di Mugo Gatheru
"La vita di città era molto strana per me. Era veloce, impersonale e insicura. Tutti erano indaffarati, aggressivi e pensavano solo a se stessi. Più tardi scoprii che per adattarmi alla vita di città dovevo comportarmi come gli altri cittadini. Li imitai inconsciamente o come un mezzo per raggiungere un fine? La risposta è forse nella combinazione delle due cose.Psicologicamente mi sentivo un altro uomo. Il mio linguaggio e il mio modo di vedere le cose erano molto diversi da quelli di quando pascolavo capre e pecore e, certamente, molto diversi dalla mia vita di scuola.
Tentai con tutte le mie forze di adattarmi a questo pazzo mondo urbano. Mi pareva senz’altro spettacolare. Più vivevo in esso e più incontravo cose nuove, affascinanti, provocatorie da affrontare. Era un mondo dinamico. In essi divenni consapevole delle ingiustizie sofferete dalla mia gente e, dato che anch’io ero esposto ad esse, ne sperimentai parecchie sulla mia pelle.
La città di Nairobi era divisa in diversi quartieri a seconda delle razze che vi abitavano. Gli europei occupavano le zone migliori come Kilimani, Ngong, Karen, Kileshwa, Muthaiga e Kabete. Gli asiatici occupavano le seconde in graduatoria: Parkland, Pangani, City Park, Elsleigh e la zona di Ngara Road. Gli africani occupavano le ultime e le più povere: Kariokor, Nziwani, Starehe, Majengo, Pumwani, Shauri Moyo, Kaloleni e Makongeni. Nei quartieri africani le strade erano poco illuminate e i servizi igenici erano molto, molto sporchi. In alcuni non c’era acqua corrente, ma solo alcune latte, e se si pensa che uno di questi servizi doveva essere usato da mille persone...E la situazione non era molto migliore dove si usufruiva di acqua corrente, a causa appunto del numero enorme di persone costrette ad usare quei servizi.
Le case degli africani non avevano elettricità, acqua corrente e stufe a gas. Gli africani usavano lampade a kerosene, stufe a carbone per cucinare e acqua attinta in latte o recipienti simili.
In ogni quartiere africano c’era un distributore di acqua dove moltissime persone attendevano in coda il loro turno. Era impossibile cucinare alla svelta, a meno che si avesse acqua di riserva a casa.
Come i servizi pubblici, uno di questi distributori d’acqua serviva circa a mille persone ed era aperto solo tre volte al giorno. Era possibile vedere tre o quattro colonne di persone in coda in parecchi di questi centri.
In ogni quartiere africano, eccetto Majengo e Shauri Moyo, le case erano costruite in pietra e con il tetto di tegole. A Shauri Moyo, invece, le case erano in creta con il tetto in lamiera ondulata. In Majengo le case erano poverissime: quadrati con mura di legno e fango ricoperti da un tetto di lamiera ondulata o pezzi di lamiera ottenuti da lattine.
Tutte le camere di ogni casa dei quartieri africani erano povere e sovrappopolate. Alcune persone dormivano sul pavimento senza materasso, ma solo con qualche coperta. Vecchi sacchi, che a loro tempo avevano contenuto zucchero e farina, erano usati come materassi. Non c’erano asili per i bambini degli africani e neppure scuole superiori.
L’unica scuola elementare e statale per i figli degli africani, che formavano la metà della popolazione urbana, non era per nulla attrezzata. Non c’erano biblioteche o laboratori per esperimenti, benchè parecchi studenti frequentasero fino all’età di quindici o sedici anni; le classi erano sovraffollate. L’intera scuola aveva solo due campi di football. C’era solo un mappamondo e una carta geografica per le lezioni di geografia e questi erano tenuti nell’ufficio del direttore e consegnati solo a richiesta degli insegnanti di geografia. Ma sopratutto- gli insegnanti non erano sufficienti. Campi da gioco e cinema non esistevano per i bambini africani.
Le strade erano sporche, fangose e, durante la stagione secca, piene di polvere. Nella città c’erano bellissimi ristoranti, alberghi e bar, ma potevano essere usati soltanto dagli europei. Gli asiatici avevano i loro ma, generalmente, gli asiatici mostravano di simpatizzare con loro. Gli africani non potevano comperare liquori o birra europea. In tutta Nairobi esisteva solo un posto in cui potevano ritrovarsi a bere. Questo era situato in uno dei quartieri africani e, in qualunque zona vivesse, ogni africano che desiderava bere qualcosa doveva recarsi in quel luogo per avere il privilegio di acquistare la birra nazionale prodotta appositamente per gli africani.
