Intervista a P. Toni
D.: Quali seminari hai visitato quest’anno?
R.: Quest’anno, tra febbraio e maggio ho visitato i 10 seminari della Sardegna (di cui 8 minori) e i 10 seminari maggiori della Toscana e dell’Umbria. Mi sono così ritrovato a visitare gli stessi seminari di 21 anni fa, quando ero animatore qui a Feriole e avevo ricevuto lo stesso incarico. Alcuni dei rettori di allora sono diventati vescovi. I seminaristi di allora sono oggi preti. Ne ho ritrovato uno a Fiesole in febbraio: don Luca parroco di Greve in Chianti. Saputo che ero arrivato in seminario, mi ha invitato a pranzo da lui.
Prima di mangiare, ha tirato fuori dal Breviario un’immaginetta che gli avevo dato 21 anni fa quando ero passato in seminario e lui era al primo anno di teologia. Quell’incontro e la preghiera dell’immaginetta erano stati decisivi per lui, l’inizio della passione per la missione Ad Gentes. Il vescovo non lo ha mai lasciato partire, ma questa sua vocazione si è concretizzata con molti viaggi in Burkina Faso per dei progetti di aiuto e di scambio e con la nomina a direttore del Centro Missionario Diocesano. Fiesole era il secondo seminario che visitavo e l’incontro inaspettato con don Luca mi ha fatto molto bene.
D.: Come scegli i seminari da visitare?
R.: Queste visite di “animazione missionaria” nei seminari diocesani sono effettuate da un gruppo di sette missionari di sette diversi istituti (Comboniani, PIME, Saveriani, Consolata, Padri Bianchi, OMI e SMA), secondo uno schema a rotazione che divide l’Italia in sette zone. Il sistema garantisce a ognuno dei circa 150 seminari italiani la visita annuale di un missionario.
È una iniziativa partita molti anni fa e che ha preso vigore negli anni 50, quando le visite dei missionari nei seminari diocesani suscitavano molte partenze di giovani verso questi Istituti cui era affidata la missione “Ad Gentes” in molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina”. Il coordinamento è assicurato dalla Unione Missionaria del Clero, una delle Pontificie Opere missionarie. L’anno scorso avevo visitato il Triveneto, quest’anno Toscana, Umbria e Sardegna. L’anno scorso avevo incontrato circa 220 seminaristi maggiori nei nove seminari del Veneto, quest’anno circa 170 nei 12 seminari maggiori di Umbria, Toscana e Sardegna.
D.: Ma è difficile come lavoro?
R.: Visitare dei seminari situati nelle città e cittadine di regioni come la Sardegna, la Toscana e l’Umbria è molto piacevole se non altro per gli splendidi paesaggi e le città d’arte che tutti ci invidiano. Tuttavia è un’attività stancante soprattutto a livello psicologico. In poco tempo incontri e memorizzi tante persone e situazioni diverse, vescovi, rettori di seminario, studenti, centri missionari.
Queste visite sono per loro natura occasionali. Si arriva in un seminario, si cominciano a conoscere i nomi degli educatori, si incontrano i seminaristi, si fraternizza con quelli del gruppo missionario. Sul più bello, dopo un giorno o due, quando si comincia a conoscersi meglio, devi partire per un altro seminario. Comunque è una grandissima ricchezza che ti apre la mente e ti mette a contatto con il cuore della chiesa che sono i seminari diocesani. Anche fisicamente è impegnativo: fai e disfi la valigia continuamente. Ho calcolato che in due mesi ho cambiato 30 volte di letto. Comunque è la vita di un missionario…
D.: C’è continuità in questa azione di animazione missionaria?
R.: La continuità è data soprattutto dal GAMIS, cioè dai seminaristi che formano il gruppo missionario in seminario, almeno là dove esso esiste. Durante tutto l’anno scolastico essi lanciano delle iniziative per stimolare i loro compagni a informarsi, a pregare e a impegnarsi per la missione della Chiesa universale.
Ogni anno poi, si tiene un convegno missionario nazionale destinato soprattutto a loro, con una media di oltre 200 partecipanti. Quest’anno era il 53mo della serie. Si è tenuto nei pressi di Roma alla fine di Aprile nel quadro dell’Anno Paolino sul tema: “Compagni di Paolo, discepoli di Gesù”. Nei tre giorni passati insieme ho potuto ritrovare alcuni dei seminaristi incontrati in Sardegna, Toscana e Umbria durante le mie visite.
