Staff Benda Bilili. I miracoli di Kinshasa

benda bililiSono poveri e disabili. Di giorno vivono di espedienti e di notte suonano per le strade della capitale. Dieci anni fa hanno creato lo Staff Benda Bilili e oggi cominciano a conoscere il successo.

Tutto lo staff era lì. C’era Ricky col suo berretto di cuoio nero bollito. Koko che sistemava la sua chitarra senza dire niente. Djunana che si divertiva come al solito. E Théo, nascosto dietro un paio di occhiali neri, che canticchiava Bob Marley. A un certo punto Ricky ha urlato: “Staff Benda Bilili!” e il resto della gang ha alzato il pugno gridando: “Très, très fort!” (forte, fortissimo). È come un grido di guerra che somiglia a uno scongiuro e a una ventata di sarcasmo sulla vita di tutti i giorni.

Il concerto è cominciato così. L’impianto di amplificazione malridotto sfondava i timpani. Poi rumba e blues, tutta la notte.

Kinshasa, capitale della musica africana

Negli anni settanta, ai tempi del suo massimo splendore, quando qui si creava tutta la musica africana, Kinshasa si trasformava di colpo in kin-kiesse, kin-lajoie, una “roccaforte del buonumore costruita su una notte di risate” come racconta lo scrittore congolese Vincent Lombume Kalimasi. Oggi la città ha detto addio ai tempi delle danze e delle melodie infinite, ed è diventata kin-kiadi, kin-la-tristesse, la città spazzatura.
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Eravamo a N’Djili, uno dei quartieri più lontani dal centro e tra i più turbolenti della capitale della Repubblica Democratica del Congo. Come ogni domenica sera, lo Staff faceva le prove nel cortile polveroso della Terrasse Gentils Gentils, una nganda, cioè una sorta di piccolo bistrot all’aperto con tre sedie e due tavoli dove gli abitanti della città bevono litri di birra Primus.

L’articolo 15 della costituzione congolese è diventato il motto di una metropoli sull’orlo del baratro: “Arrangiarsi”.

I membri dello Staff Benda Bilili sono maestri nell’arte di arrangiarsi. Dei Leonardo da Vinci della sopravvivenza, dei Picasso della vita di espedienti. Con i corpi disarticolati dalla polio, gli arti atrofizzati dalla malattia, vivono per strada da tanto di quel tempo che ormai padroneggiano tutti i codici di questa enorme corte dei miracoli di otto milioni di abitanti, un’immensa architettura fatta di marciume e fatiscenza.

Di giorno mendicanti, di notte musicisti

Durante il giorno sono venditori di sigarette di contrabbando, zigzagando velocemente negli ingorghi, tra vigili disorientati che tentano di dirigere il traffico e operai cinesi che fanno di tutto per riparare le strade dissestate dalle piogge e da oltre quarant’anni di pessima amministrazione. Di notte, invece, fanno i mendicanti a bordo di ciclomotori addobbati come degli easy rider dei tropici, chiedono l’elemosina davanti ai ristoranti per bianchi, sempre con la stessa insistenza.

Nel tempo che gli resta sono musicisti. E per di più molto bravi. Un anno fa, Damon Albarn, il leader dei Blur, uno dei musicisti più creativi del rock anglosassone, ha potuto sperimentare il loro talento di persona.

Era in viaggio nella Repubblica Democratica del Congo con Amadou, il chitarrista e cantante del duo maliano Amadou & Mariam, e con i musicisti dei Massive Attack per la sua associazione Africa Express, nata con lo scopo di promuovere la musica africana nel mondo anglosassone.

Scoperti da Damon Albarn, il leader del gruppo pop Blur

Una sera ha organizzato una jam-session con lo Staff. “È stata una serata meravigliosa, che riassumeva perfettamente lo spirito di Africa Express”, ha scritto un giornalista dell’Independent che aveva assistito all’incontro. Alcuni tra i musicisti più apprezzati in Africa e in occidente suonavano con un’orchestra composta da paraplegici senza fissa dimora. Improvvisata e barcollante, la loro musica era dolorosamente bella”.

