Gli africanisti condividono piuttosto una disposizione d’animo, frutto di una pratica che ha l’effetto di un’iniziazione: il viaggio di andata e di ritorno tra Africa e Occidente, che modella in modo speculare l’esperienza degli studiosi occidentali e di quelli africani.
L’idea di Africa al singolare, all’interno di questa comune esperienza del viaggio, non cancella le diversità interne al continente, ma le coglie nelle costanti della storia che ha legato l’Africa all’Occidente. Di questa storia, piena di inganni e malintesi, gli africanisti occidentali sono insieme il frutto e la memoria. Sono in fondo gli occhi e gli orecchi dell’Occidente in Africa, ma loro malgrado sono destinati a formare una sorta di setta che quanto più vuole informare l’Occidente tanto più da esso si separa. Perché è più facile fare qualche nuovo adepto che aprire gli occhi a tutto un mondo che non vuol vedere. Questa incommensurabilità degli sguardi rimodella continuamente il «settarismo» degli africanisti, per i quali lo spazio dedicato all’Africa in casa loro è sempre inversamente proporzionale all’importanza che dovrebbe avere.
Non si rassegnano al fatto che molti restino indifferenti di fronte a una storia così complicata e decisiva, che essa possa essere taciuta o trasfigurata negli stereotipi che hanno fortuna al di fuori del cerchio degli specialisti. Quando sono chiamati a parlare al «grande pubblico» devono poi trovare il modo di dire in due parole ciò che per loro ne richiederebbe mille, col rischio di cadere proprio in quegli stereotipi che vorrebbero denunciare. Forse è da questa ginnastica mentale che è nata l’idea di raccontare la storia del contatto tra Occidente e Africa nera attraverso le «M», la lettera iniziale delle figure dei viaggiatori che hanno fatto il mondo così come oggi è, dall’epoca del commercio degli schiavi a quella del coltan, dal 1400 al giorno d’oggi: Mercanti, Militari, Missionari e Medici. In questa storia di «M», da qualche decennio ne è comparsa un’altra, quella di Migranti.Memoria e documento vivente
Molti africanisti, senza nemmeno consultarsi, hanno trovato naturale dedicarsi ai migranti (africani e no). Non per tenersi allenati quando stanno a casa, tra un viaggio e l’altro, ma perché vedono in questi viaggiatori provenienti dall’altra sponda dei colleghi all’ennesima potenza: frutto, memoria e documento vivente di quella stessa storia di cui i primi sono osservatori più o meno disinteressati. L’africanista è solidale col migrante innanzitutto per una parentela intellettuale.
Nel migrante trova riflesso e ingigantito, nella carne e nella mente, senza alcuna garanzia di protezione, lo stesso dramma interno che lui stesso sperimenta blandamente e a intermittenza: la sospensione tra due mondi che si rimandano, come riflessi in uno specchio, equivoci, malintesi, disinganni, trasposizioni mitologiche delle differenze nello squilibrio di forza e di potere. Cosicché il tipo di indifferenza dell’Occidente nei confronti dell’Africa (e in genere del Terzo Mondo) e il tipo di indifferenza degli occidentali nei confronti dei migranti possono essere visti come i risultatati complementari di una sola storia.
I quattro milioni di stranieri che vivono nel nostro paese rappresentano quasi l’intera varietà delle culture, delle lingue, delle società e delle religioni del mondo, ma se ne parla usando un solo nome: gli immigrati. L’indifferenza, cioè la negazione della differenza, prima di essere un fatto morale è il risultato di un difetto di attenzione. Perché basta il termine «immigrati» per nominare persone tra loro così diverse? Da cosa dipende lo sguardo grossolano di chi nomina nei riguardi di chi è nominato?
E se fossimo guardati con la stessa indifferenza?
Si potrebbe dire che dipende da chi è nominato. Mi spiego meglio con un paradosso. Poniamo, per una fantasia irrealizzabile, che tutti i migranti che vivono in Italia, regolari e irregolari, avessero la forza per guardarci con la stessa indifferenza con cui sono guardati e si contrapponessero a tutti gli italiani.
E poniamo, sempre per una fantasia irrealizzabile, che anziché essere tra loro divisi in infinite micro-reti basate su criteri fluttuanti, da noi poco e male conosciuti, fossero organizzati fino a riconoscersi in un loro portavoce e che questo portavoce andasse in televisione e dichiarasse: «Ci siamo accorti di non essere amati. Abbiamo preso atto che le leggi italiane difendono le piante e gli animali ma non i nostri fratelli senza permesso di soggiorno. Torniamo tutti a casa. Domani passeremo le frontiere scuotendo la polvere dai nostri calzari».
Cosa succederebbe? Succederebbe che all’indomani noi «italiani» ci faremmo trovare alle frontiere, ministro dell’Interno in testa, per scongiurarli di restare. Perché senza «gli immigrati» non riusciremmo a badare ai nostri vecchi, alle case, ai campi, alle fabbriche, agli interessi leciti e illeciti di un territorio che, crisi o non crisi, resta comunque un paradiso se messo a fronte degli inferni da cui la maggioranza agogna di emigrare.
E nascerebbe, quasi all’improvviso, un risveglio di attenzione nei confronti degli «immigrati». Noi italiani avremmo bisogno di conoscerli, di ascoltare le loro ragioni, quelle che li hanno spinti a viaggi rischiosissimi e a sopportare umiliazioni di ogni genere.
Ignorarli ci sarà fatale
E cominceremmo a distinguerli tenendo conto delle loro proprie appartenenze, a partire dalle reti che mettono in relazione la terra da cui sono emigrati con quella in cui sono immigrati (chi usa il termine «migrante» vorrebbe evocare almeno questa relazione). È una fantasia e tuttavia bisognerebbe ragionare come se fosse vera. Non perché dobbiamo essere per forza buoni, ma perché dobbiamo essere per forza realistici. I contesti e le gerarchie dei problemi contano e ignorarli o differirli all’infinito è fatale per ogni civiltà.
Sarà pure banale tirare in ballo sempre il grande assetto del mondo che determina l’indifferenza, cioè lo squilibrio di forza, di potere e di beni tra chi classifica e chi è classificato. Ma è da folli dimenticarsene o minimizzarlo nelle parole e nel comportamento. Sono i fatti della geopolitica e dell’economia, per esempio, che rendono trascurabile il numero delle italiane che si prostituiscono in Africa e non trascurabile il numero delle africane che si prostituiscono in Italia. È ovvio che si deve ragionare di etica, della qualità delle scelte individuali, ma non per mettere in ombra quanto piuttosto per denunciare i grandi contesti sociali in cui si esprimono le scelte individuali per un modo o un altro modo di pensare e vivere la vita.
Con i loro drammi i migranti ci presentano contraddizioni inedite per la storia italiana e occidentale, quando siamo ancora in tempo per governarle. Non è inedito per la storia umana il fatto che una minoranza consumi la maggioranza dei beni materiali e dei privilegi disponibili. Inedito è il fatto che ciò avvenga all’aperto come in un grande teatro, in cui gli esclusi stanno a guardare a qualche giorno o ora di distanza. Affidarsi alla repressione fino a estenderla oltre i confini nazionali con accordi ipocriti con i potenti dei territori deboli serve solo a raddoppiare l’inferno degli esclusi e a ingrassare le reti criminali.
Valerio Petrarca, Università di Napoli II
tratto da Afriche, 3/2009
