L'abiku: storia di un bambino magico

L’àbiku nella letteratura e poesia yoruba: storia e percorso di un bambino magico.foto soynka bmp


Nella Nigeria meridionale, la letteratura yoruba ha l’assoluta preminenza e la figura dell’àbiku, lo “spirito-bambino” destinato ciclicamente a nascere e morire dalla stessa madre, vi compare più volte. Lo seguiremo nei romanzi dei più importanti scrittori nigeriani, Amos Tutuola, Wole Soyinka e Ben Okri, con un’apparizione oltreoceano della scrittrice afro-americana, Toni Morrison.

L’origine

Per capire meglio gli scrittori nigeriani yoruba è importante conoscere la loro origine. La prima produzione letteraria in lingua yoruba è costituita da traduzioni della Bibbia e dalla produzione di materiale didattico, proseguita fino ai primi decenni del Novecento, quando appare una collezione di poemi dal titolo Ayie Akamara (La vita umana piena di trappole, 1921), scritta da A. Kalawola Ajisaf (1877-1940). Nel campo della prosa si distingue Daniel O. Fagunwa (1903-1963), lo scrittore più conosciuto nella lingua yoruba e senza dubbio il più letto, autore di Ogboju d ninu igbo irunmal (Il cacciatore coraggioso nella selva degli spiriti, 1938), tradotto in inglese nel 1961 proprio da Wole Soyinka.

Contemporaneamente, Obasa pubblica Akewi, collezione di iwi, poesie giullaresche tradizionali. Come ha sottolineato la studiosa di letterature africane Itala Vivan, in Africa la poesia ha molti seguaci anche ai nostri giorni. I festival di poesia sono molto popolari nella Nigeria contemporanea, dove sono attivi numerosi movimenti di slam poetry, rap, story telling .In Nigeria è da sempre viva un’importante consuetudine all’espressione poetica che trova sbocco in numerose pubblicazioni periodiche -il Glendora Review è oggi il più interessante- e in rassegne che riscuotono l’attenzione di critica e di pubblico.

L’orikì è la forma poetica orale yoruba più conosciuta, tradizionalmente in mano alle donne, permette di beffeggiare e colpire l’avversario. E’ una forma complessa, ma allo stesso tempo popolare, che affronta temi politici e sociali. Ed è un orikì ( trascritto) la forma scelta da Wole Soyinka per il suo poema “Abiku”, apparso negli anni ’60 quando il grande scrittore nigeriano- vincitore nel 1986 del Nobel per la letteratura- viveva a Londra, continuando a sentire una grandissima nostalgia per la Nigeria: “Io sono àbiku”, dice di sé nella sua poesia.

foto amos tutuola bmp
I racconti di Tutuola e Soyinka

La figura dell’àbiku, dello “spirito-bambino”, compare in un romanzo in lingua inglese con “La mia vita nel bosco degli spiriti” di Amos Tutuola, il geniale scrittore di Lagos che negli anni cinquanta spiazza il mondo letterario con questo incredibile racconto, basato sull’uso di una lingua nuova, un inglese sgrammaticato e incomprensibile ma di estremo fascino. Scritto in prima persona (come tutti e tre i romanzi nigeriani presi qui in considerazione), racconta il viaggio iniziatico di un bambino di sette anni che si trova a vagare nel bosco popolato di spiriti, buoni e cattivi.

Cammina in continuazione, senza mai fermarsi, e incontra un mondo parallelo al suo, a quello tranquillo del villaggio:
” Appena entrai in questa città feci un giro e vidi uno spirito che tra tutti gli altri spiriti che vivevano là lui solo somigliava alle persone terrestri e gli domandai se era terrestre come sembrava e lui rispose così: lo sono e non lo sono. Gli dissi che non capivo mi disse che la sua storia era questa. Vedi noi in questa città siamo tutti ladri e abbiamo derubato innumerevoli donne terrestri in ogni città, paese e villaggio della terra. Se una donna terrestre concepisce, noi scegliamo uno di noi che di notte vada da lei, e mentre la donna sta dormendo lui usa il suo potere invisibile per trasformarsi nel bambino che quando sarà il momento la donna partorirà. E allora terrestre, se arrivi nella tua città della terra e senti dire che una donna partorisce bambini che muoiono sempre o continuamente, allora credimi siamo noi quei bambini, i bambini “nasci e muori”.