D.: Che cosa fai durante la tua permanenza nel Seminario?
R.: Arrivando in un seminario, di solito, il rettore mi invita a presiedere l’Eucarestia e tenere l’omelia. Non manca mai un incontro serale con l’insieme dei seminaristi. Spesso incontro a parte il gruppo missionario, se esiste. Inoltre, secondo le circostanze, posso essere invitato a tenere un ritiro o una meditazione, animare una veglia di preghiera, la via crucis o l’adorazione eucaristica.
Ricordo momenti molto intensi come la via crucis ad Assisi o la veglia dei missionari martiri a Cagliari o l’adorazione eucaristica a Fiesole. La durata va da uno a tre giorni, a seconda delle mie possibilità e anche del numero di seminaristi. Cerco anche di coinvolgere nella visita il centro missionario diocesano, anche se nella maggior parte delle diocesi visitate quest’anno esso esiste solo sulla carta.
D.: Quali temi affronti?
R.: Nell’incontro con i seminaristi, spesso appendo al muro una grande carta dell’Africa che apparteneva a p. Giacomo Bardelli. Presento la situazione del continente, dividendolo in cinque grandi zone e illustrandone i vari aspetti politici, geografici, sociali e religiosi. Essendo stato di persona in una ventina di stati africani, cerco di rendere più viva la presentazione con delle osservazioni personali. Direi che l’attenzione è sempre molto grande, anche perché purtroppo, la conoscenza dell’Africa è proprio minima anche tra i seminaristi.
A seconda delle circostanze poi presento anche dei filmati, per esempio, “Il dono del cielo”, un documentario molto coinvolgente anche se risale a dieci anni fa, sull’evangelizzazione della Costa d’Avorio e sulla storia della SMA. Un altro dvd che ci tengo a far vedere è “A sud di Lampedusa”, un reportage di strettissima attualità sui migranti africani attraverso il deserto fino alla Libia; dopo averlo visto c’è sempre un grande silenzio per la realtà sconvolgente che il dvd documenta. A volte, anche in momenti liturgici, propongo alcune parti di un dvd molto bello che presenta la figura di don Andrea Santoro, il sacerdote italiano ucciso in Turchia nel febbraio 2006. Naturalmente poi si parla della SMA, delle Pontificie Opere Missionarie, della mia esperienza in Africa, di cosa significa missione “Ad Gentes” oggi. In genere mi adeguo alle loro domande e interessi.
D.: Ma i seminaristi diocesani sono interessati alla missione “Ad Gentes”?
R.: Generalmente non tanto. Al mio arrivo la riflessione che tutti fanno e anche dicono apertamente è: “Oggi la missione è qui. Le nostre chiese e i nostri seminari sono vuoti, mentre in Africa sia le chiese che i seminari sono pieni”. In effetti la mancanza di clero, il raggruppamento delle parrocchie, il moltiplicarsi degli incarichi e delle responsabilità per il singolo sacerdote sono le preoccupazioni sempre presenti nella mente degli educatori e dei seminaristi. Io punto sempre a mettere in crisi l’idea che la missione nasca solo dal bisogno degli altri.
Con mia piacevole sorpresa, in Toscana, due seminaristi, sono venuti spontaneamente a dirmi che sentivano in cuore un desiderio non passeggero di diventare missionari “Ad Gentes”, anche se ancora non sapevano come e quando. Ambedue sono ai primi anni di seminario. Altri invece hanno espresso il desiderio di fare dei viaggi estivi di conoscenza in altre chiese, in particolare presso i sacerdoti “Fidei Donum” della diocesi. È una cosa ancora poco frequente in queste regioni. Invece, l’anno scorso, nei seminari del Veneto, avevo notato che questa iniziativa entra nel curriculum normale per tutti i seminaristi negli ultimi anni della formazione.
D.: Hai concluso il tuo lavoro nei seminari?
R.: A metà maggio ho concluso il mio “giro nei seminari”. Purtroppo per noi è una conclusione che rischia di essere definitiva. Abbiamo scritto al coordinatore di queste visite che per l’anno prossimo come comunità SMA non ce la facciamo più a fornire un confratello. In effetti vedo io stesso quanto sia difficile per me conciliare le iniziative regolari della casa di Feriole con questa attività nei seminari. Comunque il cammino si apre camminando. Vedremo su quali altre strade continuare questo servizio reciproco tra seminari diocesani e missionari della SMA.
P. Antonio Porcellato
