Dopo 37 anni di sacerdozio di cui 22 passati in Costa d’Avorio e 15 in Europa che senso ha partire per una nuova avventura missionaria quando in Italia avrei potuto trovare terreno per la prima evangelizzazione se non tra gli immigrati almeno tra gli i connazionali che hanno tutto abbandonato dopo la cresima.
Una prima risposta a questa domanda l’ho trovata nella vita di Gesù che cerco ogni giorno di ascoltare e di seguire perché la sua chiamata risuona ancora forte nel mio cuore. Dopo tanti anni passati a Nazareth il maestro di Galilea inizia la sua vita pubblica nel vangelo di Marco, a Cafarnao, eppure c’era bisogno anche nel suo paese natale? Perché intraprendere questa strada?
La risposta l’ho trovata nella condizione sociale di quella città portuale che attirava molta gente per il commercio e quindi era cosmopolita e la religione ebraica non era l’unica praticata da suoi abitanti. La sua parola sarà annunciata nella sinagoga, i suoi gesti d’amore e di guarigione saranno compiuti nelle case e per le strade. A Cafarnao c’è gente di ogni razza e nazione e di ogni religione presente a quel tempo.
L’Africa che mi ha accolto nella mia nuova partenza è come una grande Cafarnao, dove la gente è meno ricca, ma sente il bisogno di una nuova presenza, quello di Gesù che guarisce, perdona, soccorre e annuncia. Nel paese in cui mi trovo non si tratta di aumentare numericamente la Chiesa cattolica perché come mi diceva un mio confratello in questi giorni: “Un musulmano non si convertirà mai” e qui l’Islam è entrato nella stragrande maggioranza della popolazione che al 98% si prepara in questi giorni a celebrare la grande festa della Tabaski, ma piuttosto di testimoniare anche qui, a volte con un linguaggio silenzioso a volte rendendo conto della nostra fede, sempre con amore, che Gesù ha qualcosa da dire anche a questa gente che ha un profondo senso religioso. E nella mia Nazareth cosa lascio, come annuncio quella parola che il Signore ha messo nella mia vita?
L’annuncio viene fatto dalla mia partenza che come quella degli apostoli vuole significare che qui e là e necessario mettersi al servizio del Signore portando una parola- testimonianza che non è nostra ma di Colui che invia.
Una seconda risposta legata alla prima viene dal fatto che alla base di questo mio andare c’è una chiamata del Signore che mi ha fatto capire che per realizzare la mia vocazione battesimale e sacerdotale dovevo seguirlo sulla strada che mi conduceva in Africa mettendomi umilmente anch’io in ascolto della sua parola che già risuona da tanto tempo in questo grande continente.
Proprio in questi primi mesi vivrò l’esperienza del bambino che impara a parlare e a vivere guardando i suoi genitori. A 61 anni può sembrare tempo perso mettersi a studiare una nuova lingua e conoscendo le mie difficoltà ad impararne una può apparire una sfida impossibile, ma io ci provo non per mostrare quale è il valore della mia persona che so essere poca cosa ma unicamente perché è necessario mettersi con umiltà in ascolto di chi poi mi chiederà di parlare in nome di Colui che mi ha mandato. Se non ci riuscirò c’è comunque una lingua che tutti capiscono e che dovrò parlare ed è quella dell’amore. “L’annuncio della fede attraverso l’amore senza nessun spirito di conquista- mi diceva il vescovo di Niamey- è la maniera migliore di essere missionari”.
Due giorni fa incontravo per conoscenza le Piccole Sorelle di Charles De Foucauld. Alcune di loro sono vissute per più di vent’anni sotto delle tende accanto ad un pozzo in una piccola oasi nel deserto del Niger, senza convertire nessuno al cristianesimo, ma la loro comunità era diventata un punto di riferimento per tante donne musulmane e per qualche ammalato che non poteva pagarsi il trasporto per l’ospedale più vicino a trecento Km dalla quella sorgente d’acqua.
La mia partenza può sembrare inutile per il mio paese di origine, e poco utile per il Niger in cui io sono l’ultimo arrivato che non conosce ancora niente di lingue e usanze di qui. Sono comunque convinto che se mi metto in uno spirito di servizio al Signore che posso incontrare già da ora, sarò anche al servizio della Chiesa che annuncia il Regno. Questa realtà sappiamo che entra anche nel cuore di tanti che non sono battezzati ma che vivono secondo giustizia e verità nell’amore.
La mia vocazione sarà quella di vivere nella gioia quei piccoli e grandi segni del Regno nella Chiesa del Niger, che sia pur piccola e povera, è diventata una punto di riferimento nel dialogo interreligioso con l’Islam ed anche con la sua azione sociale di carità e di promozione umana per uno sviluppo durevole. Alla mia età mi sento un po’ come Abramo, e qui in Niger c’è una grande venerazione per il nostro padre nella fede che ci avvicina ai musulmani. Il Signore l’ha chiamato alla sua età ad uscire dal suo paese per andare in un altro paese che non conosceva. Perché il Signore si rivelato ad Abramo fuori della sua terra ed anzi lo ha portato ad uscire dalla sua terra?
Quella era troppo piccola mentre quell’altra quella promessa, sarà la patria di tutti i popoli. Quale è la terra dell’annuncio? Ogni terra e ogni popolo senza pretendere di farsi ascoltare da tutti, sapendo che sarà la strada che meglio rappresenta l’immagine della Chiesa che è chiamata ad andare e fare di tutti i popoli dei discepoli. Su questa strada anch’io mi sono incamminato sapendo che davanti a me c’è il Signore che mi chiama e vuole farsi riconoscere da tutti i viandanti dell’Africa e del mondo.
Bomoanga, Niger - 25-11-2009
p. Vito Girotto