Di conseguenza gli africani si lamentavano in continuazione per la loro vita di città. Io mi trovavo profondamente coinvolto e mi chiesi la causa di questa miseria universale e perchè non si potesse fare qualcosa per alleviare la pena della mia gente. Perchè gli africani dovevano essere sempre trattati in questo modo umiliante e degradante e avere sempre l’ultimo posto in quello che, in fin dei conti, era il loro paese? Feci questa domanda a molte persone e, a seconda della loro razza, ottenni spiegazioni e risposte diverse.
Ad esempio molti indiani giovani, forse perchè sentivano che la loro posizione sociale era alquanto insicura, insinuavano che ignoranza e mancanza di istruzione tra gli africani erano le radici del problema. Gli europei condividevano questa opinione ma qualche volta, in modo misterioso, aggiungevano:”Roma non fu costruita in un giorno”, il che non era una grande consolazione per gli indiani. Altri affermavano che i motivi erano da imputarsi ai pregiudizi di razza e di colore. Ascoltai tutte queste teorie. Mi parvero interessanti ma insoddisfacenti: se il problema era così semplice da spiegare, perchè era così difficile da risolvere?
Una delle più ovvie e, per la verità, delle più importanti ragioni che causavano le misere condizioni di vita degli africani era la curiosa disparità di salari tra le razze. Questo è un buon esempio della tirannia esercitata dagli europei sulla forza-lavoro degli africani. Riscontrai che gli africani che lavoravano in città, fossero essi impiegati od operai, qualificati o non qualificati, avevano paghe e salri inferiori alle loro controparti europee o asiatiche.
Scoprii con grande stupore e orrore che un africano con un titolo di bachelor in scienze percepiva 15 sterline al mese, un asiatico con un diploma di scuola superiore circa 30 sterline al mese ed un europeo con un certificato di iscrizione all’Università di Londra percepica circa 45 o 50 sterline al mese. Nel mio campo, non potevo capire perchè i pochi africani istruiti in campo medico non ricevessero la stessa paga delle altre razze che lavoravano insieme a loro. Pensavo che europei e asiatici che lavoravano avessero avuto insegnanti migliori nelle loro scuole e che questa fosse la ragione per cui percepivano salari maggiori. Però potevo osservare come tutti noi ci cimentassimo nel medesimo tipo di esperimento di laboratorio.
Bassi salari voleva dire che gli africani non potevano acquistare le proprie abitazioni o migliorare quelle in cui abitavano. Inoltre non bisogna dimenticare che qualunque africano, che fosse impiegato o no, doveva pagare una tassa obbligatoria, e sarebbe stato arrestato e imprigionato se scoperto a Nairobi alla ricerca di lavoro senza avere pagato la tassa. Ma senza lavoro come poteva pagare la tassa! Era un circolo vizioso.
Spesi parecchi sabati e domeniche a parlare di politica con politici africani e mi ritrovai sempre meno interessato al mio lavoro di laboratorio, sebbene avessi intravisto un grande futuro in questa carriera, allorchè mi unii al dipartmento medico.
Durante questo periodo decisi di iniziare qualche corso per corrispondenza con il Sud Africa e l’Inghilterra al fine di migliorare il mio inglese e ottenere una qualifica migliore.
Spesso sentivo una vocazione ad unirmi alla mia gente nella loro agitazione politica, economica e sociale. Quanto più osservavo questi orribili sevizi igenici nei quartieri africani di Nairobi, tanto più sentivo che dovevo rispondere alla sfida. Quanto più osservavo che la maggior parte degli europei e degli asiatici possedevano o affittavano lussuose abitazioni di pietra o di cemento con il tetto di tegole e circondate da spaziosi giardini con alberi e fiori nelle sezioni fresche e salubri della città- tanto più mi sentivo amareggiato."
(tratto da Un angolo d’Africa. Il Kenya visto dai suoi autori, a cura di Silvana Bottignole, Editrice Morcelliana).
Mugo Gatheru, nasce in Kenya nel 1925 e nel 1964 pubblica il romanzo autobiografico The child of two worlds. Studia a Kahuti, Kambui e alla Medical Training School di Nairobi. Diventa successivamente redatore di The African Voice, il portavoce dell’unica associazione nazionale africana (Kenya African Union). Nel 1949 lascia il Kenya per vivere in Europa e negli Stati Uniti.
Recentemente, nel 2005, ha pubblicato Kenya: from colonization to Indipendence, 1888-1970, la storia del Kenya durante il periodo coloniale dal punto di vista della sua etnia, i kikuyu.