A Kinshasa in ogni casa c’è un musicista. “Qui la realtà è sonora. Kinshasa non si vede, si ascolta”, mi ha spiegato una sera Ricky, il capo dello Staff. Ha 57 anni, in un paese dove la speranza di vita per gli uomini è di 47. Ha un torace da lottatore, uno sguardo da leader e una voce da seduttore. La sua filosofia è: “Sapere quello che significa parlare”.

Ha sempre vissuto a Kinshasa, ma grazie a suo padre, un soldato originario della città di Kisangani, conosce i ritmi dell’alto Congo. A cinque anni, quando si è ammalato di polio, ha esitato, ma solo per poco. Poi ha deciso che “anche se la vita è dura, non bisogna gettare la spugna, bisogna combattere”. La strada è stata la sua scuola: per sfamare la madre e la sua famiglia numerosa ha imparato a cucire, ad aggiustare, a fare il meccanico.

I componenti della band

E a fare affari meno ortodossi come contrabbandare alcol e sigarette intorno al Beach, il battello che collega Kinshasa e Brazzaville, sull’altra sponda del benda bilili (3)fiume Congo, dove ci sono meno tasse e le cose costano meno.

Proprio al Beach ha incontrato Koko, un’altra forza della natura. Cinquantadue anni, sette figli, di professione carpentiere. Ha due spalle da scaricatore dei mercati generali, le braccia larghe come lo Zambesi, le mani grandi come badili che, però, lungo un manico di chitarra si muovono con un’eleganza da gentleman. Perché Koko, quando finisce di partecipare ai campionati di braccio di ferro e di trasformare la sua Peugeot blu in un’opera d’arte, è un gran chitarrista. Leggero, melodico, ispirato, è lui il compositore dello Staff.

Un po’ papponi e un po’ musicisti, Ricky e Koko non potevano non andare d’accordo. Una decina d’anni fa hanno fondato lo Staff Benda Bilili che in lingala significa “guarda oltre le apparenze”. Ma non hanno interrotto i loro traffici.

Poi è arrivato Théo, il secondo cantante, fan di James Brown e Bob Marley. Di buona famiglia, Théo, è finto sul lastrico con la caduta di Mobutu nel 1997. Si è trasformato allora in un mago dell’elettricità, capace di distribuire la corrente in una città dove non c’è. Uno dopo l’altro è stata la volta di Djunana, il più allegro, Roger, il più dotato, Kabossé, il più irascibile, Cavalier, il più robusto, Zadis, il più silenzioso.

Alla conquista del mondo cantando la propria città

Una gang di morti di fame, manovali e miserabili da marciapiede che hanno deciso di conquistare il mondo cantando la loro città. Sporca, scolorita, benda bilili (1)lebbrosa, caotica, imprevedibile, esibizionista, teatrale, violenta. A Kinshasa non ci sono strade, non c’è acqua né elettricità, non ci sono scuole, trasporti pubblici, né fognature, ma gli abitanti si mettono in mostra senza tregua per non scomparire e per cercare di scongiurare questa disgregazione continua.

In molte famiglie che vivono nella capitale si mangia una volta ogni due giorni: un giorno i bambini, il giorno dopo gli adulti. Meno del 50 per cento della popolazione ha un salario regolare, più dell’80 per cento è disoccupato e più della metà vive sotto la soglia di povertà e ha meno di 15 anni. Per strada si sente dire: “Kobeta libanga” (bisogna lavorare duro per guadagnarsi il pane).

Si calcola che a Kinshasa vivano 8 milioni di persone. L’esplosione demografica è aumentata a causa della guerra e dell’insicurezza che regnano a est del paese e spingono la gente a rifugiarsi nella capitale. Questo ha causato profondi cambiamenti nella vita sociale: l’erosione della cultura tradizionale, la destabilizzazione della solidarietà tra le comunità e un salto senza paracadute nell’era globale.

Roger, il bambino di strada con la vocazione di chitarrista

Il risultato più evidente di questa accelerazione della storia e dell’esplosione della struttura familiare sono gli shegué. Migliaia di bambini abbandonati (se ne contano tra i 30mila e i 50mila), che vivono per le strade di Kinshasa. Fanno i lavapiatti nelle bettole, i guardamacchine, i venditori di sacchetti di plastica riempiti di acqua minerale o i borseggiatori, secondo le circostanze, e di notte dormono dovunque sui tonkara (i cartoni in gergo locale).

