D.: Lei è attualmente superiora provinciale delle Sorelle di Nostra Signora degli Apostoli in Egitto, congregazione che da più di 125 anni svolge un grande lavoro in questo paese:impegno pastorale, educazione per mezzo delle scuole e assistenza sanitaria negli ospedali e presso i malati nelle famiglie. A che titolo Lei è stata designata per partecipare a questo Sinodo?Sr Irin: Sono stata chiamata al sinodo come uditrice dalla Gerarchia Cattolica d’Egitto e dal Nunzio apostolico, perché, come missionaria, ho una certa conoscenza di un buon numero di paesi d’Africa.
Uditrice significa ascoltare, ma anche farsi ascoltare. Il Papa ha insistito sul fatto che il Sinodo era prima di tutto un luogo di mutuo ascolto. Se gli uditori e le uditrici non avevano la possibilità di parlare in pubblico, salvo che per interventi particolari, essi potevano prendere la parola nei gruppi, e il Cardinale Vint-Trois, il moderatore del nostro gruppo, non ha esitato a dare la parola a tutti senza applicare le convenienze d’uso, che volevano che avessero la priorità i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi. Egli ha saputo dare il tempo a ciascuno e a ciascuna.
D.: Un buon numero di donne, religiose e laiche, hanno partecipato a questo Sinodo. Come vede Lei questa partecipazione femminile?
Sr Irin: Nel nostro gruppo eravamo quattro donne, suor Marie-Bernard Alima Mbalula, Segretaria della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza Episcopale del Congo e dell’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, la signora Marie-Madeleine Kalala Ngoy Mongi, Avvocato, Ministro Onorario dei Diritti Umani (Repubblica Democratica del Congo), la Signora Marguerite Barankitse, fondatrice della Casa Shalom, a Ruyigi, in Burundi ed io stessa. Queste persone ci hanno impressionato molto per la loro testimonianza di ciò che hanno vissuto durante le recenti guerre nel loro paese.
All’inizio, quando non avevamo ancora incominciato il lavoro in gruppi, ci si chiedeva che cosa avremmo fatto e perché eravamo là, e abbiamo dovuto darci da fare per dimostrare che volevamo essere attive. Quando abbiamo incominciato a intervenire, in capo a una settimana, i “padri sinodali” hanno scoperto che ogni donna testimoniava qualcosa d’importante.
La donna non è soltanto la vittima, o la responsabile, di tutti i mali, ma ha un primo posto di collaboratrice nella Chiesa come donna consacrata o laica. Non possiamo ignorarle. Non accettiamo che gli uomini continuino ad avere un ruolo decisionale nei riguardi delle donne. Non tocca agli uomini decidere per loro.
È fondamentale dare alle donne il loro vero posto nella Chiesa, e creare con loro e per loro uno spazio in cui incontrarsi e decidere, invece di creare delle commissioni, a maggioranza maschile, per studiare i loro problemi. Gli interventi delle uditrici che hanno avuto luogo a partire dall’11° giorno hanno citato esperienze molto concrete. La forza di queste esperienze è stata eloquente. Esse esercitano da tempo un ruolo umanizzante nella Chiesa e nella società.
D.: Quali fatti o punti l’hanno più colpita durante la celebrazione di questo Sinodo?
Sr Irin: Anzitutto la buona preparazione del sinodo, sia in Africa che a Roma, con la riflessione a partire dai Lineamenta, dall’Instrumentum Laboris e le relazioni delle conferenze Episcopali nazionali. Poi una metodologia ben messa a punto ed efficace, anche se il tutto resta molto gerarchico e se il protocollo e le precedenze sono necessarie.
Ma vorrei anche segnalare altri elementi positivi: una rappresentazione della Chiesa universale; la piena chiarezza sugli argomenti delicati, come quelli concernenti le culture locali, le tradizioni, o l’esorcismo; la testimonianza e l’audacia delle ONG, gli organismi internazionali della Chiesa come il SECAM. E ancora: uno spazio dove ciascuno può essere ascoltato.
Il sinodo mi ha davvero dato la sensazione che l’Africa si sta muovendo, che l’Africa non è costituita soltanto da flagelli, ma è un insieme di ricchezze immense sia sul piano naturale che su quello morale, umano e spirituale.
Questo sinodo è un sinodo di speranza, di Pentecoste. Non è stato un ripiegamento sugli affari interni della Chiesa d’Africa, ma un’apertura sulla società, un ascolto dell’altro. Tuttavia ci sono state certe riserve o timidezze, per esempio sui rapporti con l’Islam, il dialogo interreligioso, la donna. Nel mio intervento che riguardava i rapporti dei cristiani di fronte all’Islam in Egitto, ho cercato di mostrare che il dialogo con l’Islam è possibile e che ha luogo al livello della vita quotidiana. Le esperienze sono molto diverse da un paese all’altro. L’Africa del Nord e l’Egitto hanno dato una connotazione positiva sull’atteggiamento da tenersi di fronte all’Islam.
Vorrei far risaltare come risultati dei dibattiti:
- La volontà di un impegno della Chiesa di fronte ai mali dell’Africa. È tempo che la Chiesa d’Africa risolva i suoi problemi senza aspettare soluzioni dall’esterno.
- Lo stimolo a utilizzare e sviluppare le forze proprie del continente.
- L’incoraggiamento dei cattolici africani al servizio della vita pubblica.
- L’evangelizzazione, che è la prima responsabilità della Chiesa in Africa.
- Il riconoscimento di ciò che hanno fatto i missionari.
- Lo sguardo sulla mondializzazione che non deve essere una nuova colonizzazione e l’insistenza sulle strutture e i valori tradizionali africani.
