare tutti i mezzi a mia disposizione, tutte la mie forze, tutto il mio studio, per contribuire alla formazione di un clero indigeno”. Queste linee-guida lo hanno diretto e le ha incarnate fino alla fine.
Malgrado le dimissioni presentate al Santo Padre per dovere di coscienza, “la mia vocazione – scrive a uno dei Superiori del suo Istituto – non è per nulla scossa, come d’altronde mai lo è stata. Per le missioni do la mia vita con gioia e ne darei quattro se le avessi”.
“L’unico mio scopo [nel dare le dimissioni], - scriverà altrove – era la gloria di Dio e l’avanzamento dell’opera delle missioni che il Signore mi ha fatto la grazia di amare con tutta l’anima, fin dall’istante in cui mi fece quella di lasciare tutto per esse”.
È per questo che, di ritorno dall’India, chiederà con insistenza al Papa di lasciarlo partire missionario “in un posto qualsiasi dell’universo”. “Ancora giovane e pieno di forza – dirà -, il mio desiderio è di continuare a lavorare nella vigna del Signore”.
Uno stile
Mons. de Marion Bresillac riflette poi sullo stile o il modo di fare missione. Pur non togliendo nulla all’intelligenza, assegna un ruolo importante al cuore. Lo sottolineerà quando e dove non era forse così comune pensare ed agire in tal modo: “Cercate con il vostro cuore ciò che potete fare per aiutare il vostro prossimo ed il vostro cuore vi mostrerà la strada giusta” – scriverà ai suoi missionari.
La sua riflessione inoltre non si ferma al come fare ma insiste molto sul come amare. Dirà, infatti, ai suoi missionari: “Amore, pazienza, dolcezza! Che sia questa la provvista per il viaggio, che sia questo il bagaglio del missionario”.
Egli ricorderà loro soprattutto che occorre amare le persone “non solamente in Dio, come si dice, e solo per assolvere nei loro confronti le condizioni essenziali della carità, ma bisogna mostrare affetto verso di loro”. “Questo amore di affezione – dirà altrove – è molto raro”.
“Noi amiamo ed amiamo veramente perché siamo pronti a versare il sangue, se occorre, per salvare un’anima, ma non mostriamo dell’affetto nei loro confronti. Qualche volta capita, perfino, che questa carità zoppicante si abbandona, senza pensarci, a una sorta di astrazione e, se posso esprimermi così, essa ama l’anima senza amare la persona”.
---------------
Il 25 giugno 2009 i missionari della SMA celebreranno i 150 anni della morte del loro Fondatore, il Servo di Dio de Marion Brésillac e la Chiesa d’Africa, il primo Vicario apostolico del Vicariato di Sierra Leone.
È una nuova occasione per ridire che la passione per la missione deve albergare nelle nostre Chiese, che nei rapporti con gli altri il cuore non va tenuto ai margini, che la speranza fiorisce anche nei cimiteri.
P. Renzo Mandirola