I genitori cercano in tutti i modi di trattenere il bambino, di fermarlo, di legarlo a questo mondo, coprendolo di attenzioni e di doni speciali. E’ così che Wole Soyinka, descrive nel suo romanzo iniziatico la bambina-abiku, Bukola: “Amuleti, braccialetti, piccoli sonagli e anelli di scuro rame intrecciato la collegavano a terra attraverso le caviglie, le dita, i polsi e la vita. Lei sapeva di essere àbiku. Anche le due piccole cicatrici sul suo volto erano parte dei molti colpi contro chi la voleva attrarre tra i suoi compagni dell’altro mondo. Come tutti gli àbiku era privilegiata, a parte” (Wole Soyinka, Akè. Gli anni dell’infanzia, Jaca Book, 1984). Socialmente questo comportamento crea invidia, timore, sospetto e sono molti e i nomi dispregiativi attribuiti ai bambini considerati àbiku.

Il mito e le tradizioni religiose

La letteratura yoruba, nella forma di prosa e di poesia, trae le sue radici dal mito e dal folclore. Il pantheon yoruba, complicato ed esteso, ha origine con l’Essere Supremo, Edumare che, dopo aver iniziato la creazione del mondo, incarica il dio Obetala di portarla a compimento e di governare il mondo per lui. Obetala è il dio che presiede all’armonia delle cose create, affiancato da una moltitudine di altre divinità, gli orishà, ognuno con un suo compito preciso. Tra questi Ogun presiede al fuoco, al ferro e alla creatività.

Nel 1986 la scrittrice afro-americana Toni Morrison, poi premio Nobel per la letteratura, pubblica “Amatissima” (Edizioni Frassinelli), la storia di Sethe, una giovane donna di colore che, negli anni successivi alla guerra civile, si ribella alla propria condizione di schiava e fugge da nord, verso la libertà. Si porta un con sé un segreto lontano e un dolore: il misterioso incontro tra vivi e non-nati. Le tradizioni e la religione yoruba arrivano in America con la tratta degli schiavi: gli orishà e il vodun legano fortemente i due mondi così lontani.

foto ben okri bmp
Ben Okri e la metafora politica

Ben Okri è uno scrittore nigeriano che ha scelto di vivere a Londra. Con “La via della fame. Vita, imprese e avventure di un bambino magico “(Bompiani, 1998), ha avuto un grandissimo successo . La sua scrittura e il suo stile si inseriscono nel mondo letterario yoruba, lo stesso di Daniel Fagunwa di Tutuola e poi di Soyinka, un mondo onirico, fantastico, popolato di personaggi e con una concezione ciclica del tempo.

Il suo protagonista è Lazaro, Azaro, un àbiku attratto dal mondo magico degli spiriti, che decide però di resistere alle voci dei suoi compagni àbiku che lo richiamano costantemente nel loro limbo sereno, per provare cosa significhi vivere e per aiutare la sua famiglia, estremamente povere e segnata quotidianamente dell’incubo della fame e della ricerca di cibo.

Ben Okri sceglie Azaro come suoi occhi (l’io narrante) per raccontare la storia del suo paese, una Nigeria agonizzante, affamata, in mano ad un governo corrotto, violento e ottuso.

Una metafora che unisce perfettamente naturale e sopranaturale, fondendo realtà e sogno, così da rendere indistinto ogni possibile confine. Lo spirito-bambino diventa- in Ben Okri- un involontario avventuriero del caos e della luce, dei sogni dei vivi e dei morti. “Ciò che non è pronto, che non ha voglia di nascere e di trasformarsi, non fa che ripetersi. Ci sono tanti che vivono in questo stato, pur ignorandolo. Esistono nazioni, civiltà, idee, scoperte, rivoluzioni che partecipano di questa condizione senza esserne a conoscenza”.



Maria Ludovica Piombino


 

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