Prima di entrare nello Staff, Roger è stato a lungo uno shegué. A sette anni, abbandonato a se stesso per i frequenti ricoveri in ospedale di sua madre, ha seguito una banda di ragazzini che viveva di espedienti intorno al Centro culturale vallone di Kinshasa. Roger si ricordava che suo nonno, del basso Congo, suonava uno strumento composto da una zucca, un arco e una corda, e ha cercato di crearne uno con quello che aveva a disposizione.

Ha preso una scatola di conserva, un pezzo di legno ricurvo e una corda di chitarra. Modificando la tensione della corda con una mano e pizzicandola con l’altra, è riuscito a produrre delle melodie da quell’improbabile bricolage. Aveva appena inventato il satongué, che in un racconto tradizionale per bambini, è il nome di un mago gentile con una sola gamba e un solo braccio. A furia di esercizi e d’improvvisazioni sfrenate Roger è diventato un musicista straordinario.

Desiderio di migliorare il futuro proprio e del paese

Nel 2005 Ricky ha notato questo ragazzino dallo sguardo perso, che, da lontano, inseriva qualche nota sulle loro melodie quando lo Staff improvvisava un concerto sui marciapiedi del quartiere.

Lo ha preso sotto la sua protezione, gli ha insegnato gli accordi, le melodie, i ritmi e in pochissimo tempo Roger ha rivelato un virtuosismo incredibile, capace di suoni fluidi o nevrotici. Quando ha avuto l’idea di elettrificare il suo satongué, sembrava Jimi Hendrix trapiantato al centro dell’equivalente congolese del Buena Vista Social Club.

“Non ne posso più di vivere in questo ghetto e di fare la fame. Il Congo è un paese dove si soffre sempre e io voglio una vita migliore”, mi racconta. “Suono per ottenere qualcosa nel futuro. Faccio musica senza frontiere, l’international blues. Fare il musicista è un mestiere, non è un gioco. E io voglio diventare direttore artistico”.

Dopo le prove i musicisti siedono in una malewa - un ristorante di strada - a Lemba, nell’est della città e lì bevono birra e mangiano chikwanga (pasta di manioca avvolta in una foglia di banano) e bruchi bianchi arrostiti vivi.

La loro musica è migliorata nel tempo. Più densa, più blues, più funk e con evidenti ammiccamenti a James Brown. Ma c’è sempre quella rabbia ondeggiante e quell’energia assolata che la distingue dalle melodie asettiche interpretate dalle star della musica congolese come Papa Wemba o Koffi Olomide. È più vicina all’incantesimo e alla trance di Wendo Kolosoy e di Franco, i veterani della rumba congolese degli anni sessanta.

La loro fama giunge in Europa


La fortuna di Ricky e dello Staff è di aver incontrato sulla loro strada Renaud Barret e Florent de La Tulaye. Due trentenni francesi, uno fotografo e l’altro pubblicitario, che si sono innamorati dei ritmi della città e del lento e ammaliante ancheggiare delle donne di Kinshasa. Vivono lì da cinque anni e hanno fondato insieme la Belle Kinoise, una piccola società di produzione che ha realizzato tra le altre cose un video sulla boxe femminile nella capitale.

Florent e Renard hanno scoperto lo Staff casualmente, per strada, e da allora non hanno smesso di filmare questi ragazzi malridotti ma allegri. Hanno convinto Crammed disc, un’etichetta indipendente belga specializzata in rock alternativo e musica africana tradizionale-moderna, a ingaggiarli. Vincent Kenis, ex musicista di Papa Wemba e ora produttore artistico a Bruxelles, li ha registrati di notte allo zoo di Kinshasa con un MacBook e un microfono che era stato usato da Jacques Brel. E la loro fama ha varcato le frontiere ed è giunta in Europa.

Yann Plougastel, Le Monde, tradotto da Internazionale n° 805

Per approfondire

I Benda Bilili raccontati da due blogger italiani:

- TPAfrica - ritmi a sud del Sahara: qui trovi dei video e i testi di alcune canzoni tradotti in italiano

- Music-Flash: una recensione del loro CD

- Un articolo e un video della BBC

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