“Impersonare Nelson Mandela era il mio destino”

morgan freemanLa star di Hollywood Morgan Freeman ha appena finito di girare il film Invictus, in cui impersona il personaggio di Nelson Mandela. Il regista è Clint Eastwood. E la sua è una prestazione formidabile.

L'attore americano è già stato premio Oscar per il secondo ruolo maschile non protagonista nel 2005 nella sua prestazione Million Dollar Baby. Al di là della somiglianza sorprendente che condivide con Nelson Mandela, l’attore offre un’interpretazione che potrebbe portargli una nuova nomination agli Oscars.

Mai una star americana aveva impersonato con tanta misura e dignità colui che pose un termine all’apartheid preferendo la compassione e la generosità alla vendetta. Dopo ventisette anni di prigione, Madiba, questo gigante tranquillo che i Sudafricani bianchi tacciarono di terrorista, riuscì nell’impossibile: costruire la “Nazione Arcobaleno” e riunire Bianchi e Neri, quando la maggior parte degli osservatore dell’epoca ritenevano l’impresa impossibile.

Diventato presidente del Sud Africa nel 1994, Mandela trovò, è vero, un cavallo di Troia moderno per fare germinare nelle menti dei suoi compatrioti la promessa di un avvenire migliore. Il “cavallo” si chiamava François Pienaar (impersonato da Matt Damon), terza ala e capitano degli Springbooks, la squadra nazionale di rugby. Organizzare la Coppa del Mondo del 1995 che il Sud Africa vinse, permise al recente premio nobile della pace di riunire tutta una nazione sotto una stessa bandiera e uno stesso destino.

Il settimanale Jeune Afrique lo ha intervistato.

Perché questo titolo, Invictus?

In riferimento a uno dei poemi del poeta inglese dell’Ottocento William Henley. Bisogna tradurlo con “invincibile”. Henley si era fatto amputare un piede. Rifiutando d’impietosirsi sulla sua sorte, aveva scritto queste poche righe di una rara intensità sul suo letto d’ospedale. Molti decenni più tardi, Nelson Mandela, imprigionato del penitenziario di Robben Island, aveva tracciato sui muri della sua cella questo poema che tratta di un coraggio inaudito e che gli permise di non venir mai meno.

Si racconta che Nelson Mandela le avrebbe chiesto personalmente di impersonarlo al cinema.

Ai suoi occhi, io ero l’attore più indicato a impersonarlo se la sua autobiografia Long Walk to Freedom dovesse un giorno essere portata sullo schermo. Nel 1993, abbiamo tentato con la mia socia, Lori McCreary, di sviluppare una sceneggiatura che avesse una buona tenuta. Ma per diverse ragioni, questo progetto è andato a monte. Molto più tardi, nel 2008, lo scrittore John Carlin, autore di Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that made a Nation, ci propose il suo libro. Questo ci ha entusiasmato senza la minima riserva e ne abbiamo così acquistato i diritti.

Qual’era la sua più grossa angoscia prima d’impersonare questo leader?

Noi attori cerchiamo sempre la prestazione quando dobbiamo rappresentare una personalità. Abbiamo tutti delle tecniche diverse per assomigliare il più possibile al nostro modello. Ma, alla fine, dobbiamo tutti evitare lo stesso scoglio: l’imitazione. Nel mio caso la pressione era enorme. Da un lato, non volevo inimicarmi il popolo sud-africano e farmi trattare da impostore: dall’altro, dovevo dare a Clint Eastwood una prestazione senza difetto.

Quando abbiamo incominciato le riprese, io recitavo in una pièce di teatro a New York. Non avevo dunque il tempo materiale per guardare ore di documentari o per leggere tutti i ritagli di giornali dedicati a Mandela. Questi riferimenti, questi punti fermi, li ho avuti una volta che abbiamo incominciato a “girare” le prime scene. Tuttavia, visionando dei video-nastri mi sono accorto che Madiba non si serviva quasi mai della mano sinistra. La mia voce, l’accento sud-africano, la gestualità, le posizioni sono poi venute naturalmente. È allora che ho capito che impersonare quest’uomo era il mio destino!

Perché Lei si è focalizzato sulla presidenza di Nelson Mandela?

È un partito preso decisamente positivo che abbiamo scelto con Anthony Peckman (lo sceneggiatore) e Clint Eastwood. In questi tempi di dubbio e di tensione tra i popoli, volevamo ricordare come Nelson Mandela sia riuscito a unificare il Sud Africa. La vera forza di Mandela sta nel fatto che ha sempre saputo “manipolare” rettamente le persone perché potessero prendere – talvolta senza nemmeno rendersene conto – le buone decisioni o la buona direzione. Credetemi, convincere François Pienaar, il capitano degli Spingbooks – la squadra nazionale di rugby, uno sport di Bianchi per i Bianchi – e per di più figlio di un Afrikaner razzista, non era una cosa da poco. Ad eccezione dell’ala meticcio Chester Williams, non un solo Nero giocava negli Springbooks.

Uno dei momenti forti del film, è quando, il giorno della finale, Mandela, con la maglia degli Springbooks, cammina con passo lento sul terreno. Ci si sarebbe aspettati che l’avessero accolto con fischi, e alla fine si produce il contrario. I Bianchi l’applaudono e scandiscono il suo nome…

Sì, all’inizio la folla ha taciuto. Probabilmente perché non si aspettava di vedere capitare lì il presidente. E poi, la gioia e la fierezza di tutta una nazione sono esplose nelle tribune. È in quel momento che Mandela ha capito che aveva fatto un enorme passo in avanti. Grazie a una partita di rugby, ma anche stringendo la mano dei suoi nemici, dialogando con i suoi detrattori, il primo presidente nero di uno dei paesi più razzisti del mondo riuscì a far piegare tre secoli di segregazionismo! Oso sperare che per il Mondiale di football 2010, che avrà luogo in Sud Africa, ci sarà la stessa euforia!

Quanto tempo è rimasto in Sud Africa per le riprese?

Abbiamo trascorso sei settimane a Città del Capo e due a Johannesburg. Ho trovato questo paese affascinante a più di un titolo. Vi si sente un dinamismo, un’energia, un manifesto desiderio di essere un paese chiave del continente. Ma a questo paese restano ancora molti progressi, molte tappe da superare prima di poter avanzare nella realizzazione del suo grande destino.

Si ricorda della prima volta che ha messo piede in Africa?

Sì, era all’inizio degli anni 1990. Mi ero recato nello Zimbabwe per girare un film. All’epoca, era un paese straordinario. Mi ricordo che tutti sul posto mi dicevano: ”Lei è un afro-americano!” Al che io rispondevo:”No! Sono americano, è tutto”. Sono stato molto contento di scoprire questo grande continente. Ma per me, l’Africa è un paese (sic) straniero, allo stesso modo della Cina. Nient’altro.

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