- Il ruolo della Chiesa che deve creare spazi per la formazione e la presa di coscienza delle realtà attuali da parte degli uomini politici e pubblici, non solo cristiani ma anche non cristiani.
- La condivisione di esperienze personali vissute e varie, comprendenti la vita di tutta la società e riguardanti in concreto della vita delle genti. Nessuna teologia o esegesi proveniente dall’alto.
- Il ruolo della Chiesa per le vittime della società e delle guerre, i drogati..
- La realtà dell’Eucaristia fonte di riconciliazione.
- L’importanza del sacramento della riconciliazione e l’utilizzo dei mezzi tradizionali per la riconciliazione.
- La presenza del Papa a quasi tutte le sedute plenarie. Egli stesso ha accolto tutto ciò che è stato detto. L’incontro con il Papa. Ogni gruppo è stato ricevuto dal Papa e ogni membro del gruppo ha potuto salutarlo e comunicare personalmente con lui.
- L’appello alle multinazionali per fermare la devastazione criminale dell’ambiente.
- La libertà religiosa per tutti, messa il rilievo nel messaggio finale del sinodo.
Non posso impedirmi di sottolineare un punto piuttosto negativo che è la mancanza d’inventiva per le liturgie ed il mancato uso delle nostre lingue e culture. Il latino è rimasto la lingua liturgica principale, il che non è certo un incitamento alla preghiera o alla celebrazione comunitaria. Si è persa l’occasione di avere belle liturgie vive. La nostra prima preghiera in gruppo, tratta dal breviario, è stata recitata in latino. Ho espresso il desiderio che si celebrasse in francese poiché eravamo in un gruppo francofono… Il presidente del gruppo ha sorriso ed ha accettato.
D.: Numerosi interventi hanno elencato i diversi flagelli che affliggono l’Africa: cambiamento climatico, siccità, saccheggio da parte delle grandi potenze, sfruttamento, guerre, pandemie, ecc., tante realtà che sono enumerate in vari momenti del Sinodo. Ci sono altri punti espressi dai partecipanti al sinodo che invece hanno trovato poca eco nel Sinodo?
Sr Irin: L’insistenza quasi esclusiva sull’Aids non ha lasciato posto ad altre pandemie così devastanti come la malaria o la tubercolosi. Inoltre i problemi della stregoneria, della simonia, l’utilizzo del sacro per la guerra. Altro punto che non è stato approfondito: la situazione delle donne nei contesti di guerre, di violenza, di stupro che diventa un’arma di guerra.
D.: I dibattiti del sinodo sono terminati con l’Eucaristia di chiusura, domenica 25 ottobre. Effettivamente, il sinodo dovrebbe adesso incominciare. Come sarà applicato sul continente africano? Ci sono degli orientamenti pratici che permetteranno non solo alla riflessione di continuare, ma anche la realizzazione concreta della “riconciliazione della giustizia e della pace”?
Sr Irin: Le proposte (più di una cinquantina) al Papa in vista della redazione del documento post-sinodale, sono molto concrete e dovrebbero portare insieme alla riflessione e alla presa di decisioni, che dovrebbero riguardare tutti, dal vescovo al bambino e aiutare a vivere la riconciliazione.
Nei dibattiti e nel messaggio del Sinodo appaiono degli orientamenti in vista di una avanzamento quotidiano verso la riconciliazione,la giustizia e la pace, come l’importanza del sacramento di riconciliazione, l’uso dei mezzi tradizionali della riconciliazione, e l’impegno concreto della Chiesa per le vittime della società, per le vittime delle guerre, della violenza, della droga, dell’ingiustizia.
Altri orientamenti concreti: la messa in opera di strutture di formazione a tutti i livelli, sacerdoti, diaconi laici, persone consacrate, catechisti; la creazione di commissioni “giustizia e pace”e altre sul piano diocesano, interregionale, in vista di un lavoro in rete.
Infine: l’impatto della Chiesa sulla società e la politica: la Chiesa sia una voce forte nelle situazioni di conflitti e di guerra.
D.: In quanto membro della congregazione delle Suore di Nostra Signora degli Apostoli, Lei conosce non solo l’Egitto di cui è originaria e dove ha fatto il postulandato e il noviziato e ha pronunciato i voti come religiosa, ma Lei conosce anche molto bene l’Africa sub-sahariana per aver lavorato come medico in Nigeria e in Costa d’Avorio e aver visitato le sue numerose comunità come consigliera generale. Quale impatto può avere questo sinodo sul suo Istituto e su tutti gli Istituti missionari che lavorano in Africa? Quale sarebbe il posto e il ruolo di questi Istituti nell’Africa oggi e in Egitto in particolare?
Sr Irin: Gli Istituti missionari sono dei collaboratori di primo piano delle Chiese locali africane. Essi dovrebbero investire le proprie energie nei luoghi di prima evangelizzazione.
Non è stato mai detto che l’azione missionaria è terminata, ma le congregazioni missionarie non hanno più un ruolo di dominazione, ma un ruolo di servizio, sociale, educativo. Il nostro Istituto, come molti altri, deve darsi i mezzi e le strutture necessarie per la formazione dei suoi membri, perché possa rispondere alle nuove sfide del mondo d’oggi.
Non possiamo continuare con i nostri vecchi metodi. Il nostro campo d’apostolato non è soltanto la scuola, ci sono nuove sfide che riguardano soprattutto la promozione femminile, la presenza tra le donne, soprattutto tra quelle in difficoltà. Inoltre: il dialogo interreligioso, un dialogo della vita quotidiana, di azioni di base e in questo campo noi abbiamo maggiori possibilità dei sacerdoti.
Intervista realizzata da p. Jean-Marie Guillaume a Roma
9-11-2009









